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	<title>OrizzontiNuovi.org &#187; economia</title>
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		<title>Risoluzione IdV per contrastare la batteriosi del kiwi</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 15:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La XIII Commissione, premesso che: il kiwi è coltivato in Italia su una superficie pari a circa 29.000 ettari, concentrati per l’86% in cinque Regioni (Lazio 32%, Piemonte 21%, Emilia-Romagna 14 %, Veneto 13%, Calabria 6%), la cui produzione è esportata per oltre il 70% del suo potenziale (più di 360.000 tonnellate esportate nel 2009, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/economia-lavoro/risoluzione-per-contrastare-la-batteriosi-del-kiwi-912724.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p><strong><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2011/06/110605kiwi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2725" title="110605kiwi" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2011/06/110605kiwi-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" /></a></strong>La XIII Commissione,</p>
<p>premesso che:</p>
<p>il kiwi è coltivato in Italia su una superficie pari a circa 29.000 ettari, concentrati per l’86% in cinque Regioni (Lazio 32%, Piemonte 21%, Emilia-Romagna 14 %, Veneto 13%, Calabria 6%), la cui produzione è esportata per oltre il 70% del suo potenziale (più di 360.000 tonnellate esportate nel 2009, pari al 76% dell’offerta nazionale). <span id="more-2724"></span>La produzione di kiwi in Italia si attesta sulle 460.000 tonnellate di prodotto commercializzabile, a cui si può attribuire un valore commerciale medio pari a circa 800/900 euro a tonnellata, con un valore economico stimabile in circa 400 milioni di euro;</p>
<p>fino a poco tempo fa, l’Italia era il primo produttore mondiale di kiwi, coltura che ha rappresentato in regioni come il Lazio e l’Emilia Romagna un forte elemento di sviluppo economico per i territori. Tale produzione di <strong>kiwi</strong>, da alcuni anni è soggetta all’attacco di una grave patologia che sta causando molti problemi e danni;</p>
<p>i primi focolai della malattia si sono registrati nel 2007, nel Lazio vi sono state le prime segnalazioni di problematiche patologiche a carico delle piante di actinidia, riconducibili all’agente del “cancro batterico dell’actinidia”;</p>
<p>lo pseudomonas syringae causa grossi danni alle piante ed ai frutti, fino a causare la morte di interi impianti. Gli agricoltori del basso Lazio sono almeno due anni che cercano il sostegno del governo, delle istituzioni e della Comunità europea;</p>
<p>il gruppo Italia dei Valori, il 27 maggio 2010, ha presentato un’interrogazione parlamentare (4-07378 del 27 maggio 2010) in tal senso, senza avere alcuna risposta;</p>
<p>le istituzioni si sono rimpallate vicendevolmente la responsabilità dell’intervento in merito a tale crisi, il problema è così sfuggito di mano ed il settore rischia di perdere il suo primato non a causa del mercato che manca, ma a causa dell’indifferenza delle amministrazioni che dovrebbero intervenire .  La produzione di kiwi fornisce reddito e lavoro a migliaia di piccole aziende agricole che ne hanno fatto la loro peculiarità. Per territori come la provincia di Latina la coltivazione del kiwi ha prodotto un indotto molto vasto tra fornitori di beni e servizi specializzati su questa coltura. La previsione della perdita di alcune migliaia di ettari coltivati nei prossimi anni causerà un drammatico ridimensionamento del reddito dei produttori di kiwi e dei loro territori;</p>
<p>le azioni sono state individuate con  Decreto Ministeriale del 7.2.2011 &#8211; Misure di emergenza per la prevenzione, il controllo o l’eradicazione del cancro batterico dell’actinidia causato da <em>Pseudomonas syringae pv. Actinidiae </em>. Bisogna ora mettere in atto concretamente tali azioni, attivando le necessarie disponibilità finanziarie;</p>
<p>il Ministro delle politiche agricole, <strong>Saverio Romano</strong>, presenziando al <strong>Tavolo sull’emergenza del cancro batterico dell’actinidia</strong> ha annunciato la volontà del <a href="http://agronotizie.imagelinenetwork.com/ILN3/gaOutbounds.cfm?redirect=http%3A//www.politicheagricole.it&amp;k=JCQ%3D" target="_blank">Mipaaf</a> di assumere il <strong>coordinamento di tutte le iniziative di ricerca</strong> in questo campo, sia a livello nazionale che regionale, istituendo un tavolo per condividere con tutti gli attori istituzionali e produttivi del settore le iniziative da assumere in questo senso;</p>
<p>Il Ministro ha altresì reso noto che sono stati stanziati circa 6 milioni di euro da destinare al riordino del servizio fitosanitario nazionale da destinare, oltre che all’attivazione di un piano specifico di settore, ad iniziative di ricerca nazionali e regionali affinché si possa giungere ad un miglioramento genetico delle piante di actinidia (kiwi) riducendo la propagazione del batterio;</p>
<p>per quanto riguarda però gli indennizzi ai produttori colpiti dal contagio, non sono stati stanziati fondi diretti;</p>
<p>il problema del kiwi oltre ad essere un problema degli agricoltori, interessa anche tutto il territorio nazionale.</p>
<p><strong>Impegna il Governo:</strong><strong> </strong></p>
<p>vista l’importanza socio &#8211; economica di tale produzione, ad adottare misure urgenti a fine di contrastare, efficacemente, nei modi e nei tempi utili, tale fenomeno e a stroncarne la diffusione in Italia;</p>
<p>- a fornire strumenti che siano in grado di rispondere in maniera rapida ed efficace all’emergenza che il settore sta vivendo da tempo e ad intervenire con maggiore decisione a sostegno della ricerca, soprattutto di quella finalizzata all’individuazione di varietà resistenti alla malattia;</p>
<p>- a costituire un gruppo di esperti per la puntuale mappatura di territori colpiti dalla malattia;</p>
<p>- a costituire celermente una <em>task force</em> per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione della malattia;</p>
