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	<title>OrizzontiNuovi.org &#187; crisi economica</title>
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	<description>Giornale dell&#039;Italia dei Valori - diretto da Orlando Vella</description>
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		<title>Crollo del Centrodestra: è giunto il tempo della terza repubblica.</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 14:05:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/politica/crollo-del-centrodestra-e-giunto-il-tempo-della-terza-repubblica-912440.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Se persino la ministra velina decide di abbandonare la barca che affonda, significa che il carisma o il fascino del leader sta scemando. Magari il contraccolpo di perdere la Carfagna peserà più sul cuore che sulla mente di Berlusconi, ma è inevitabile che questo Centrodestra, pur vistosi consegnare da una vergognosa legge elettorale la più larga maggioranza della storia repubblicana, ha fallito in modo ignominioso la sfida governante, quelle che aveva spinto gli italiani, dopo le magagne del Centrosinistra, a ritentare la strada del cavaliere. <span id="more-2440"></span>Il cavaliere invece, si è perso nel suo ego-governo. C’è poco da fare, esiste lui e lui soltanto, i suoi problemi, i suoi processi, le sue battute e le sue barzellette, i suoi soldi e le sue tv. I problemi degli altri (la quasi totalità degli italiani) sono inutili in confronto alle cene, alle feste, alle telefonate pro attricette, alle escort, alla scelta di splendide ragazze come consiglieri regionali, deputati, sottosegretari, ministri. Che siano brave o meno, non importa. Il cavaliere continua a sciorinare sondaggi dove la sua popolarità resta alta, dove il gradimento per il governo è altissimo; continua a dire che il suo governo sta lavorando bene (strano, non ce ne siamo accorti). Sono passati due anni, ma siamo impoveriti in tutto: meno lavoro, meno trasferimenti ai comuni, grazie alla sciagurata eliminazione dell’ICI, che si traducono in meno servizi, una scuola picconata continuamente, un’università che piange vendetta. Di opere pubbliche neanche l’ombra, nella pubblica amministrazione il riordino è affidato alla brutalità di un Brunetta inferocito. Piangono anche la cultura, le televisioni, i giornali. Piange la ricerca, piange il sistema occupazione. Sono arrabbiati gli industriali, le associazioni di categoria. Arrabbiati i magistrati, gli ordini professionali. Nemmeno il popolo delle partite iva è felice. Unica nota lieta (almeno pare) nella lotta alla criminalità, grazie alla buona volontà di un ministro, magari antipatico, ma coraggioso. Eppure gli italiani stentano a indignarsi, forse anche per colpa di un centrosinistra senza capo ne coda, senza programmi, senza leadership riconosciute. Oggi, con chiarezza, solo Di Pietro per l’Italia dei Valoti e Vendola per SEL, con sguardo allargato sul popolo della sinistra, possono dirsi veri e propri leader. Ma per la coalizione può bastare? E il collante dell’antiberlusconismo è sufficiente per giustificare la costruzione di una larga aggregazione? In mezzo, è triste da dire per me che ci faccio parte, un Pd in grande difficoltà. Un partito che fatica a digerire le sconfitte (primarie su tutte), che vede erodersi continuamente base elettorale, che è incapace di intercettare il disagio delle aree produttive del paese. Che fare? Come affrontare il dopo Berlusconi? Qualche idea. Lavorare su un programma di pochi punti. Fare in modo che ogni partito della coalizione indichi le migliori risorse per una possibile squadra di governo, senza personalismi o egoismi da retrobottega. Per ora, favorire un governo che rinnovi la legge elettorale, affidandosi ai tecnici. Si trovi l’ok su un sistema adeguato, tipo il doppio turno alla francese, che già si adotta in casa su scala locale, e andare a votare. È giunto ormai il tempo della terza repubblica.</p>
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		<title>L’anatema di Marchionne e le decisioni da prendere</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 06:04:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gentile direttore, la minaccia di Marchionne che la Fiat lasci l’Italia se non si realizzano più utili, non può rimanere senza reazioni da parte della classe politica e dei lavoratori, perché globalizzazione e capitalismo selvaggio oramai hanno rotto ogni argine, provocando effetti devastanti sull’occupazione e sulla convivenza civile. Si può per un attimo pensare a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/lettere/l%e2%80%99anatema-di-marchionne-e-le-decisioni-da-prendere-912405.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Gentile direttore,</p>
