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	<title>OrizzontiNuovi.org &#187; mafia</title>
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		<title>Canto e controcanto finale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 19:49:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell’Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell’opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/politica/canto-e-controcanto-finale-912026.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell’Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell’opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente di Berlusconi, per cui dobbiamo temere un micidiale colpo di coda del boss di Arcore e della sua banda di malfattori. Infatti, è sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti “poteri forti”, soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc.<span id="more-2026"></span><br />
Un regime, quello di Berlusconi, che non ha mai osato opporsi seriamente al potere della mafia, delle compagnie assicurative private, delle banche e della grande finanza, delle multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, dei servizi segreti, dell&#8217;establishment bellico americano, dei centri affaristici e criminali che condizionano inesorabilmente il destino di un sistema “democratico” in cui ci concedono semplicemente la &#8220;libertà&#8221; di votarli, ovvero la “libertà” di scegliere ogni cinque anni i padroni da cui farci sfruttare. Un regime corrotto fin nel midollo, che si è sempre mostrato &#8220;forte con i deboli e debole con i forti&#8221;, aduso cioè a colpire i soggetti più indifesi, a cominciare dai più disperati, come i terremotati abruzzesi o i migranti visti come &#8220;indesiderabili&#8221; da perseguire alla stregua dei peggiori criminali, mentre sono ben accetti solo in quanto merce umana, cioè manodopera da sfruttare a bassissimo costo.<br />
Un regime che ha già evidenziato una matrice autoritaria e sovversiva nella volontà (spesso dichiarata) di sfasciare le istituzioni, i diritti e le garanzie costituzionali. Il pericolo costituito dal nuovo fascismo al potere, si presenta in misura più grave ed inquietante rispetto al passato, specie se si considera il mix di populismo e neoliberismo sfrenato che caratterizza il blocco sociale che fa capo a Berlusconi, per la semplice ragione che esso si maschera sotto una veste solo apparentemente legale e democratica. Oltre 35 anni fa Pier Paolo Pasolini scriveva che &#8220;Il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo&#8221;. La citazione rispecchia esattamente il quadro storico in cui si è compiuta la &#8220;metamorfosi&#8221; della destra neofascista e leghista per accedere al governo della nazione, sdoganata e traghettata al potere dal populismo berlusconiano.<br />
Quello di Berlusconi è apparso sin dalla nascita come un regime isterico e demagogico, pronto a cavalcare gli umori delle masse inferocite da campagne xenofobe che istigano i peggiori istinti umani. Ma soprattutto pronto a servire ed ossequiare gli interessi che fanno capo ai centri capitalistici e finanziari dominanti, legali o illegali che siano. Altro che &#8220;governo forte&#8221;! Nella storia italiana non c&#8217;è mai stato un governo davvero forte e coraggioso, capace di contrastare e ridimensionare i poteri più influenti e determinanti. Sin dagli albori post-unitari, durante la cosiddetta &#8220;età liberale&#8221;, quindi nel periodo giolittiano, successivamente nel ventennio fascista, infine nell’epoca repubblicana, nessun governo ha avuto la forza e il coraggio di affrontare le sfide più ardue e decisive, provando a combattere in modo drastico lo strapotere della finanza massonica e della malavita mafiosa, evidentemente colluse con il potere politico istituzionale.<br />
La stessa dittatura di Mussolini esercitò un intervento repressivo solo verso le fasce più deboli della società, emarginando e perseguitando i dissidenti, mettendo al bando ogni opposizione politica, sociale e sindacale. Mentre fallì miseramente nel tentativo di combattere il banditismo  e la mafia siciliana. A tale proposito è opportuno ricordare l’impegno militare svolto dal “prefetto di ferro” Cesare Mori, che fu la carta giocata da Mussolini, ma che presupponeva una lotta inflessibile contro le più alte gerarchie dell’apparato fascista. Un progetto impossibile, o velleitario, in quanto conteneva sin dall’inizio le criticità e le debolezze che ne avrebbero comportato l’insuccesso finale. Il prefetto Mori adottò una strategia che infierì soprattutto sulla mafia rurale e sugli strati inferiori, lasciando intatto il sistema di potere dei grandi latifondisti agrari che avevano usato i mafiosi per soffocare nel sangue le rivolte e le rivendicazioni delle masse contadine, così come si avvalsero dello squadrismo fascista e dello stesso Mori. Il quale nel 1927 fu nominato senatore del regno mentre Mussolini dichiarava solennemente alla Camera che “la Mafia è sconfitta”. In effetti, i metodi brutali usati da Mori suscitarono un diffuso malcontento nella popolazione siciliana, che identificò nelle forze di polizia un esercito di occupazione e nello Stato un nemico straniero di cui diffidare a futura memoria. Una diffidenza acuta e viscerale che si è perpetuata nel tempo fino ad oggi.<br />
Dunque, il neoduce di Arcore non è stato capace di sottrarsi ad una logica di servilismo verso il sistema di potere massonico e mafioso che condiziona la vita del Paese. Nel contempo, oggi quel sistema cerca di sbarazzarsi di un personaggio che, dopo aver svolto il “lavoro sporco”, è diventato scomodo e ingombrante per molti. Tra i limiti della leadership di Berlusconi, al di là delle barzellette da viaggiatore di commercio, delle macchiette da avanspettacolo, dei comportamenti da camorrista e gestore di night club, affiora soprattutto un’immagine populistica, narcisistica e personalistica. Infatti, il sultano di Arcore ha una visione del potere politico molto originale, secondo cui contano solo i voti. La conta dei voti è essenziale in una democrazia parlamentare ed elettorale, ma non è determinante come aggiudicarsi l’appoggio dei poteri forti. Questa verità era evidente anche per la Dc. Non a caso i volponi democristiani si assicurarono un’alleanza stabile e duratura con il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, che esprimeva gli interessi del gruppo Fiat, della Massoneria, dei servizi anglo-americani (CIA in testa), della Nato, di Mediobanca di Enrico Cuccia e di altri poteri centrali. Tutti sanno che è praticamente impossibile governare senza instaurare un rapporto organico con tali poteri, che Berlusconi ha sempre temuto e ossequiato, ma di cui ora vorrebbero disfarsi.<br />
Questo dato Berlusconi non sembra averlo compreso, o non sembra tenerne conto, anzi pare che abbia rifilato troppe “fregature” in virtù di un eccesso di megalomania e di narcisismo personale, per cui rischia di essere a sua volta investito da vendette e ritorsioni che potrebbero rivelarsi fatali. In tal senso vanno interpretate le recenti dichiarazioni rese da Licio Gelli contro Berlusconi, nonché alcuni atteggiamenti ostili e negativi provenienti da elementi della mafia e di altre associazioni occulte e criminali.<br />