<p>- a prevedere, decretando anche lo stato di crisi del comparto agricolo di riferimento, aiuti diretti ai produttori che intervengono sui focolai di infezione, con la distruzione delle piante infette e la successiva sostituzione con piante sane.</p>
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		<title>Perché sono contro il nucleare in Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 15:52:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/economia-lavoro/perche-sono-contro-il-nucleare-in-italia-912644.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2011/06/nucleare1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2645" title="nucleare1" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2011/06/nucleare1-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>La prima pila atomica sul pianeta terra si era accesa in maniera completamente naturale, in una località africana del Gabon, circa 2 miliardi di anni fa, quando i batteri erano l’unica forma di vita sulla terra. Il fatto che sia stato possibile scoprirla, a distanza di così tanto tempo ci dice che tipo di eredità lasceremo, non solo alle future generazioni, ma anche alle future forme di vita.<span id="more-2644"></span><br />
L’energia nucleare e` stata “liberata” per la prima volta da un Italiano, il grande Enrico Fermi, che il 2 Dicembre del 1942, a Chicago, per la prima volta accese una reazione a catena controllata, ottenendo energia dai nuclei di Uranio. Da allora la tecnologia ha fatto enormi progressi, ma la sostanza non è cambiata: il combustibile è un certo isotopo dell’Uranio e dunque il tipo di residuo (scorie) della reazione è sostanzialmente lo stesso. L’energia nucleare da Uranio presenta dei problemi intrinseci e problemi legati alla particolare situazione italiana. Il problema fondamentale, di natura economica e tecnica, è la disponibilità di uranio fissile nei prossimi anni. In Italia c’è solo una modestissima quantità di minerali di uranio, in provincia di Sondrio e in provincia di Bergamo, per di più in aree soggette a vincolo naturalistico. Dovremmo dunque dipendere dal combustibile importato, proprio come per il petrolio. Per di più, non abbiamo in Italia neanche l’equivalente delle raffinerie. Sostanzialmente, quindi, ospiteremmo sul nostro territorio una tecnologia per produrre elettricità. C’e` da domandarsi se il territorio, con le sue infrastrutture, tecniche, politiche e sociali, sia il più adatto a ospitare le centrali nucleari. La mia risposta è no: il territorio italiano è altamente sismico, la probabilità di un evento catastrofico in un periodo di circa 40 anni e` molto elevata. Inoltre, le centrali nucleari devono essere costruite in prossimità di grandi quantità di acqua: il maremoto non è un effetto solo giapponese: sappiamo, per esempio, che fu proprio un maremoto a distruggere la civiltà minoica, qui nel mediterraneo, appena 3500 anni fa. Anche sui laghi, l’effetto Vajont (un pezzo di montagna è caduto in un lago artificiale, in provincia di Belluno, cancellando 3 paesi interi, nel 1953, con 1910 morti) non è assolutamente da trascurare. Certo, vedere esplodere le centrali giapponesi, una dopo l’altra, fa pensare. Possiamo escludere che questo succeda alle future centrali in Italia ?<br />
C’è poi il problema politico-sociologico: il nostro paese non è, in questo momento, in grado di trattare normalmente i rifiuti urbani, come dimostrano le situazioni di Palermo e Napoli. Speriamo che il nuovo sindaco, De Magistris, riesca a normalizzare una situazione che era diventata cronica, ma anche la gestione dei rifiuti industriali è in parte in mano alla malavita organizzata. In questo contesto, aggiungere un’ulteriore sorgente di rifiuti altamente tossici pare del tutto inappropriato: cosa succederebbe se anche una piccola quantità di materiale radioattivo arrivasse, in modo legale o illegale, nelle mani di una qualche mafia ? Siamo in grado di garantire che questo non avverrà ? Poi c’è il discorso del controllo di qualità nella costruzione degli impianti: l’Italia e` un paese ad alta corruzione: ospedali e scuole sono stati costruiti risparmiando sui materiali, senza collaudi seri, e sono crollati al primo terremoto: vedi l’Aquila, vedi San Giuliano di Puglia. La produzione e il commercio del cemento sono in parte mano alla malavita organizzata. Possiamo garantire, con l’attuale sistema legale e di controllo, che degli impianti pericolosi come le centrali nucleari verranno costruiti a regola d’arte, in un periodo di crisi in cui si cerca di tagliare su tutto, inclusa la sicurezza sul lavoro ? La mia risposta è ancora una volta no: finché non avremo eradicata la corruzione e rieducato una gran parte della popolazione, soprattutto la cosiddetta classe politica, a un comportamento civico non possiamo permetterci di costruire impianti che sono pericolosi per noi e per le future generazioni.</p>
<p>Ora c’è il punto di vista economico: l’Uranio, per fortuna, si trova in frazione molto diluita nei minerali: scavando una tonnellata di roccia in una buona miniera di Uranio si produce, se tutto va bene, appena 700 grammi del prezioso e radioattivo materiale fissile, ma si può arrivare a raccogliere solo 70 grammi per tonnellata, di cui solo l’1% circa produce energia nucleare, con un 30% di efficienza di conversione in energia elettrica. A questo punto è chiaro un limite: se l’Uranio è troppo diluito, si spende più energia a scavare, triturare, raffinare il minerale, separare gli isotopi,  preparare il combustibile e trasportarlo alle centrali, di quanta energia sia estratta dall’Uranio. E` vero che il costo del combustibile incide per solo l’1% sul costo dell’energia prodotta, ma è proprio questa perversione economica: che  ci ritroveremmo a usare una tecnologia in perdita energetica. E` come se usassimo i cavalli per trainare un’automobile: saremo comunque dipendenti dal petrolio per ottenere l’Uranio.  L’Uranio non solo sarà un combustibile in perdita energetica, ma sarà anche oggettivamente scarso nel momento in cui le nuove centrali potrebbero entrare in funzione.</p>