<p>la minaccia di Marchionne che la Fiat lasci l’Italia se non si realizzano più utili, non può rimanere senza reazioni da parte della classe politica e dei lavoratori, perché globalizzazione e capitalismo selvaggio oramai hanno rotto ogni argine, provocando effetti devastanti sull’occupazione e sulla convivenza civile.<span id="more-2405"></span><br />
Si può per un attimo pensare a nazionalizzare la Fiat? Certamente è fantapolitica, ma bisognerà pur trovare un rimedio all’arroganza di un apolide la cui unica patria è il denaro, la sola religione è la produttività, mentre le regola fondamentale resta la delocalizzazione. La Fiat è patrimonio dell’Italia e degli italiani, non solo degli azionisti senza volto e dei supermanager da decine di milioni di euro all’anno di stipendio. Il Paese ha fornito in un secolo di attività uomini e capitali, molte licenze ed alcuni discutibili privilegi come le rottamazioni, che negli ultimi trenta anni sono ammontate ad oltre otto miliardi. Quando l’azienda andava bene si distribuivano dividendi, quando va male devono intervenire i contribuenti ed i lavoratori devono soffrire. La Fiat è una fabbrica estesa da Mirafiori a Termini Imerese ed al suo successo hanno contribuito centinaia di migliaia di lavoratori provenienti da ogni città d’Italia. Per anni ha scandito orari, sveglie, vacanze, abitudini; non può scomparire per correre dietro all’arroganza del profitto. Se dovesse succedere non ci resta che piangere, ma sarà un diluvio.</p>
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		<title>La FIAT starebbe meglio senza l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 14:53:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/primo-piano/la-fiat-starebbe-meglio-senza-litalia-912380.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/11/imagoeconomica161987940607201732_big.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2383" title="imagoeconomica161987940607201732_big" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/11/imagoeconomica161987940607201732_big.jpg" alt="" width="181" height="128" /></a>É di qualche giorno fa la clamorosa dichiarazione dell&#8217;Amministratore delegato della FIAT Marchionne secondo cui la FIAT starebbe decisamente meglio senza l&#8217;Italia, per via dell&#8217;elevato costo del lavoro per ogni dipendente assunto.<br />
Immediatamente il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi gli ha fatto eco confermando che sul punto Marchionne ha detto una grande verità e sul web ci hanno sbattuto in faccia la foto del Premier che passando alle spalle di Marchionne, seduto e sorridente, gli stringe affettuosamente le spalle, rievocando visivamente un rapporto di complicità ed affetto che in altro modo non potrebbe essere definito, se non con l&#8217;espressione giornalistica di: Compagni di merende. <span id="more-2380"></span>In effetti tra Marchionne e Berlusconi non c&#8217;è una grande differenza, entrambi sono marxianamente definibili come detentori dei mezzi di produzione ed a compararli bene, viene quasi da provare compassione per il povero Marchionne che per un triste caso del destino è ancora costretto a produrre qualcosa di materiale, auto o camion che siano, per produrre ricchezza, mentre a Berlusconi basta produrre illusioni ed inganno mediatico tramite televisioni e giornali, oppure vendendo on line prodotti cinesi. Anzi in molti casi siamo noi stessi che gli portiamo i nostri soldi direttamente nelle sue banche on line, anche se poi a voler essere precisi non si capisce molto bene la differenza tra fondi pubblici dello Stato e e fondi privati, dato che in molti casi tramite la Protezione Civile o spesso anche senza nessuno stratagemma particolarmente complesso, riesce a destinare, previe regolari gare d&#8217;appalto, i fondi pubblici in favore di imprenditori privati molto vicini a lui. Comunque non ha senso prendersela con Berlusconi, che ad onor del vero ha la sola colpa di essere stato semplicemente sé stesso. É stato sempre sé stesso, da quando con il suo splendido sorriso, giorno dopo giorno ha inculcato nella testa degli italiani l&#8217;immagine di un uomo che avrebbe abbassato le tasse ed avrebbe con la propria condotta, emancipato moralmente il fenomeno della prostituzione femminile.<br />
Al contrario di queste tematiche a me piacerebbe parlare dei problemi economici del popolo italiano sperando al riguardo di non annoiare troppo l&#8217;opinione pubblica, ormai psicologicamente dipendente dai varietà e dalla cronaca rosa e non per sua colpa. Nel 2005 mi sono laureato in Giurisprudenza con una tesi dal titolo:  “Stato, Economia e Società, dalla rivoluzione industriale all&#8217;epoca del post fordismo”, formalmente fu il più grande fiasco accademico del mio ateneo, perchè fui l&#8217;unico laureando a prendere zero punto sulla tesi di laurea. Il mio professore, pur essendo di estrema sinistra mi confessò che aveva avuto l&#8217;esigenza di prendere le distanze dalle mie conclusioni troppo estreme.<br />