Lo scenario politico che maggiormente si affaccia all’orizzonte, ossia un esecutivo utile a guidare la difficile transizione verso la fase post-berlusconiana e della Terza Repubblica, un’ipotesi prospettata nell’ottica della borghesia padronale italiana, sarebbe quella di un governo tecnico trasversale, appoggiato sia a destra che a manca. Per scongiurare la minaccia, già paventata da qualcuno, di elezioni politiche anticipate, si prospetterebbe l’ipotesi di un governo istituzionale per gestire l’attuale crisi economica ed approvare qualche riforma istituzionale ed eventualmente una nuova legge elettorale. L’ipotesi è caldeggiata dalle forze politiche che operano in modo trasversale per la formazione di un nuovo “grande centro politico” consacrato dai poteri forti, con in testa la Confindustria, il Vaticano e la Nato. Si tratta di un’ipotesi che procurerebbe solo iatture, lacrime e dolori alle classi lavoratrici, come dimostra la storia recente del Paese. Come insegnano le esperienze dei primi anni ’90 con i governi presieduti da figure prestate non dalla politica ma dall’economia, quali Ciampi e Dini.<br />
Occorre infine far presente che il berlusconismo è solo un effetto, non la causa del degrado antropologico, politico e culturale della società italiana, intossicata dai veleni generati da un capitalismo malato che non è più in grado di assicurare il benessere dei ceti medi che era fonte di consenso e stabilità sociale, ma al contrario sta accelerando e approfondendo la polarizzazione delle ricchezze e del potere ad esclusivo vantaggio delle oligarchie finanziarie e a discapito dei lavoratori. Perciò, l’unica alternativa utile agli interessi operai non può che essere un’opzione rivoluzionaria rispetto allo statu quo.</p>
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		<title>Il mondo di mafiopoli</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 20:57:22 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/approfondimenti/il-mondo-di-mafiopoli-911889.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Durante la colonizzazione del selvaggio West americano, il Popolo degli uomini venne massacrato dall’esercito yankee nel corso delle sanguinose “guerre indiane”. La tribù pellerossa dei Sioux Dakota Hunkpapa era guidata dal grande capo e sciamano indiano Toro Seduto. In realtà il suo nome era Bufalo Seduto, o Tatanka Yotanka nella lingua dei nativi americani. Egli divenne famoso in seguito alla storica vittoria ottenuta nella battaglia del Little Big Horn contro le truppe comandate dal tenente colonnello George Armstrong Custer, soprannominato “capelli gialli”, grande capo dei “visi pallidi”.<span id="more-1889"></span></p>
<p>Molto tempo dopo, nel mondo della mafia siciliana, esattamente a Cinisi, sovrastava e tuonava don Tano Seduto, come a Corleone troneggiava don Totò Seduto, mentre altrove spadroneggia qualche altro don Seduto sul trono. Ma la mafia non è tramontata con l’arresto dei boss più spietati, cioè Riina e Provenzano, braccati e latitanti per anni, improvvisamente catturati allorché si sono rivelati inutili come arnesi ormai vecchi.</p>
<p>La rivoluzione antropologica della mafia</p>
<p>Quella che è morta e sepolta è senza dubbio la mafia più arretrata, anacronistica e tradizionale, la mafia rurale messa sotto processo dalle inchieste dei giudici Falcone e Borsellino, uccisi proprio dai sicari della cosca più feroce e sanguinaria, all’epoca vincente, quella dei Corleonesi. Al contrario, oggi la mafia è più ricca e potente che mai, non è scomparsa solo perché non ammazza più come sua abitudine, con metodi brutali e truculenti, vale a dire usando le armi, minacciando e terrorizzando la gente, compiendo stragi cruente per eliminare fisicamente i suoi nemici, siano essi tenaci e audaci sindacalisti come Placido Rizzotto, intrepidi attivisti politici come Peppino Impastato, giudici onesti e integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.</p>
<p>Ci sono altre mafie che continuano a massacrare le persone, ricorrendo ad eccidi eclatanti e indiscriminati: la Camorra dei Casalesi, la ‘Ndrangheta calabrese o alcune mafie straniere. La mafia siciliana evita di ammazzare perché si è in qualche modo “evoluta” e “civilizzata”, per meglio dire si è “mimetizzata”, in quanto non vuole più esporsi alle eventuali ritorsioni dello Stato, non intende più essere visibile per offrire l’impressione di non esistere più. Infatti rinuncia a mostrarsi, preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più civile e rispettabile. Ciò significa che Mafiopoli non esiste più? Niente affatto. La mafia ha solo imparato a dissimularsi meglio.</p>
<p>Essa continua ad agire indisturbata, molto meglio di prima, in una veste moderna e aggiornata. L’assetto del potere di Mafiopoli si è modificato profondamente, riciclandosi in forme nuove e più sofisticate. Anche la mafia, quella arcaica e primitiva, ha subito un processo di rivoluzione capitalistica che ha generato una mutazione antropologica e culturale, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito dell’odierna civiltà edonistica e consumistica di massa. Dunque, la mafia si è ristrutturata e globalizzata, diventando una holding company estremamente potente, una corporation tecnologicamente avanzata, un’impresa finanziaria multinazionale. Insomma, la mafia è a capo di un vasto Impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del sistema capitalistico italiano, una grossa compagnia imprenditoriale che può vantare il più ricco volume di affari del Paese.<br />
Mafia S.p.A.<br />
La mafia è diventata una complessa e potente società finanziaria privata, che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Azioni criminali! Come criminale, o quantomeno immorale, è l’intero apparato economico capitalistico, le cui ricchezze sono di origine perlomeno dubbia. “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa citazione mi serve per chiarire come la natura della proprietà privata, del grande capitale, delle immense rendite economiche, sia sempre illecita e sospetta, se non di origine criminale, in quanto discende da un atto iniquo di espropriazione violenta del prodotto, ossia del valore materiale creato dal lavoro collettivo. La matrice reale del sistema capitalistico è di per sé violenta e disonesta, come tenta di dimostrare Roberto Saviano nel suo best seller, Gomorra.</p>
<p>“Gli affari sono affari” per tutti gli uomini d’affari, siano essi personaggi incensurati, approvati moralmente e socialmente, siano essi figure losche e notoriamente riconosciute come criminali. Belve sanguinarie o meno, assassini e delinquenti o meno, pregiudicati o incensurati, gli uomini d’affari sono sempre poco onesti, in molti casi astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, per indole o vocazione individuale.</p>
<p>Del resto, le mafie non sono altro che imprese economiche criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue attività illecite con un obiettivo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta anche a servirsi dei mezzi più disonesti, a ricorrere al delitto più atroce. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare e corrompere, ad eliminare fisicamente i suoi avversari. Parimenti ad altri gruppi imprenditoriali, come le compagnie multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono all’ingerenza economica e imperialistica occidentale.</p>
<p>In altri termini, il delitto e la sopraffazione appartengono alla natura più intima dell’economia borghese, in quanto componenti intrinseche di un ordine retto sul “libero mercato”, sulle sperequazioni e le ingiustizie che ne derivano. La logica “mafiosa” è insita nella struttura medesima del sistema economico affaristico dominante, a tutti i livelli e in ogni angolo del pianeta, ovunque riesca ad insinuarsi l’economia di mercato e l’impresa neocapitalista. Ciò che eventualmente può variare è solo il differente grado di “mafiosità”, cioè di irrazionalità e di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente e brutalmente i propri nemici, come nel caso di tante “onorate” società riconosciute come criminali, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, più eleganti e raffinati, ma altrettanto spregiudicati, cinici e pericolosi.</p>