<p>Non si può però solo dire no, dobbiamo dire anche con quale energia vogliamo far progredire la nostra economia. Abbiamo una bellissima centrale a fusione nucleare, a una distanza di sicurezza di 150 milioni di chilometri, che genera 3.8×10^17 GW di energia, di cui circa 1.3 kW al metro quadro arriva alla terra, e circa 200 W al metro quadro arriva qui giù da noi, al livello del mare. Gli impianti a concentrazione, il cosiddetto solare termodinamico, possono raggiungere un’efficienza del 50% già oggi. Basterebbe una  superficie relativamente piccola, situata in una zona desertica a soddisfare l’intero fabbisogno della nostra società in Europa. Ovviamente, a medio termine l’eliminazione degli sprechi e la razionalizzazione dei trasporti potrebbero portare a un risparmio energetico pari all’energia prodotta da alcune centrali. L’energia eolica è un’altra forma di energia solare, che può avere degli ottimi sviluppi in Italia, se usata con giudizio. Occorre investire massicciamente capitale pubblico a livello italiano o europeo, sia in sviluppo delle soluzioni esistenti, sia in ricerca per migliorare l’efficienza dei convertitori solari, per far partire al più presto questa riconversione energetica che renda non necessarie le centrali nucleari, ovunque in Europa. E` per questo che ho votato SI al referendum sul nucleare in Italia.</p>
<p>*IdV Francia</p>
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		<title>Attualità di Marx, pensatore del XXI secolo</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 15:17:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/cultura-societa/attualita-di-marx-pensatore-del-xxi-secolo-912639.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2011/06/a-marx1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2640" title="a marx[1]" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2011/06/a-marx1-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>Il sommo filosofo sopravvive alla fine del comunismo</p>
<p>L’ultimo libro di Eric Hobsbawn, uno dei massimi storici viventi, <em>Come</em> <em>cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo</em>, dopo il grande successo in Inghilterra è stato prontamente tradotto in italiano e costituisce una delle più eccitanti avventure intellettuali per il lettore, grazie alla libertà di giudizio ed all’originalità delle tesi proposte.<br />
L’autore riesce a convincerci (e forse convincerebbe anche Berlusconi se decidesse di leggerlo) che il sommo filosofo tedesco non è affatto superato, bensì le sue teorie lo fanno apparire come uno degli scrittori più attuali del XXI secolo.<span id="more-2639"></span><br />
La dilatazione planetaria dei mercati (merci, idee, culture e stili di vita), la concentrazione del potere, non solo economico, in poche mani e l’instabilità patologica del capitalismo, hanno provocato, soprattutto negli ultimi anni, crisi periodiche, recessioni, disoccupazione di massa e insanabili diseguaglianze sociali.<br />
Bisogna cambiare il mondo, correggendo gli errori del capitalismo e per fare ciò è necessario ed urgente che di nuovo la politica abbia la supremazia sull’economia. In passato il new deal americano ed il riformismo social democratico europeo ci sono riusciti, anche se parzialmente, bisogna ripercorrere questa strada con energia, per domare un capitalismo selvaggio che provoca più danni che benefici.<br />
La società capitalista ha prodotto una sterminata quantità di beni senza dividerli equamente e la merce ha assunto una posizione predominante, dal sapore incantatore e feticista, relegando l’uomo in posizione subordinata.<br />
Marx ci indicava una ricetta basata sull’abolizione della proprietà privata, l’eliminazione del mercato e la concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani dello Stato; purtroppo, pur avendo previsto con due secoli di anticipo i disastri del capitalismo, non ci ha fornito un’idea precisa di come far funzionare il socialismo, adeguandolo alla natura individualista e profondamente egoista dell’uomo, il disastro lo hanno poi provocato i suoi discepoli da Lenin a Stalin.<br />
Il capitalismo al suo apogeo mostra tutte le contraddizioni di un sistema teso alla produzione, che umilia l’uomo e le sue esigenze di giustizia sociale, i crac continui hanno evidenziato quanto soffra il capitalismo di fondamentalismo, una triste malattia dei nostri tempi agitati, bisogna scoprire al più presto una formula giusta senza perdere i benefici del progresso e della produttività e rileggere Marx con occhi nuovi può essere molto utile per tutti.</p>
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		<title>La crisi in Irpinia</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 19:58:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ormai siamo giunti ad un punto in cui non si può più ignorare un insieme di segnali che indicano anche in Irpinia l’inasprimento delle condizioni di vita delle fasce sociali più colpite dalla crisi e dalla precarietà economica. Tali situazioni esistono e si aggravano anche nei piccoli centri, che non sono più &#8220;oasi felici&#8221;, oltretutto perché si è allentata la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/economia-lavoro/la-crisi-in-irpinia-911468.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Ormai siamo giunti ad un punto in cui non si può più ignorare un insieme di segnali che indicano anche in Irpinia l’inasprimento delle condizioni di vita delle fasce sociali più colpite dalla crisi e dalla precarietà economica. Tali situazioni esistono e si aggravano anche nei piccoli centri, che non sono più <em>&#8220;oasi felici&#8221;</em><em>,</em> oltretutto perché si è allentata la rete di reciproca solidarietà che in passato assisteva  le nostre comunità.</p>