Svolgendo quel lavoro di ricerca mi resi conto che le dinamiche del capitalismo avrebbero determinato in tempi molto brevi l&#8217;abbattimento sostanziale degli Stati Nazione, svuotando le loro Istituzioni dall&#8217;interno, l&#8217;asservimento della politica al potere economico e l&#8217;abbassamento drastico del reddito medio pro capite della maggior parte della popolazione in favore dell&#8217;arricchimento di una ristrettissima elité, il tutto mediante la delocalizzazione delle imprese e la sottrazione di risorse economiche alla economia reale da parte della economia finanziaria. Per poter fare questo i “detentori dei mezzi di produzione”, consentitemi questa espressione datata ma assolutamente efficace,  hanno fatto pressione sulla politica affinché si creasse il grande sogno della Unione Europea. Finalmente si sarebbe ottenuta la libera circolazione delle persone, delle merci e dei servizi su tutto il territorio comunitario. A tutti l&#8217;idea sembrò da subito così bella che nessuno si rese conto, che già prima della storica sottoscrizione del Trattato di Maastricht, tutti mediante l&#8217;uso di un semplice passaporto avrebbero potuto circolare liberamente sul medesimo territorio. Riguardo alle merci, furono prestate idonee garanzie in merito alla solidità economica delle nazioni che avrebbero fatto parte della comunità, in merito alla uniformità normativa tra i vari paesi membri riguardo principi di fondamentale importanza quale la dignità della persona, in ogni ambito della vita, ivi compresa la tutela del lavoratore. Poi una volta creata la Comunità Europea, stranamente il rigore sui bilanci degli stati membri si smussò progressivamente fino a consentire l&#8217;ingresso di un putiferio di paesi dell&#8217;est dove il costo del lavoro è bassissimo e dove in via del tutto “casuale”, gli imprenditori europei avrebbero potuto trasferire le proprie fabbriche tutelati dal totale abbattimento dei dazi doganali su tutto il territorio comunitario.<br />
A questo punto, dopo che Prodi mantenne la sua promessa di portarci in Europa, chi cazzo ci riporterà a casa? Nella tesi, preso dall&#8217;euforia giovanile, sconfortato dai dati risultanti dai sondaggi elettorali e soprattutto incazzato per via del sistema elettorale che di fatto non crea politici liberi ma eletti nominati dal leader in virtù della loro fedeltà, conclusi che c&#8217;erano solo due modi per evitare un nuova catastrofica crisi economica strutturale e questi due modi sono: 1) una presa di coscienza generalizzata della popolazione, tale da nominare una classe politica che abbia il coraggio di prendere le distanze dalla economia, restaurando le premesse dello Stato Sociale così come sognato e realizzato dai padri fondatori della nostra Costituzione; 2) la rivolta armata.<br />
Crescendo però mi sono reso conto che qualsiasi forma di potere che non rispetti il valore della vita umana, anche di una sola e singola vita umana, non può che essere definita come delegittimata moralmente all&#8217;esercizio del potere e pertanto tra le due soluzioni allora prospettate, solo la prima mi appare percorribile anche se difficile, se non addirittura impossibile. Io oramai faccio l&#8217;avvocato e non mi interesso più di politica, però mi ritrovo qui a scrivere questo articolo, perchè tra la affermazione di Marchionne, la crisi economica dello Stato e l&#8217;affermazione di gruppi organizzati violenti in Campania che nulla hanno a che fare con il problema delle discariche, vedo un preciso filo rosso che mi impone moralmente di dire la mia, di dire parole che probabilmente non saranno mai lette da nessuno, ma parole che almeno ho avuto il coraggio di pronunciare per poter dire ai miei figli: non è stata colpa mia.<br />
L&#8217;altro giorno ho fatto un pignoramento in casa di una donna disoccupata, con due figli a carico, abbandonata dal marito che è fuggito con un&#8217;altra donna. Arrivato lì, ho scoperto che l&#8217;Ufficiale Giudiziario doveva mettere in esecuzione un altro titolo esecutivo oltre quello in favore del mio cliente e poche ore prima alla donna era stato notificata una intimazione di sfratto. In quel momento mi sono reso conto che a quella donna non stavo portando via solo quattro cianfrusaglie, ma stavo portando via la stessa speranza di poter sopravvivere e di poter continuare a fare fronte alle necessità della propria prole.<br />