<p>Non vedo, non sento, non parlo</p>
<p>In dirittura d’arrivo un ragionamento finale, ma non esaustivo, vorrei riservarlo al fenomeno dell’omertà sociale. Mi permetto di suggerire anzitutto una definizione sommaria assunta da un comune dizionario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine omertà è di origine incerta, con molta probabilità è riconducibile all’etimo latino humilitas, cioè umiltà, adottato successivamente nei dialetti dell&#8217;Italia meridionale e modificato in umirtà. Da questa fonte vernacolare potrebbe scaturire l’odierna voce italiana.<br />
Nel gergo mafioso chiunque infranga il codice dell’omertà, o tenti di far luce su una verità, viene disprezzato come “infame” e “presuntuoso”. Il codice dell’omertà, consuetudine tipica del sistema mafioso, rappresenta da un punto di vista psicologico la salvaguardia dell’ambito familiare, la tutela dell’onore del clan di appartenenza. La famiglia mafiosa impartisce ai suoi membri il culto del silenzio, della reticenza, quale requisito essenziale della virilità. L’infausta catena omertosa si configura come una delle basi su cui si erge il lugubre potere della mafia. Per estensione, il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà di stampo mafioso, nell’accezione più ampia del termine, cioè nel senso di un potere costrittivo, violento e terroristico.</p>
<p>Dunque, l’uso intelligente e raffinato del linguaggio, se necessario urlato, il parlare ad alta voce, può esprimere un gesto di rottura e di rivolta contro il silenzio dell’omertà mafiosa in senso lato, può ispirare anche un modello di educazione basato su codici di comportamento meno oscurantistici, più liberi e democratici. Personalmente credo molto nel potere e nella priorità della parola, intesa ed esercitata non solo come veicolo di comunicazione, ma anche come metodo di critica e denuncia della realtà, come strumento di interpretazione e trasformazione del mondo, che non è l’unico esistente.</p>
<p>Il linguaggio contiene in sé la forza necessaria a mutare lo stato di cose presenti, a migliorare le nostre condizioni di vita e la realtà circostante. Potenzialmente la parola vale molto più di un pugno nello stomaco e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza sociale derivanti dal codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare e concorrere alla causa della libertà e della giustizia sociale, rompendo o rettificando situazioni e comportamenti che ci opprimono e ci indignano.</p>
<p>La parola, come testimonianza di un altro modo di vivere, di intendere e costruire i rapporti interpersonali  improntati ai principi della solidarietà, della libertà e della convivenza democratica, è senza dubbio una modalità alternativa, “eversiva” e destabilizzante rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia. L’uso della parola rinviene un senso concreto ed acquista maggior vigore e consapevolezza nella misura in cui può servire a violare il potere coercitivo della malavita organizzata, provando a vincere la diffusa e coatta mentalità mafiosa.</p>
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		<title>L&#8217;impegno di Giulio Cavalli</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 14:35:42 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/politica/limpegno-di-giulio-cavalli-911749.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/03/581px-Gcavalli.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1750" title="Giulio Cavalli" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/03/581px-Gcavalli-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Domenica 21 marzo Cesate ha ospitato Giulio Cavalli. Questo nome giungerà nuovo a chi si tiene aggiornato soltanto tramite i mezzi d&#8217;informazione &#8220;convenzionali&#8221;, ma per quelli che sfruttano altri canali, come il web, Giulio Cavalli rappresenta il nuovo che avanza, una ventata d&#8217;aria fresca in questa politica stantia che propina nomi e facce provati dall&#8217;usura del tempo, che restano aggrappati al capezzolo della politica non per vocazione, ma per tornaconto personale.<br />
Giulio Cavalli ha 32 anni e non ha un passato politico, ma possiede un notevole pedigree di impegno sociale: i suoi innumerevoli spettacoli teatrali denunciano il malaffare e il malfunzionamento in un paese (in nostro), in cui Stato e Mafia sono diventati un binomio inscindibile, anche grazie alla dilagante indifferenza di buona parte della popolazione.<span id="more-1749"></span><br />
Con lo spettacolo intitolato &#8220;Cento passi dal Duomo&#8221;, Cavalli sta cercando di portare ai cittadini lombardi una verità scomoda: la Mafia ha allungato i suoi tentacoli sull&#8217;Expo 2015, e le flebili smentite del politicante di turno non sono che la conferma di questo fatto. &#8220;Parlare di criminalità organizzata comporta dei rischi e delle reazioni&#8221;, sia da parte della mafia sia da parte di quel mondo politico colluso.<br />
Cavalli parla chiaro: &#8220;È un problema esistente e serve azione e la parola è azione&#8221;. Non ha paura di fare nomi e cognomi dei personaggi affiliati alle organizzazioni criminali: Pirolli, Barbaro, Papalìa e Liggio, non sono che una parte irrisoria della lista di questa mafia sempre meno visibile, che per entrare nel XXI secolo ha messo nell&#8217;armadio coppola e lupara, rimpiazzandole con giacca, cravatta e ventiquattrore.<br />
Ma la mafia non è tutto, specie in Lombardia. Infatti Cavalli non si lascia sfuggire l&#8217;occasione di rammentare la privatizzazione selvaggia perpetrata dal governatore Formigoni, emissario di Comunione e Liberazione, organizzazione che ha sempre più interessi nel territorio, in particolare nella sanità e nell&#8217;istruzione privata.<br />
La genuinità di questo ragazzo non sta soltanto nelle belle parole snocciolate per la platea, ma nella concretezza delle sue idee, già visibile in ben due proposte di legge di cui si fa portatore: una che riguarda l&#8217;ecosostenibilità degli edifici pubblici, grazie alle energia alternative, come il fotovoltaico; l&#8217;altra riguarda la limitazione del consumo del suolo, per impedire la cementificazione selvaggia del territorio, che, ricorda Cavalli, &#8220;non è proprietà della maggioranza di turno, ma è proprietà dei cittadini&#8221;. Limpido, perentorio e carismatico.<br />
Lo si potrebbe ascoltare per ore, senza stancarsi della sua verve, che lascia spazio anche a qualche scampolo di satira, che aggiunge brio al suo discorso.<br />
Legare il suo impegno sociale all&#8217;attività politica non è stata una scelta facile. È stato necessario l&#8217;incoraggiamento (e l&#8217;insistenza) di Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Antonio Di Pietro per riuscire a fargli &#8220;prendere una posizione&#8221;.<br />
&#8220;La bellezza di un impegno&#8221;, slogan della sua campagna elettorale, racchiude in sé una missione: tendere allenata la memoria degli italiani, sempre più lacunosa e minata dall&#8217;informazione di regime.<br />
Guardarlo in faccia significa guardare un futuro migliore, fatto di giovani che vogliono dare il loro indispensabile contributo per il bene del proprio paese, disinteressati al guadagno e votati al coinvolgimento della società, troppo spesso abbandonata a se stessa a fine campagna elettorale.</p>