<p>I <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090730_00/">dati Istat</a>, relativi al 2008, riferiscono che In Italia le famiglie in condizioni di <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090730_00/testointegrale20090730.pdf">povertà relativa</a> sono stimate in quasi 2 milioni 737 mila e sono l’11,3% delle famiglie residenti. Gli <a href="http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/istat-poverta/istat-poverta/istat-poverta.html">italiani poveri</a> hanno superato quota 8 milioni, esattamente sono stati calcolati 8 milioni 78 mila di poveri, pari al 13,6% della popolazione nazionale. A parte le stime della <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090422_01/testointegrale20090422.pdf">povertà assoluta</a> in Italia, che pure rappresentano un serio motivo di allarme, le cifre più inquietanti denunciano l’incremento costante della <a href="http://sociologia.tesionline.it/sociologia/articolo.jsp?id=2713">povertà relativa</a> negli ultimi anni, soprattutto al <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_28/focus_poverta_mucchetti_9733619c-33b5-11de-9dcf-00144f02aabc.shtml">Sud</a>, dove l’incidenza del fenomeno si espande paurosamente.</p>
<p>Infatti, se in Italia le cose vanno male, al <a href="http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/economia/crisi-29/poverta-istat/poverta-istat.html">Sud</a> vanno sempre peggio. <em>&#8220;Al Sud non solo ci sono più poveri, ma vivono anche peggio rispetto alle altre aree del Paese&#8221;</em>, spiega <a href="http://www.gruppocampioni.unisi.it/index.php?c=membridettaglio&amp;&amp;id_member=254">Nicoletta Pannuzi</a>, ricercatrice Istat. Nel Mezzogiorno i poveri oltre ad essere più numerosi sono anche più poveri: al Sud la percentuale della povertà sale al 24%. Ma le regioni dove si sta peggio sono Campania e Sicilia: le famiglie campane e siciliane evidenziano un peso della povertà rispettivamente del 27 e del 30,8%. In questo dato negativo incide anche la presenza di famiglie numerose, composte da cinque o più componenti, che denotano livelli di povertà più alti: in Italia il 26,2% di queste famiglie versa in condizioni di povertà relativa, ma al Sud la percentuale si attesta al 39,2%.</p>
<p>Dunque, il 24% della popolazione meridionale affonda  sotto la soglia di povertà. Anche in Irpinia la <a href="http://www.irpinianews.it/categorie/Sindacati/news/news/?news=54014&amp;categoria=23">povertà</a> registra un <a href="http://www.atripaldanews.it/2009/09/14/poverta-in-aumento-in-irpinia-il-rapporto-della-caritas/">incremento</a> allarmante a causa della <a href="http://www.irpinianews.it/Interviste/news/?news=58444">crisi</a>: la platea della popolazione irpina che giace in condizioni di povertà relativa si attesta intorno al 22%.</p>
<p>In un contesto simile, segnato da sconcertanti fenomeni di povertà, precarietà ed emarginazione in costante aumento, che colpiscono un’area rilevante della popolazione irpina, s’insinua pure una tendenza impercettibile e complessa che agisce in profondità.</p>
<p>Anche in Irpinia l’effetto più drammatico e palese della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto ed imposto dall’alto negli anni della ricostruzione post-sismica, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso della vita.</p>
<p>Tale modello consumistico si è rivelato quantomeno diseducativo, in quanto il mito del denaro e del benessere tiranneggia come un’aspirazione univoca e pervade ossessivamente la nostra esistenza, diventando un punto di riferimento deleterio, specie se non è sorretto da una coscienza matura sotto il profilo etico e spirituale, capace di sottoporre a critica e sostituire, se necessario, quell&#8217;interesse unilaterale con altri valori più solidi e gratificanti. L&#8217;imposizione di una visione  della vita conforme all’ideologia dominante, agisce attraverso metodi diversi rispetto al passato, cioè mediante il ricorso a meccanismi solo apparentemente democratici e non apertamente autoritari, ma che alla prova dei fatti si rivelano più alienanti e coercitivi di qualsiasi totalitarismo.</p>
<p>A scanso di equivoci, chiarisco che non mi appartiene assolutamente un sentimento di nostalgia verso un passato ormai anacronistico che fu di dolore ed oppressione, di miseria e sfruttamento delle plebi rurali irpine, di depravazione morale delle classi sociali dominanti: si pensi all&#8217;aristocrazia baronale o alla ricca borghesia mercantile. Invece mi preme spiegare la società vigente sulla base di un&#8217;interpretazione corretta e disincantata del passato. Occorre indagare in profondità la realtà esistente, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia posticcia e solo formale, da un benessere fittizio, corrotto e mercificato, in quanto esclusivamente consumistico.</p>
<p>L’analisi storica serve per provare a progettare e costruire un avvenire migliore per le giovani generazioni irpine. Le quali sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, benché siano indubbiamente più scolarizzate dei loro antenati emigranti analfabeti o semianalfabeti. Con la differenza che quello odierno è un flusso migratorio senza più ritorno, per cui la perdita per le nostre zone si rivela immane e irreparabile.</p>
<p>Il mio <em>&#8220;pessimismo cosmico&#8221;</em> è solo apparente e deriva da una valutazione onesta e severa della società odierna, ma è un atteggiamento sorretto e confortato da uno spirito sano e ottimistico, che discende dal desiderio di modificare lo stato di cose esistenti.</p>
<p>Occorre propugnare una trasformazione radicale dell’esistente a beneficio dei nostri figli, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un&#8217;azione  politica necessariamente rivoluzionaria. Le popolazioni irpine sono ancora soggette ad una casta politica ormai vetusta e incancrenita, che governa con sistemi obsoleti, alla stregua del celebre <em>&#8220;Gattopardo&#8221;</em> di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e resti come prima.</p>
<p>L&#8217;attuale processo di sviluppo ha generato aspre e velenose contraddizioni sociali, dando luogo a nuove sacche di miseria ed emarginazione, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati sul piano culturale. Questo fenomeno di massificazione dei corpi e delle menti è peggio di qualsiasi fascismo conosciuto in passato, è un sistema subdolo e perverso, non apertamente autoritario, in quanto non si serve delle istituzioni repressive per antonomasia come il carcere e la polizia, ma si avvale dei mezzi di comunicazione e persuasione di massa, per cui la sua forza si rivela più efficace e pervasiva.</p>
<p>L&#8217;Irpinia di oggi è una realtà desolante, nella misura in cui l&#8217;autonomia e la consapevolezza del singolo sono impedite e soffocate, la personalità individuale è deprivata di ogni scelta alternativa all&#8217;esistente, espropriata di ogni diritto ed ogni possibilità effettiva di partecipazione sociale e politica libera e cosciente. Insomma, il <em>&#8220;pensiero unico&#8221;</em> dell&#8217;<em>homo economicus,</em> tipico dell&#8217;ideologia mercantile borghese, ha attecchito anche nella nostra terra, facendo regredire le coscienze e i comportamenti individuali e collettivi all&#8217;interno di società che fino a pochi decenni fa potevano dirsi abbastanza coese e solidali, moralmente sane, autenticamente a misura d&#8217;uomo.</p>
<p>Quelle che un tempo erano piccole comunità tutto sommato omogenee e compatte, benché anguste nella loro arretratezza culturale, estremamente gelose delle proprie usanze e tradizioni religiose e linguistiche, appoggiate su un’economia chiusa di tipo arcaico e semi-feudale, si sono trasformate in modo improvviso, convulso e brutale. Per cui oggi risultano completamente disgregate e nevrotiche, sconvolte da un&#8217;accelerazione storica che ha innescato un processo involutivo sul piano delle relazioni interpersonali.</p>
<p>La schizofrenia e l&#8217;atomizzazione sociale sono probabilmente i segnali più evidenti e dolorosi di una società caduta in pieno disfacimento e in fase di decomposizione avanzata, in quanto momento finale e irreversibile di una  profonda crisi strutturale e ideologica che investe il funzionamento del sistema capitalistico a livello mondiale.</p>
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		<title>Sulla natura della crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 18:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e lavoro]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/economia-lavoro/sulla-natura-della-crisi-911369.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>La pesante recessione economica sta facendo riemergere molti segnali che inducono a ragionare meglio sull’origine e sulla natura della crisi, che non è solo economica, in quanto tradisce uno stato di decadenza e dissoluzione di un mondo imperniato storicamente sulle fragili certezze della scienza e della tecnica al servizio del profitto economico privato. Si tratta di un sistema di convinzioni pompate e sbandierate come assiomi granitici, ma che si sono rivelati per ciò che sono: facili ed ingenue illusioni. La crisi economica globale è solo l’aspetto più evidente di un processo di decomposizione avanzata di un ordine sociale incentrato sui dogmi della nuova religione pagana del capitale che si arroga il ruolo di padrone assoluto del mondo. E’ la religione più ottusa e fanatica che venera il dio denaro, promuove con ogni mezzo il feticismo del mercato, predica l’adorazione cieca dei falsi idoli del neoliberismo e del consumismo più sfrenato, esercita il culto idolatrico di un modello di sviluppo talmente vorace, inquinante e distruttivo che in pochi lustri ha saccheggiato le principali risorse ambientali del pianeta, depredando popoli ed ecosistemi che per millenni erano rimasti inviolati.</p>
<p>Lo stato di irreversibile putrescenza in cui versa l’odierna società tardo-capitalista, è talmente palese da non poter essere negato nemmeno dai fautori più esaltati e incalliti della globalizzazione neoliberista. Le classi dominanti non sono più in grado di propugnare e proporre in modo credibile alcun valore etico e spirituale, alcuna visione o idea di società e di progresso che possa infondere nell’animo delle giovani generazioni una vaga fiducia nell’avvenire, eccetto l’apoteosi acritica del presente, tranne l’offerta incessante, ma destinata fatalmente ad esaurirsi, di beni effimeri per antonomasia, legati al consumismo materiale, per cui le odierne classi dirigenti rappresentano lo specchio più patetico e grottesco del declino e della decomposizione sociale in atto.</p>
<p>La realtà dimostra in modo irrefutabile che l’attuale modello di sviluppo economico, imposto per secoli dall’occidente con la violenza delle armi e il ricatto alimentare, con la propaganda ideologica e mediatica, attraversa una fase di crisi non solo strutturale, nella misura in cui non riesce più a convincere, incapace com’è di sedurre ed attrarre la gente che abita sul pianeta, in particolare i giovani e i popoli del Sud del mondo. Basti pensare a quanto sta accadendo negli ultimi anni in un vasto continente come l’America Latina, scosso e rinvigorito da forti spinte anticapitaliste ed antimperialiste. Si pensi a quanto accade altrove, in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, ecc.</p>
<p>Ma cosa potrebbe fare ognuno di noi? Non so gli altri, ma per quanto mi riguarda nutro alcune convinzioni consolidate e alcune speranze. Io sono un insegnante. Nel mio ambito di competenza potrei contribuire a promuovere una presa di coscienza critica da parte dei giovani. Non inseguo l’assurda pretesa, assolutamente ingenua e velleitaria, di cambiare il mondo con la mia professione quotidiana. Tuttavia, qualcosa si potrebbe cominciare a fare, anzitutto nelle scuole. Faccio un esempio concreto e praticabile.</p>
<p>Detto francamente, auspico che un giorno, anche nelle scuole pubbliche italiane si approdi finalmente all’adozione di un autentico e necessario spirito laicista, ad un approccio relativistico e interculturalistico nella comunicazione tra docenti e discenti, nel processo di scambio ed interazione didattica che dovrebbe costituire il rapporto centrale nel quadro delle dinamiche socio-relazionali della scuola, benché prevalgano altri interessi, momenti e mansioni professionali. Come, ad esempio, gli incarichi legati allo svolgimento delle cosiddette &#8220;attività aggiuntive&#8221;, delle &#8220;funzioni strumentali&#8221;, dei &#8220;progetti di arricchimento&#8221; (arricchimento per chi?). Tutti ruoli che, allo stato attuale degli stipendi riconosciuti agli insegnanti italiani (i più miserabili d’Europa), attraggono i docenti distraendoli dal loro compito primario: la crescita e l’educazione dei giovani.</p>