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		<title>Berlusconi, la mafia, la libertà di stampa e la violenza politica</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 12:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi tempi la temperatura politica in Italia si è alzata notevolmente sia perché si è ripreso a parlare dei rapporti tra mafia e potere politico, nella fattispecie tra un pezzo della mafia e il capo del governo, ma soprattutto a causa dell’aggressione perpetrata contro Berlusconi. Ricordo una frase che suscitò scalpore, pronunciata dal premier [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/approfondimenti/berlusconi-la-mafia-la-liberta-di-stampa-e-la-violenza-politica-911355.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Negli ultimi tempi la temperatura politica in Italia si è alzata notevolmente sia perché si è ripreso a parlare dei rapporti tra mafia e potere politico, nella fattispecie tra un pezzo della mafia e il capo del governo, ma soprattutto a causa dell’aggressione perpetrata contro Berlusconi. Ricordo una frase che suscitò scalpore, pronunciata dal premier nel corso di una visita privata in Tunisia, in cui annunciava in modo eclatante l’intenzione di “passare alla storia come il presidente del Consiglio  che ha sconfitto la mafia”.</p>
<p>Ma la notizia che destò maggior stupore fu questa. Marcello Dell’Utri, tra i fondatori di Forza Italia, braccio destro di Berlusconi, già condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, il 19 agosto scorso annunciò di voler proporre una commissione d’inchiesta sulle stragi del ‘92. Un’intenzione disattesa nei fatti, ma annunciata e pompata sui media in modo enfatico. A quanto pare si trattava della consueta politica demagogica e sensazionalista, fatta di facili annunci e promesse sbandierate sui media e puntualmente tradite, a cui siamo abituati da tempo.Le vicissitudini politico-mediatiche degli ultimi tempi, a partire dalle querele che Berlusconi decise di sporgere contro La Repubblica e L’Unità, quindi le dimissioni di Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, organo ufficiale della CEI, fino al grave episodio di Milano e al varo di un provvedimento di legge volto a ridurre la libertà sul Web, hanno fatto riemergere il tema, già scottante e controverso, della libertà di informazione, insieme ad altri aspetti riconducibili ad un conflitto latente e permanente tra i poteri forti che da diversi anni condizionano pesantemente il destino del nostro Paese. Ma procediamo con ordine per cercare di comprendere la logica di tali vicende.</p>
<p>Il 26 agosto scorso, il Capo del governo decise di adire le vie legali depositando una citazione per danni contro il gruppo editoriale L’Espresso-Repubblica per contestare le dieci domande (evidentemente scomode) che per oltre due mesi il giornalista Giuseppe D’Avanzo gli ha posto sulle sue frequentazioni sessuali, senza ricevere alcuna risposta.<br />
Probabilmente ciò che avrebbe indotto Berlusconi ad agire legalmente contro La Repubblica furono le insinuazioni su una sua presunta “ricattabilità” e su presunte infiltrazioni al vertice dello Stato italiano da parte di centri mafiosi, in particolare della mafia russa, e l’ampia eco che tali notizie hanno avuto sulla stampa internazionale.<br />
Qualche tempo fa il direttore di Avvenire, Dino Boffo, rassegnò le dimissioni con una lettera inviata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Boffo era stato vittima di pesanti accuse sulla sua vita privata, in modo particolare sulle sue abitudini sessuali, messe al centro di una feroce e smisurata campagna diffamatoria condotta in modo cinico e spregiudicato da Vittorio Feltri, direttore del Giornale, il quotidiano edito dal fratello del premier Paolo Berlusconi.<br />
Nello stesso giorno delle dimissioni di Boffo, il presidente del Consiglio decise di trascinare in tribunale il direttore de L’Unità, Concita De Gregorio, insieme ad  altre quattro colleghe del noto quotidiano. La denuncia per diffamazione faceva formalmente riferimento ad una serie di articoli sugli scandali sessuali venuti fuori nell’estate scorsa.<br />
E’ evidente che i violenti attacchi sferrati contro alcuni tra i maggiori organi di stampa nazionali non potevano essere ricondotti semplicemente ad alcuni fatti episodici, né ai motivi ufficialmente addotti nelle querele inoltrate dai legali del premier, ma sono inquadrabili e spiegabili all’interno di una cornice più vasta e complessa che pone al centro non solo la libertà di informazione, sempre più minacciata da fenomeni di squadrismo, killeraggio ed imbarbarimento politico, ma pure una serie di affari ed interessi legati ad importanti centri di potere, tra cui non sarebbero da escludere gli scontri interni al Vaticano tra la Segreteria di Stato e la Conferenza Episcopale Italiana.<br />
Nei mesi immediatamente precedenti all’aggressione contro Berlusconi, il panorama politico italiano aveva assistito ad un frenetico susseguirsi di avvenimenti, esternazioni e iniziative, a cominciare dalle provocazioni estive avanzate dalla Lega Nord fino alla minaccia di elezioni anticipate, quindi lo squadrismo giornalistico di Vittorio Feltri che aveva indotto alle dimissioni il direttore di “Avvenire”, gli ignobili attacchi sferrati dal premier contro la libertà di stampa, che avevano suscitato reazioni diffuse di sdegno, il botta e risposta tra Gianfranco Fini e il foglio di Feltri, che ha lanciato un ricatto fin troppo palese contro il presidente della Camera, divenuto un bersaglio per le sue esplicite divergenze con le posizioni del presidente del Consiglio, la manifestazione nazionale del 3 ottobre per la difesa della libertà di stampa ed infine il recente NoBday.<br />
Questo solo per elencare gli avvenimenti più importanti e significativi degli ultimi mesi.<br />
Dal punto di vista strettamente storico la minaccia lanciata da Vittorio Feltri all’indirizzo di Gianfranco Fini ha costituito il primo ricatto politico condotto a mezzo stampa, facendo oltretutto ricorso ad un codice tutt’altro che cifrato. Negli anni ’50 e ‘60 erano frequenti i dissidi verbali tra gli avversari storici della Democrazia Cristiana, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani. I quali si contendevano la leadership all’interno del partito e del governo, azzuffandosi anche a colpi di ricatti e dossier legati alle attività investigative di giornalisti prezzolati o dei servizi segreti deviati, ma lo scontro intestino, per quanto aspro, cinico e spregiudicato, si svolgeva in modo dialetticamente raffinato ed elegante, adoperando un linguaggio velato ed allusivo, mai troppo esplicito. Quanto sta accadendo negli ultimi tempi rischia di accelerare un processo involutivo e degenerativo della vita politica italiana a scapito soprattutto del livello già basso della libertà di informazione e di quel poco di democrazia formale ancora vigente nel Paese.<br />
Dopo il ricovero di Berlusconi all’ospedale San Raffaele di Milano in seguito all’aggressione di domenica scorsa, in Italia si è scatenata la rabbiosa canea dei quotidiani più rognosi e reazionari e dei mass-media filogovernativi, che hanno denunciato con furiosa idiosincrasia il “clima di odio” esistente contro il capo del governo, accusando in modo indiscriminato tanto i riformisti e i socialdemocratici, quanto gli anarchici e i comunisti, riuniti nel medesimo calderone politico.<br />
A parte il fatto che nell’aggressione a Berlusconi si notano molteplici anomalie e incongruenze. Già un solo elemento irregolare avrebbe dovuto suscitare un sospetto, due indizi anomali costituiscono una mezza prova, ma in questo caso si rilevano troppe circostanze irregolari. Ma lasciamo perdere le analisi dietrologiche e complottistiche per limitarci ad un’interpretazione immediata dei fatti e, soprattutto, delle conseguenze.<br />