<p>Questo spirito di apertura, tolleranza e liberalismo etico e civile, rappresenta una preziosa linfa vitale, una forma mentis assai importante e proficua per la formazione culturale e la piena emancipazione intellettuale della personalità umana. Infatti, credo che non arrecherebbe alcun danno ai nostri studenti se cominciassimo a far conoscere le ragioni degli altri, cioè di quelle genti e culture per noi estranee e distanti, in particolare di quei popoli comunemente ritenuti &#8220;inferiori&#8221;, &#8220;incivili&#8221;, &#8220;sottosviluppati&#8221;, per far comprendere che non lo sono e che avrebbero molto da insegnarci. Come avrebbero potuto trasmetterci utili insegnamenti i popoli pre-colombiani (Aztechi, Maya, Incas) in diversi ambiti dello scibile umano, come la matematica, l’astronomia, l’architettura. Purtroppo, quei popoli sono stati annientati brutalmente, la loro cultura e il loro sapere sono stati cancellati e sepolti nell’oblio dall’uomo bianco occidentale.</p>
<p>Sono convinto che questa sia l’interpretazione più corretta e accettabile dell’umanesimo laico, che probabilmente costituisce la linfa vitale e la spina dorsale della cultura e della &#8220;civiltà occidentale&#8221;, la cui storia è comunemente (ed erroneamente) concepita come una linea di crescente progresso che parte dalla civiltà greco-romana classica e giunge sino ad oggi, percorrendo due momenti storici che hanno segnato e generato un’importante rivoluzione culturale e sociale in Europa: la rivoluzione umanistica rinascimentale del 1400-1500 e la rivoluzione illuministica realizzatasi nel XVIII secolo. Tuttavia, questa visione idealistica è esattamente quella di uno sviluppo spiritualistico che in realtà cela una grave mistificazione storica, mentre sottintende un altro tipo di sviluppo di ordine economico e colonialista sostenuto dal mondo &#8220;occidentale&#8221;, esercitando una spinta politica di orientamento eurocentrico e cristiano-centrico. Mi riferisco al processo di espansione violenta delle principali potenze europee nella storia.</p>
<p>Per tali ragioni il razzismo è insito e istituzionalizzato nella storia, nella cultura e nella società dei bianchi occidentali. In tal senso, il razzismo non è solo e non è tanto un comportamento individuale, quanto soprattutto un fenomeno sociale e istituzionale, che appartiene intimamente alla storia e alla cultura del mondo bianco occidentale. Una storia che è in sintesi un percorso di violenze, crimini, ruberie, raggiri e mistificazioni, poste in essere contro il resto dell’umanità. Finché la nostra società si ostinerà ad ignorare il razzismo istituzionalizzato in essa latente, le tragiche colpe dell’occidente non saranno mai espiate, né svaniranno i sensi di colpa che turbano la coscienza sporca dell’occidente. Ma è pur vero che la rinuncia a fare qualcosa di concreto e significativo contro il razzismo istituzionalizzato presente nella nostra società, si spiega chiaramente col fatto che la società occidentale trae il suo benessere e la sua opulenza economica proprio dall’esistenza del razzismo stesso, che serve a legittimare lo sfruttamento materiale dei popoli del Terzo Mondo. Senza questo razzismo istituzionalizzato e questo sfruttamento economico, la società occidentale scomparirebbe immediatamente.</p>
<p>Come è spesso accaduto in passato (si pensi a Roma nei confronti di Cartagine) i vincitori scrivono e riscrivono la storia, falsificandola e rettificandola a proprio esclusivo vantaggio. Così si è verificato nel caso dei pellerossa, la cui storia è stata raccontata e divulgata dal cinema western, che ha celebrato come &#8220;epica&#8221; la conquista del West, degli sterminati territori occidentali del continente nordamericano, sottratti con la forza delle armi, con mille trucchi ed inganni ai legittimi abitanti indigeni, le tribù pellerossa, mistificando e alterando la verità storica. Da questi scippi, massacri, raggiri, totalmente occultati e distorti, commessi dai pionieri, dai colonizzatori e dai soldati bianchi, hanno tratto origine i miti e i cliché, ovviamente artificiosi e fittizi, legati alla cosiddetta &#8220;epopea western&#8221;: dallo stereotipo del cowboy solitario, onesto e coraggioso, al luogo comune dell’indiano selvaggio e crudele. La mitologia hollywoodiana ha riproposto lo schema manicheo di sempre, l’equazione semplicistica &#8220;bianco = buono&#8221; e &#8220;indigeno = selvaggio = malvagio&#8221;, un modello che si ripete e si rinnova da secoli in ogni occasione in cui i bianchi occidentali si sono incontrati e scontrati con esponenti di altre culture e altri popoli, considerati &#8220;inferiori&#8221;, ”incivili” o &#8220;sottosviluppati&#8221;, per cui sono stati soggiogati con le armi, con astuti stratagemmi ed altri strumenti coercitivi o fraudolenti.</p>
<p>L’occidente è sempre stato sconvolto dall’idea della violenza, quando ad usarla sono gli altri: i pellerossa, i negri, gli islamici, ecc. Ma come giudicare le efferatezze e i delitti perpetrati dall’occidente? Il punto è questo: chi detiene il potere detta legge e decide chi sono i &#8220;buoni&#8221; e i &#8220;cattivi&#8221;. E’ sempre stato così, sin dai tempi antichi. I Romani erano maestri nel campo, come insegnano Giulio Cesare e gli altri storici e conquistatori latini.</p>
<p>L’ignobile violenza della guerre, delle stragi, delle rapine, dei falsi trattati di pace e via discorrendo, è sempre stata dissimulata ipocritamente sotto vesti posticce, sbandierando di volta in volta nobili ideali assolutamente inesistenti quali, ad esempio, i valori della &#8220;fede religiosa&#8221; (si pensi all’epoca delle Crociate in Palestina), della &#8220;civiltà&#8221; e del &#8220;progresso&#8221; (si pensi alle conquiste coloniali in America, in Africa, in Asia), della &#8220;libertà&#8221; e della &#8220;democrazia&#8221; in tempi per noi più recenti e noti. Ogni riferimento alla guerra in Iraq o alle altre guerre attualmente in corso nel mondo, è puramente casuale.</p>