Al di là di tutto, conviene ragionare criticamente sulle cause e sugli effetti degli avvenimenti. Per comprendere l’accaduto non servono tanto indagini di ordine dietrologico, ma occorre una valutazione lucida ed obiettiva dei fatti e delle conseguenze, senza farsi influenzare dall’emotività. Non ci è dato sapere se l&#8217;aggressione a Berlusconi sia stata l’azione isolata di uno psicolabile o se dietro vi siano oscure manovre. Ciò che possiamo verificare e valutare sono le sue conseguenze politiche, in quanto non è la prima volta che viene sfruttato il gesto di uno squilibrato per godere dei benefici politici e pubblicitari derivanti da simili atti. Dunque, è lecito chiedersi: cui prodest? A chi giova ciò, quali sono i suoi effetti politici e ideologici?<br />
Il primo elemento da ravvisare è che l’aggressione si è verificata in un momento di grave crisi politica del governo, in cui i consensi di Berlusconi erano in netto calo. Il giorno precedente all’attentato le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che il premier era precipitato sotto il 50% dei consensi. Sfruttando l’eccezionale onda emotiva suscitata dall’aggressione contro Berlusconi, il consenso è immediatamente risalito. Questo è uno degli effetti senza dubbio più evidenti ed immediati prodotti dall’attentato. Gli altri effetti politicamente rilevanti sono riconoscibili nel ricompattamento di una maggioranza parlamentare che si stava sgretolando, nel disorientamento di una già inerte ed esausta opposizione parlamentare (con particolare riferimento al PD), ma soprattutto nell’isolamento e nella marginalizzazione di un’opposizione sociale che provava a riprendere vigore. Infatti, negli ultimi mesi, al di là dell’evanescente opposizione parlamentare, grazie ai nuovi strumenti di comunicazione si è sviluppato un vasto movimento di contestazione del premier che, malgrado i suoi limiti e la sua fragilità politica, ha sollevato con decisione la questione della cacciata di Berlusconi.<br />
Dopo l’attentato e la comparsa di gruppi su Facebook inneggianti all’attentatore, il governo ha risposto con una furibonda crociata contro Internet, il cui paladino è il ministro dell’Interno. L’unica risposta è stata la volontà dichiarata di oscurare i siti web che criticano il capo del governo. Questa è stata la reazione del governo e dell&#8217;intera classe dominante, la quale, non potendo più contare sul ruolo rassicurante dei partiti socialdemocratici, ora riscopre il vecchio, ma sempre efficace, arsenale repressivo.<br />
A proposito di censura e mettendo al bando ogni ipocrisia, non ci si può stupire se su Facebook attecchisca un malcostume verbale quando un ministro in carica ha urlato “questa sinistra di merda vada a morire ammazzata”. Se un ministro della Repubblica si esprime in una maniera così aggressiva, violenta e volgare, perché ci si meraviglia se un linguaggio altrettanto infelice viene adottato da coloro che frequentano Internet?<br />
E’ evidente che la comparsa eccessiva dei gruppi su Facebook inneggianti a Tartaglia costituisce solo un pretesto per mettere il bavaglio ad un mezzo di comunicazione e di mobilitazione di massa che ha rivelato tutta la sua forza in occasione dell’organizzazione di un evento mediatico e politico come la manifestazione nazionale del 5 dicembre scorso, a cui hanno partecipato moltissime persone convocate tramite la Rete Web.<br />
Infine, bisogna segnalare il vile e pavido comportamento dei sedicenti ed evanescenti &#8220;democratici&#8221; del nostro Paese, chiusi in un eloquente ed imbarazzato silenzio rispetto ad un’improvvisa svolta in senso bonapartista della politica e della società, preoccupati solo di associarsi al coro di solidarietà nei confronti di Silvio Berlusconi.</p>
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		<title>Di Pietro, in piazza contro Governo &#8220;Ad Personam&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 11:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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<p><span id="more-1322"></span>&#8220;Ancora una volta saremo in piazza accanto  alla migliore espressione della societa&#8217; civile &#8211; continua il  leader IdV &#8211; per dire basta a questo governo &#8216;ad personam&#8217; che  lavora solo per l&#8217;interesse di Berlusconi e di alcuni suoi  amici. Saremo in piazza contro un esecutivo che non sta facendo  nulla per il Paese e per fronteggiare la grave crisi economica  che sta mandando sul lastrico molte famiglie italiane. Ormai non passa giorno senza che una piazza non si riempia  di operai, poliziotti, pompieri, precari della scuola,  dipendenti di aziende in crisi: cittadini che protestano contro  l&#8217;immobilismo e il disinteresse di questo governo&#8221;. &#8221;Le  priorita&#8217; di Berlusconi sono i suoi problemi e non quelli del  Paese &#8211; conclude Di Pietro &#8211; abolizione delle intercettazioni,  lodo Schifani, lodo Alfano, processo breve, legittimo  impedimento, prescrizione breve, scudo fiscale. Questi sono solo  alcuni esempi dei continui tentativi di Berlusconi per  difendersi dai processi e non nei processi: gli italiani sono  stanchi, e&#8217; ora di dire basta a questo esecutivo che sta  screditando il nostro Paese anche a livello  internazionale&#8221;<br />
Inoltre, Antonio Di Pietro garantisce ai cittadini che il blog  (www.antoniodipietro.it) e il sito dell&#8217;Italia dei Valori  (www.italiadeivalori.it) trasmetteranno la diretta streaming  dell&#8217;evento, sia per quanto riguarda gli interventi che si  susseguiranno dal palco, sia per il  corteo che si spostera&#8217; da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni. II 5 dicembre, inoltre, ci sara&#8217; la possibilita&#8217; di tenersi  aggiornati con le notizie flash su Twitter e utilizzeranno la  piattaforma di Flickr (www.flickr.com) per raccogliere le foto  degli utenti presenti in tutte le piazze d&#8217;Italia.</p>
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		<title>Luigi De Magistris a Palermo il 18 Luglio, 20.30, facoltà di Giurisprudenza</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2009 18:55:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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<p>con questa voglio informarvi che il 17 Luglio, il prossimo venerdì, partirò per Palermo in occasione della 3 giorni organizzata da Salvatore Borsellino &#8211; col sostegno di volontari di tutt’Italia e di diverse associazioni antimafia – in onore e memoria del fratello Paolo, ucciso, come tutti voi ben sapete, il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo. Come militante IDV, sottolineo con orgoglio che Luigi De Magistris sarà uno dei pochissimi uomini politici ammessi a partecipare. Come palermitana e, da sempre militante antimafia,  è con grande passione che vi rendo partecipi di accadimenti che hanno segnato inevitabilmente la vita di tutti i siciliani onesti.</p>
<p>La manifestazione di quest’anno va oltre la semplice ed ipocrita commemorazione di molti politici, discussi e discutibili, che ogni anno si riversano nel capoluogo siciliano con il semplice fine di “assicurarsi che Paolo sia davvero morto” secondo le parole di Salvatore e Rita Borsellino, fratelli del magistrato ucciso.</p>