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		<title>Grecia / Legislative 2009</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 11:59:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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<p>A sinistra del Pasok non vi sono rilevazioni concordanti circa il risultato di Kke (tra il 5.5% e il 9%), mentre Syriza è tra il 3.5% e il 4.5%. I Verdi ecologisti, dopo il riscontro positivo delle elezioni europee di giugno, nella maggior parte delle rilevazioni sono al 2% tranne in una, dove con il 3.1% entrerebbero in Parlamento. Pasok potrebbe formare un governo monocolore ma, come già per Nd negli ultimi due anni, si troverebbe con una maggioranza minima, che in una fase politica, economica e sociale complessa come quella attuale, potrebbe essere prevedibilmente sottoposta a una opposizione netta, sia da sinistra (Syriza e Kke) sia dal centrodestra (Nd) sia soprattutto &#8211; a destra di Nd &#8211; da Laos di Georgios Karatzaferis, in costante crescita in tutte le elezioni dal 2004 a oggi.</p>
<p>Un confronto a distanza tra Karamanlis e Papandreou si è avuto tra il 13 il 14 settembre, dopo la presentazione del programma del Pasok, con riferimento particolare ai temi dell&#8217;economia, alla 74esima Fiera Internazionale di Thessaloniki. Il leader del Pasok &#8211; una delle formazioni aderenti al Pse (Partito socialista europeo) più forti a livello nazionale &#8211; considerando l&#8217;attuale fase di crisi ha presentato un piano economico per i primi cento giorni, da attuare con il sostegno congiunto degli imprenditori, dei lavoratori e di tutte le forze produttive. Il Pasok propone di riavviare il mercato attraverso investimenti pubblici, a partire dal settore edilizio e da quello energetico, il rilancio delle aree rurali, il sostegno ai redditi medio-bassi con un aumento dei salari, una razionalizzazione delle spese statali e una riforma del sistema fiscale che porti a una redistribuzione della ricchezza.</p>
<p>Questo programma sarebbe avviato nei primi tre mesi della nuova legislatura con l&#8217;approvazione di leggi specifiche, in accordo con l&#8217;Unione Europea. A partire da questi primi provvedimenti, dovrebbe avviarsi un programma più ampio di sviluppo e stabilità da completare in tre anni. Insieme ai provvedimenti strutturali, Papandreou sostiene la necessità di un rinnovamento dell&#8217;immagine della politica, attraverso riforme in ambito elettorale, di regolamentazione parlamentare, e di decentramento amministrativo.</p>
<p>Karamanlis ha replicato a quanto prospettato da Papandreou per l&#8217;economia, considerandolo un programma vago e generico, con promesse irrealizzabili e concessioni in ogni direzione, al punto da moltiplicare i problemi piuttosto che risolverli. &#8220;Noi ci stiamo appellando a tutti i cittadini con un messaggio chiaro, per prendere decisioni difficili oggi in modo che i nostri figli possano avere un domani sicuro&#8221;, ha detto il primo ministro in occasione di un incontro del suo partito. Il 2010, sottolinea Karamanlis, sarà decisivo per l&#8217;economia, poiché l&#8217;intensità della crisi e la durata delle conseguenze sfavorevoli dipenderanno dalle politiche che saranno implementate. Critiche al piano economico di George Papandreou anche da Kke e Syriza, che lo considerano un programma di austerità non differente da quello di Nd. Alexis Tsipras, presidente di Synaspismos &#8211; Coalizione della Sinistra dei Movimenti ed dell&#8217;Ecologia (la componente più grande di Syriza) ha detto: &#8220;la società vuole una politica differente da quella che porta all&#8217;incertezza del lavoro&#8221;.Georgios Karatzaferis, leader di Laos, ipotizza che il suo partito potrebbe conseguire un risultato elettorale significativo, fin quasi al punto da poter ambire a diventare il terzo partito. Una ipotesi conseguente sia ai dati delle rilevazione realizzate sia al consenso riscontrato sul programma, ricordando ad esempio la convergenza su Laos del Partito degli ecologisti di Grecia. Karatzaferis ha criticato sia Nd sia Pasok, ritenendoli incerti nella gestione dei temi di interesse nazionale e non esclude che, dopo le elezioni, tra i due maggiori partiti vi possa essere un avvicinamento, sebbene Nd abbia preferito escludere esecutivi di coalizione.</p>
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		<title>Il boomerang: cause ed effetti</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 19:57:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Continueremo a fare gli stessi errori?) Man mano che un essere umano procede nel suo percorso terreno,  compie una serie di azioni che generano reazioni e conseguenze nel suo “habitat”: l’immagine classica del sasso che lanciato in uno stagno fa apparire cerchi sempre più ampi sull’acqua, sembra in questo caso un esempio appropriato e particolarmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/cultura-societa/il-boomerang-cause-ed-effetti-91903.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>(Continueremo a fare gli stessi errori?) Man mano che un essere umano procede nel suo percorso terreno,  compie una serie di azioni che generano reazioni e conseguenze nel suo “habitat”: l’immagine classica del sasso che lanciato in uno stagno fa apparire cerchi sempre più ampi sull’acqua, sembra in questo caso un esempio appropriato e particolarmente calzante.  Lo stesso si può affermare per gli eventi storici che coinvolgono l’umanità in generale, eventi in cui il principio causa-effetto domina sovrano.</p>
<p>Eppure, ascoltando i discorsi di tante persone, comprendiamo che a molti sfugge tale principio per cui non arrivano mai ad una visione d’insieme, ad un’efficace e razionale sintesi che potrebbe aiutare a risolvere gli attuali gravi problemi, evitando inutili discussioni, separazioni e conflitti.</p>
<p>E’ quello che accade in questi giorni quando si discute di crisi economica,  immigrazione clandestina, violenza e problema della sicurezza,  giustizia, privacy ed intercettazioni, inquinamento e problemi climatici, cibi adulterati, OGM e quant’altro: si parla, si parla, si protesta, ma non si riesce a cogliere i nessi che li accomunano. In realtà, infatti,  sono tutti “effetti”   di antiche “cause”, di errori fatti  in passato che purtroppo continuiamo a ripetere.  Il proverbio dice: &#8211; Errare è umano, ma perseverare è diabolico! -</p>