<p>Molti magistrati e addetti ai lavori hanno da tempo messo in rilievo come i processi, già celebrati e chiusi, sulla strage di via D’Amelio, fossero a dir poco lacunosi. A tal punto che un mese fa, circa il processo per i mandanti esterni della strage è stato straordinariamente riaperto per il sopravvenire di nuove e determinanti prove. Perché se è chiaro a tutti, ed è provato, che gli assassini materiali sono esponenti della mafia siciliana, non altrettanto chiaro è da chi hanno preso ordini. L’ipotesi più accreditata sembra quella per cui l’ordine di uccidere è venuto direttamente da persone delle istituzioni. Il problema è, chi? Quale comitato di affari e politica aveva in quel momento interesse ad eliminare il giudice Borsellino. Come dice Travaglio “la seconda Repubblica si fonda sul sangue delle stragi del 92”!  Le prime indagini sui mandanti occulti, conclusosi con archiviazione, aveva ad oggetto due imputati, “alfa e beta”, si legge nella sentenza, che altri non sono che Marcello dell’Utri e Silvio Berlusconi! Le reticenze dei pentiti che hanno portato alla archiviazione sembra che adesso comincino a incrinarsi… Nuovi pentiti hanno deciso di parlare e nuove prove sono in fase di esamina da parte degli inquirenti. Se così fosse, aspettiamoci il peggio….</p>
<p>Ecco dunque che la nostra manifestazione non sarà una commemorazione con finte lacrime ma una richiesta a gran voce di verità su via D’Amelio. Nessun “alto” rappresentante delle istituzioni avrà il diritto di mescolarsi con noi, società civile che chiede giustizia. Nessuna passerella sarà permessa, nessun governante avrà il diritto di parlare. Borsellino è stato ucciso dallo Stato e lo Stato deve rendere conto a noi!!</p>
<p><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1270:manifestazione-a-palermo-per-il-19-luglio-2009&amp;catid=20:altri-documenti&amp;Itemid=43" target="_blank">Programma e approfondimenti</a></p>
<p>Rivista on-line che supporta la manifestazione: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/" target="_blank">http://www.antimafiaduemila.com/</a></p>
<p style="text-align: right;">Angela Gulotta<br />
IDV Belgio</p>
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		<title>Caro Salvatore, è un sabato strano oggi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2009 12:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Montalbano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Caro Salvatore, è un sabato strano oggi. Una di quelle giornate trascorse a casa a leggere, a fare un punto, a confrontarmi con i miei affetti. Uno strano sabato, Salvatore, di quelli buoni per prendere qualche decisione, per fare mezzi bilanci, per pensare a quello che si è fatto e scritto negli ultimi mesi. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/editoriali/caro-salvatore-e-un-sabato-strano-oggi-91121.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><div>
<p>Caro Salvatore,<br />
è un sabato strano oggi. Una di quelle giornate trascorse a casa a leggere, a fare un punto, a confrontarmi con i miei affetti. Uno strano sabato, Salvatore, di quelli buoni per prendere qualche decisione, per fare mezzi bilanci, per pensare a quello che si è fatto e scritto negli ultimi mesi.<span id="more-121"></span></p>
<div>
<p>E allora te lo voglio raccontare questo sabato, Salvatore. Eccomi qui, con le mie carte e miei appunti la tranquillità di chi mi sta accanto e condivide ogni passo di quello che ho fatto. Riascolto vecchi dischi. Rileggo vecchie carte. Prendo appunti e ogni tanto sorrido: di quanta inconsapevolezza sia fatto a volte questo lavoro. Ritrovo una vecchia inchiesta sulle navi dei veleni scritta per Diario nel 1997. Capo Spartivento, Calabria, e poi container al largo di Ustica, e poi Bosaso in Somalia, e una nave, la Rigel, che tutti sanno dove e come e perché è affondata ma nessuno la trova.<br />
Ritrovo il blocco degli appunti di allora, non solo la copia del giornale, e poi un faldone con atti e deposizioni e audizioni. Numeri, dati, nomi. Inconsapevolmente raccolti e poi finiti in cima a uno scaffale a prendere polvere. Buoni oggi come ieri. Peccato che a nessuno frega niente di una nave della ‘ndrangheta carica di rifiuti e scorie delle industrie del nord autoaffondata nello Jonio. Insieme almeno a altre 40. Vabbè, ci siamo abituati.<br />
Metto su Jungleland di Bruce Springsteen e mi faccio un caffè. E riapro il file della sentenza definitiva del processo Borsellino Bis. In questi mesi l’ho aperto e riaperto più volte. Perché c’è una verità storica, non solo giuridica, in quegli atti che fa tremare i polsi. Quanta inconsapevolezza dal 1992 a oggi. Quanto fumo negli occhi, e quante volte abbiamo infilato la testa nella sabbia per non guardare. Scorrono le immagini della piazza di Napoli, una folla di ragazzi. Molti, tanti, appena nati nel 1992. Cosa gli stiamo lasciando? Quale memoria? Quale Paese?<br />
Ripenso all’abbraccio martedì sera con te Salvatore. Ognuno fa il suo. Io forse (almeno prima di conoscerti) per inerzia, solo per mestiere, tu invece con la consapevolezza che ti stai giocando la vita nella battaglia per fare emergere la verità sulla morte di tuo fratello. Io sono niente, solo un cronista, un registratore acceso appoggiato sul tavolo e poi una penna dietro a cui nascondermi. Tu hai solo il tuo piccolo e umanissimo corpo. E il tuo grido. La tua è una gentile determinazione, che esprime una radicalità che ormai ci siamo persi per strada cercando di ragionare sui nostri fallimenti. Tu non hai fallimenti da occultare e tantomeno da farti perdonare. Tu hai solo te stesso e la tua richiesta di verità.<br />
Caro Salvatore, che quando torni a Palermo ti si riempie la bocca di un siciliano di popolo, ti devo fare una confessione. Mi intimorivi, con la tua radicalità. Da quando ho ripreso a occuparmi di cronaca, e di questa cronaca, sentivo di essere inadeguato, forse addirittura prevenuto. Troppo fragile e strutturato per potermi confrontare con la tua determinazione. Poi piano piano, leggendo le carte, sentendo e rileggendo le tue parole, ho capito quale frammento enorme di realtà tu ti sia messo sulle spalle. E allora t’ho cercato, e ho cercato nel mio piccolo in un piccolo giornale di raccontare quel frammento anch’io. Facendo il mio lavoro. A schiena dritta, senza timori, una volta tanto.<br />
Perché a volte siamo così autoreferenziali, distanti, freddi, salottieri. E ci scordiamo il valore della fatica, del lavoro, del consumare scarpe. E perdiamo il coraggio. Quel coraggio che ci ha fatto adulti e poi da adulti ci siamo dimenticati.<br />
Salvatore il 19 luglio ci sarò anche io. Non solo per raccontare i fatti con la mia penna. Ma ci sarò con il mio corpo, insieme a te e ai tanti che raccoglieranno il tuo appello. Ci sarò anch’io a chiudere l’accesso a via D’Amelio a chi, a ogni commemorazione, nel momento stesso in cui depone una corona di fiori, rilascia due battute ai cronisti, posa per i fotografi e per le televisioni, occulta un frammento e poi un altro e un altro ancora della verità sulla morte di tuo fratello. Il giudice Paolo Borsellino, morto con accanto i ragazzi della sua scorta: Emanuela Loi, Walter Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano e Eddy Walter Cosina.<br />
Una strage che oggi appare sempre più “strage di Stato con interessi di mafia” che “una strage di mafia con qualche interesse di pezzi dello Stato”.</p>
<p>Un abbraccio</p>
<p>Pietro Orsatti<br />
redattore di left-Avvenimenti</p></div>
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		<title>E&#8217; calata la sordina sui temi della lotta alla mafia non appena è stato investigato il livello dei mandanti esterni delle stragi</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 00:26:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Montalbano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giornali e televisioni hanno deciso di calare il sipario sulle denunce provenienti dai  magistrati  antimafia. La verità sulle stragi deve essere sepolta definitivamente. I mandanti occulti protetti. I rapporti collusivi tra i boss e le classi dirigenti di questo paese insabbiati. Il Dott. Antonino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo, lancia accuse molto pesanti. Anche [...]]]></description>
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<p>Giornali e televisioni hanno deciso di calare il sipario sulle denunce provenienti dai  magistrati  antimafia. La verità sulle stragi deve essere sepolta definitivamente.<span id="more-119"></span></p>
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<p>I mandanti occulti protetti. I rapporti collusivi tra i boss e le classi dirigenti di questo paese insabbiati. Il Dott. Antonino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo, lancia accuse molto pesanti. Anche in questo caso il circuito informativo lo ignora. Politica e informazione nascondono le verità scomode ai cittadini. A seguire parte delle dichiarazioni rilasciate dal Dott. Di Matteo durante la presentazione palermitana del libro “Colletti sporchi” il 7 marzo scorso. Riferendosi al periodo delle indagini sulle stragi mafiose del 92’, svolte a Caltanissetta, il magistrato ricorda  come fosse: “un momento in cui sentivamo intorno a noi l’impegno di tutte le articolazioni dello Stato, delle Forze di Polizia che facevano a gara per collaborare”, “sentivamo l’attenzione dell’opinione pubblica, la viva attenzione dei mass-media”, “ricordo che alla procura  di Caltanissetta vennero destinati in applicazione magistrati più esperti, vennero destinate risorse, mezzi e uomini che ci consentirono di andare avanti fino ad arrivare alle condanne definitive di esecutori e mandanti mafiosi delle stragi”.<br />
“A quel punto, però, qualcosa è cambiato: abbiamo cominciato ad assistere a questa lenta ma inesorabile caduta di attenzione e di impegno”, “c’è stata una disattenzione da parte della politica”, “c’è stata la disattenzione dei mass media e quindi dell’opinione pubblica, è calata la sordina”.<br />
“Oltre agli esecutori di Cosa Nostra, nelle stragi, sono stati coinvolti altri soggetti che hanno ispirato e armato le mani dei mafiosi, c’è scritto nelle sentenze definitive”, “un paese serio avrebbe dovuto  avvertire e  dovrebbe avvertire ancora oggi come immanente e impellente il bisogno dell’approfondimento e non è stato così”.<br />
“Noi abbiamo una mafia che è stata, è e sarà  sempre consapevole della centralità e della importanza dei rapporti con la politica, con le istituzioni, l’imprenditoria, il mondo delle professioni”, “e dall’altra parte a che cosa assistiamo? assistiamo ad una situazione in cui i partiti politici continuano a candidare personaggi in conclamati ed accertati rapporti con i mafiosi, quando addirittura non già condannati per fatti di mafia, anzi in un sistema elettorale, come quello che ci caratterizza in cui non c’è più il voto di preferenza, hanno anche cura di metterli  nei primi posti della lista per garantire loro l’elezione”, “i Consigli degli Ordini, penso per esempio al Consiglio dell’Ordine dei medici di Palermo, al Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Palermo non adottano alcun provvedimento disciplinare nei confronti di loro iscritti, già condannati per concorso in associazione mafiosa oppure, anche se non già condannati, oggettivamente sorpresi dalle microspie nei salotti dei boss mafiosi a chiedere favori e raccomandazioni politiche al capo mandamento di  turno”, “nessuno fa niente, esiste soltanto l’azione penale e il contrasto delegato ai magistrati, tutti si riempiono le bocche di belle parole e di belle intenzioni  ma i fatti non sono susseguenti a quelle parole, molti troppi imprenditori, al di la delle iniziative e dei proclami antiracket  di mera facciata, continuano a mantenere con Cosa Nostra nell’ottica del reciproco vantaggio, sistematici rapporti di scambio di favori”.<br />
“E&#8217; calata la sordina sui temi della lotta alla mafia non appena è stato investigato il livello dei mandanti esterni delle stragi”.<br />
“E’ in atto il Piano di Rinascita della P2”.</p></div>
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		<title>I magistrati oscurati: Roberto Scarpinato</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 16:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Montalbano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Dott. Roberto Scarpinato, magistrato antimafia della procura di Palermo, da qualche tempo, interviene ai convegni sulla mafia rilasciando dichiarazioni che, in un paese democratico, manderebbero in fibrillazione le redazioni giornalistiche e farebbero tremare i polsi alla politica. In Italia niente di tutto ciò avviene. Informazione e politica si limitano ad ignorare quel magistrato e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/primo-piano/i-magistrati-oscurati-roberto-scarpinato-91117.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><div>
<p>Il Dott. Roberto Scarpinato, magistrato antimafia della procura di Palermo, da qualche tempo, interviene ai convegni sulla mafia rilasciando dichiarazioni che, in un paese democratico, manderebbero in fibrillazione le redazioni giornalistiche e farebbero tremare i polsi alla politica.<span id="more-117"></span></p>
<div>In Italia niente di tutto ciò avviene. Informazione e politica si limitano ad ignorare quel magistrato e le sue affermazioni. In altre parole lo eliminano dalla scena. Stiamo parlando di un magistrato che dal 1989 al 1992 ha fatto parte del pool antimafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, diventando poi componente della Direzione distrettuale antimafia e che si è occupato dei più importanti processi di mafia. I persuasori dell&#8217;opinione pubblica preferiscono rimpinzare la gente di trippa e frattaglie uniformando le nozioni popolari e ricreando un mondo di minimi comuni denominatori della cultura nazionale. Di seguito la trascrizione di una parte del discorso tenuto dal Dott. Scarpinato, nel febbraio scorso, preso la Casa della cultura a Milano: “Le vicende che vengono fuori dalle intercettazioni sono vicende che ci raccontano una trasversalità, purtroppo, nella gestione di affari poco puliti e credo che non sia un caso che le intercettazioni siano diventate il punto di attacco fondamentale del sistema politico. Perché ormai si  è costruito un sistema di omertà blindato, testimoni non se ne trovano più, le poche persone che hanno osato raccontare alla magistratura i misfatti dei potenti hanno dovuto subire una via crucis che non ha risparmiato neanche i loro affetti più  personali, faccio un nome per tutti: Stefania Ariosto; collaboratori non ce ne sono più, ci sono collaboratori che raccontano episodi di criminalità da strada; magistrati che hanno osato fare indagini sui potenti sono sottoposti a procedimento disciplinare e trasferiti d’ufficio con procedure sommarie.<br />
Oggi l’unico momento di visibilità del modo con cui viene esercitato il potere sono rimaste le intercettazioni, sono le macchine che ci fanno ascoltare in diretta la vera e autentica voce del potere. E quando c’è un potere che opera nell’illegalità, questo è diventato l’unico tallone di Achille che consente a noi di vederlo perché abbiamo una opposizione inesistente, un giornalismo che purtroppo non ha più spazi nella televisione, una magistratura che viene sempre più addomesticata, l’unico momento di visibilità democratica di come funziona il potere in Italia sono appunto le intercettazioni.<br />