<p>Quali sono le cause dei mali attuali? Sfrenati interessi politico-economici e corruzione, cause sempre presenti in ogni periodo storico, ma oggi dilaganti per un crescente disprezzo verso i fondamentali principi etici.</p>
<p>La crisi economica è il risultato di disoneste speculazioni in campo finanziario, di assoluta mancanza di regole nel free trade  che dirotta capitali verso i paesi del terzo mondo non certo a vantaggio delle popolazioni, ma per sfruttare risorse  di vario genere, devastando ed inquinando l’ambiente, scatenando guerre,  odio, violenza, fame, malattie, ignoranza, violando diritti umani e civili. Ecco come nascono gli inarrestabili ed incessanti flussi migratori!</p>
<p>Individuate  le cause che producono gli attuali effetti, si dovrebbe quindi passare razionalmente alla fase  della soluzione dei problemi . Purtroppo non c’è la volontà di farlo nelle “caste” mondiali.</p>
<p>Come ha reagito qualche mese fa il mondo economico-finanziario, quando Obama,  nel suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca, ha insistito sulla necessità di stabilire delle regole e ha parlato di solidarietà verso i più poveri, di rispetto verso l’ambiente, di chiusura di Guantanamo, di mano tesa verso l’Islam, di dialogo, di speranza da sostituire alla paura?   Borse giù a picco!</p>
<p>Passando poi all’Italia, qualche tempo fa i casi di stupro a Roma e i disordini causati dagli immigrati a Lampedusa , scatenarono una così grave ondata  di xenofobia  e paura da aprire la porta a soluzioni drastiche, come la militarizzazione delle città.  Oggi ancora insistiamo con simili soluzioni nei riguardi dei migranti.  E la criminalità organizzata che da sempre affligge il Sud quando verrà finalmente debellata?</p>
<p>Ci si chiede allora: -  In che modo si potrà dare l’alt all’imponente fenomeno storico delle migrazioni? -  Esso è stato causato dall’accumulo di errori fatti dagli occidentali attraverso i secoli con le loro spietate  politiche colonialistiche e neocolonialistiche, ora  anche“globalizzate”: è un boomerang  che si sta abbattendo sull’Europa e certamente l’Italia, con le sue estese, “abbordabili” coste, sarà il paese più coinvolto.</p>
<p>Continueremo a fare gli stessi errori, pensando di poter risolvere i problemi da soli?</p>
<p>E’ chiaro che il nostro paese da solo non potrà mai risolvere i problemi legati all’immigrazione se tutta l’Europa, anzi tutto il mondo cosiddetto “ occidentale”, non se ne farà carico stabilendo norme condivise, sempre nel rispetto dei diritti umani, ma punendo comunque i colpevoli  di qualsiasi colore e razza  quando s’infrangono le leggi.</p>
<p>I problemi vanno affrontati in modo civile, serio, concreto e razionale, con leggi eque, equilibrate e politiche internazionali che creino condizioni di vivibilità nei paesi poveri e che facilitino processi di integrazione  per tutti gli immigrati onesti  nei paesi ricchi.</p>
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		<title>L’alleanza fra produttori agricoli e consumatori: la Filiera Corta</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 17:12:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/economia-lavoro/l%e2%80%99alleanza-fra-produttori-agricoli-e-consumatori-la-filiera-corta-91826.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Con l’avvicinarsi dell’estate si continua ad assistere alla solita ingiustificata forbice fra i prezzi pagati ai produttori agricoli e i prezzi degli ortaggi e della frutta sul mercato. Si tratta dell’effetto causato dagli anelli della lunga catena degli intermediari che determinano speculazioni e ricarichi sul prezzo ad ogni passaggio. Alla fine, gli agricoltori e i consumatori sono quindi le vittime principali di questo meccanismo ed è per questo che bisogna ridurre al minimo la distanza tra i produttori e i consumatori dando l’opportunità a questi ultimi di poter acquistare prodotti freschi e meno cari, magari biologici, e ai primi di guadagnare di più liberandoli dalle pressioni e dalle spinte al ribasso della lunga catena della distribuzione organizzata. In tal senso si parla spesso di “filiera corta” ovvero una strategia che mira ad accorciare una distanza in primo luogo chilometrica, poiché si promuovono e valorizzano prodotti locali di stagione, che non vengono da lontano, e che sono più freschi, visto che non trascorrono lunghi periodi nei container-frigo. In questo modo si contribuisce anche a ridurre l&#8217;impatto ambientale devastante del trasporto di queste merci su e giù per l’Italia talvolta in modo del tutto irrazionale. Viene poi a ridursi anche la distanza psicologica e culturale fra produzione e consumo perché si offre la possibilità ai consumatori di conoscere direttamente chi ha prodotto gli alimenti. E’ evidente che non si tratta di entrare in contrapposizione con la grande distribuzione organizzata: la filiera corta stimola la nascita di circuiti brevi di vendita complementare da affiancare a questa. Ampliando il ventaglio dell’offerta e della possibilità di scelta si ottimizza il funzionamento dei meccanismi del mercato riducendo il peso delle posizioni di egemonia e di controllo da parte di pochi soggetti “forti”. Positiva quindi la possibilità di istituire i &#8220;mercati agricoli di vendita diretta&#8221; per la creazione dei mercati di campagna nelle città italiane così come le iniziative intraprese dai Gruppi di Acquisto o dalle cooperative di consumo e le campagne “chilometro zero”. Tutte queste iniziative necessitano tuttavia di valide forme di pubblicità, comunicazione e di informazione altrimenti la loro efficacia sarà inevitabilmente minata: di queste opportunità, e di tante altre simili, si sa sempre piuttosto poco e le informazioni su dove reperire questi prodotti alla fine circolano solo all’interno di circuiti specializzati o delle associazioni. E’ indispensabile quindi costruire un’alleanza effettiva fra mondo della produzione e quello dei consumatori in direzione di forme di consumo alimentare più intelligente e consapevole il cui principio deve essere: consumare meno, consumare meglio.</p>
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