Ed ecco perché la riforma delle intercettazioni deve passare, perché da quel momento in poi noi non sapremo più quello che succede in questo paese, la magistratura sarà privata degli strumenti fondamentali e il discorso sulle toghe rosse non ci sarà più, perché non risaranno né toghe rosse, né toghe nere, né toghe di centro, ci sarà quella impunità del potere di cui era consapevole il Dott. Azzeccagarbugli quando Renzo Tramaglini diceva dobbiamo agire secondo legge nei confronti di  Don Rodrigo, ma che stiamo scherzando? Ecco io credo che questo è una cosa di cui siamo un po tutti consapevoli.<br />
Io e i miei colleghi assistiamo sgomenti a quello che sta accadendo perché ci siamo battuti in questi anni con tutte le nostre risorse per cercare di arginare l’avanzare della criminalità mafiosa e della  criminalità del potere e renderci conto che stanno facendo saltare gli ultimi anticorpi, che ci stanno disarmando, che stanno consegnando il paese alla criminalità è qualcosa che ci lascia sgomenti, interdetti e ci  fa interrogare sul senso del sacrificio di quelli che prima di noi si sono sacrificati con la vita per cercare di contrastare… e io vi confesso che da qualche tempo ho difficoltà a partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle cerimonie per  l’anniversario della strage di Capaci e di via D’Amelio perché quando vedo in prima fila, a rappresentare lo Stato, personaggi sotto processo o condannati per mafia o per corruzione, io non mi sento di poter stare in quella stessa chiesa, non mi sento di poter stare in quello stesso palazzo, e mi chiedo ma come potranno i nostri ragazzi credere in uno stato che ha queste facce.<br />
Allora altro che toghe rosse, io credo che la partita si sta giocando, in questi giorni, e credo che se questa partita  delle intercettazioni sarà perduta, non avremo soltanto una pessima riforma processuale ma avremo uno squilibrio dei poteri in Italia, è strano che una riforma processuale abbia uno spessore  di carattere costituzionale ma questo avviene perché siamo in una situazione di patologia, perché in una situazione fisiologica, ci sono tutta una serie di anticorpi che consentono di controbilanciare gli abusi del potere, c’è una opposizione parlamentare, c’è un giornalismo libero e indipendente, c’è una separazione dei poteri. In un paese come questo in cui tutti questi anticorpi sono stati disinnescati e dove soltanto le macchine, le microspie svolgono la funzione di opposizione, di visibilità democratica, quando anche le macchine saranno messe a tacere io credo che questo paese sarà messo a tacere”.</div>
</div>
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		<title>“Colletti sporchi” di sangue</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 16:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Montalbano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vera emergenza nazionale è la criminalità organizzata. Pietro Grasso, procuratore  nazionale antimafia, lo ha chiaramente detto, in Parlamento, illustrando la relazione annuale della DIA. Le mafie sono “forti” e “vitali”, risultano sempre più infiltrate nello Stato e  condizionano fortemente l’economia e la vita dei cittadini attraverso il controllo degli appalti  pubblici, della distribuzione alimentare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/interni/%e2%80%9ccolletti-sporchi%e2%80%9d-di-sangue-91111.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><div>La vera emergenza nazionale è la criminalità organizzata. Pietro Grasso, procuratore  nazionale antimafia, lo ha chiaramente detto, in Parlamento, illustrando la relazione annuale della DIA.<span id="more-111"></span></p>
<div>Le mafie sono “forti” e “vitali”, risultano sempre più infiltrate nello Stato e  condizionano fortemente l’economia e la vita dei cittadini attraverso il controllo degli appalti  pubblici, della distribuzione alimentare, dei rifiuti e dei mercati ortofrutticoli. Chi fa impresa al sud è costretto a lavorare in condizioni di mercato alterate e a subire vessazioni e taglieggiamenti intollerabili. Durante la presentazione palermitana del libro “Colletti sporchi”, scritto dal sostituto procuratore di Roma Luca Tescaroli (assieme a F. Pinotti),  l’autore ha puntualizzato come non si riesca “a risolvere il centenario problema delle mafie poiché la linea di demarcazione tra Stato e mafia non è così netta. Vi sono ampie arie di compenetrazione”.<br />
Nino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo, osserva che siamo di fronte ad “Una mafia che è sempre stata consapevole della centralità dei rapporti col potere politico, delle istituzioni, dell&#8217;imprenditoria e del mondo delle professioni senza i quali diverrebbe un&#8217;organizzazione criminale come le altre, facilmente debellabile”. “Dall&#8217;altra parte invece a cosa assistiamo?”, “alla candidatura nei partiti politici di candidati collusi e già condannati”. Di Matteo rivolge dure critiche al Consiglio dell’ordine dei medici e degli avvocati i quali non prendono posizione “nei confronti di loro iscritti già  condannati oppure oggettivamente sorpresi a chiedere favori e raccomandazioni”, “Nessuno fa niente esiste soltanto l&#8217;azione penale”, “Si riempiono la bocca di belle  parole e di belle intenzioni ma i fatti non sono susseguenti a quelle parole”, “Molti continuano a mantenere rapporti di sistematico reciproco vantaggio”.  Nino Di Matteo parla anche delle stragi: “Le stragi non furono solo opera di Cosa Nostra”, “E&#8217; calata la sordina sui temi della lotta alla mafia non appena è stato investigato il livello dei mandanti esterni delle stragi”, “Sentenze definitive di più Corti di Assise hanno confermato che le stragi non furono solo opera di Cosa Nostra e che le mani dei mafiosi siano state armate ed ispirate è sancito dalla Cassazione. Non è stata solo un&#8217;avventura di qualche magistrato in cerca di celebrità. Un paese serio dovrebbe avvertire come imminente e impellente il bisogno dell&#8217;approfondimento. Ma non è stato così”. Roberto Scarpinato, sostituto procuratore di Palermo, ricorda che “La storia dei Colletti bianchi è antica e cruciale. Quando Confindustria ha dichiarato di voler espellere coloro che pagano il pizzo mi sono congratulato e ho scritto una lettera suggerendo di cominciare ad espellere coloro che già erano stati condannati e non è stato fatto. Perché? Perché come si fa ad espellere un blocco della classe dirigente? Nessuno, nessun governo di destra, di sinistra e di centro ha potuto governare questo Paese senza scendere a patti con questo blocco di potere, la cosiddetta borghesia mafiosa”. Anche Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, interviene sull’argomento stragi “Si nasconde la storia della stagione stragista nella quale è nata la cosiddetta seconda repubblica”, “Nella sua storia il nostro Paese è stato condizionato dallo stragismo e dai delitti politici. Un Paese caratterizzato dall&#8217;irredimibilità della propria classe dirigente che mostra un’inclinazione a delinquere ed una grande capacità di auto-assolversi, tanto da riuscire a mettere in piedi processi legalizzanti delle stesse condotte illecite”. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, chiede che venga fatta giustizia piena sulle stragi e afferma che quei “colletti sono sporchi di sangue”. Si tratta di affermazioni gravissime rilasciate dai più importanti magistrati antimafia italiani. Denunce che non trovano alcuna diffusione mediatica. Il controllo politico dell’informazione impone il silenzio.</div>
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