Chi vive in prima linea come me, sa che la miseria tocca alla bocca dello stomaco a fa montare una rabbia che va al di là della dinamica tra creditore e debitore, una rabbia che supera le parole e vorrebbe trovare sfogo nella azione, una rabbia che ti induce a parlare con quante più persone possibile per convincerle a fare un passo nella direzione giusta. E non vengano i nostri politici a dirci di abbassare i toni del dibattito, perchè sarebbe come dire ad un torturato di abbassare il tono delle proprie urla. Ci stanno fregando la dignità di essere umani, giorno dopo giorno, sorridendoci dalla TV. É per tutti questi motivi che sono diventato un simpatizzante della Italia dei Valori, perchè è l&#8217;unico partito che nel nostro paese ha fatto della questione morale la premessa di ogni agire politico. Perchè per essere uomini giusti e politici giusti, non ci vuole un particolare talento ma solo onestà, integrità e coraggio.<br />
Mi rendo conto che il Partito, come ogni organismo complesso, necessita di essere epurato da un cospicuo numero di arrivisti disonesti che nulla hanno a che fare, soprattutto nelle provincie, con il patrimonio intellettuale e morale del suo Fondatore, che apprezzo molto per la schiettezza ed il carattere diretto delle proprie espressioni. In conclusione confesso di aver scritto questo articolo perchè nella attuale situazione politica del nostro paese, i complici si nascondono sotto la veste dei moderati, mentre gli onesti vengono tacciati come estremisti, mentre invece sono solo “moderati molto incazzati”, ho scritto questo articolo perchè penso che Di Pietro sia l&#8217;unico leader politico che può fare qualcosa di buono per il<br />
nostro Paese semplicemente usando la parola, nel rispetto delle leggi della Repubblica, semplicemente perchè ha il coraggio e l&#8217;intregrità per farlo, consentendo a quelli come me di continuare a stare dalla parte della giustizia e della legalità senza perdere la speranza.</p>
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		<title>Regione Abruzzo: “chi governa riscopra il valore della responsabilità”</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 13:36:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/economia-lavoro/regione-abruzzo-%e2%80%9cchi-governa-riscopra-il-valore-della-responsabilita%e2%80%9d-912361.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/10/Foto-Mascitelli-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2364" title="Foto Mascitelli 1" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/10/Foto-Mascitelli-1.jpg" alt="" width="104" height="155" /></a>La nostra è una regione bellissima e sfortunata, perché, in un momento non certo facile per tutto il resto del Paese, più di altre sta soffrendo una crisi che insieme è etica, economica e di prospettiva.<br />
Di fronte all&#8217;agenda dei problemi prioritari da affrontare, dal lavoro che non c&#8217;è ad un sistema efficiente di assistenza socio-sanitaria, dalle necessità di riforme strutturali che possono sostenere le specificità della nostra economia alle infrastrutture che devono rappresentare una rete diffusa per la crescita e la competitività, diventa un errore insostenibile cercare di nascondersi dietro il teorema della giustizia politicizzata, l&#8217;alibi della crisi economica <span id="more-2361"></span>internazionale e dei debiti pregressi, dietro i sentimenti di sofferenza e disagio della tragedia del terremoto.<br />
L&#8217;Abruzzo, prima di ogni cosa, pretende che i suoi governanti a tutti i livelli recuperino il valore della responsabilità per il bene comune e vuole conoscere le condizioni  in cui sono chiamati ad esercitarla.<br />
La questione morale è cosa ben diversa da quella giudiziaria. Non è nostro compito l&#8217;esame degli atti processuali, è nostro dovere chiederci qual è il prezzo che tutti noi paghiamo, qual è il costo sociale di questo sistema di malaffare, di connivenze e di collusioni che violenta la formazione professionale, toglie risorse all&#8217;assistenza sanitaria, impoverisce ed oscura la ricostruzione dell&#8217;Aquila, deturpa il nostro ambiente, specula sui programmi urbani, trucca e tarocca i concorsi per i nostri giovani.<br />
Non passa giorno che in Abruzzo non si parli di crisi aziendali. A chi vanta successi e segnali di ripresa adducendo una riduzione del debito pubblico, diciamo che non conosce o fa finta di non conoscere la situazione drammatica in cui versa la nostra regione, dove il 12% delle famiglie vivono al di sotto della soglia di povertà e dove un giovane su 4 vive in uno stato di precarietà.<br />
Un esercito di quasi 25.000 senza lavoro e 17.000 cassa integrati è un dato che consegna all&#8217;Abruzzo la maglia nera per il lavoro che non c&#8217;è.<br />
Non si tratta solo del fatto che la distanza fra l&#8217;Abruzzo e le altre regioni sta diventando insopportabile. E&#8217; il capitale sociale, fisico e umano che si sta impoverendo: sembriamo ricchi perché si difendono corporativismi, rendite e privilegi, ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito che si è accumulato per fare i soldi di pochi e non per costruire scuole, laboratori scientifici, servizi moderni, ferrovie veloci, interventi per salvaguardare l&#8217;ambiente e valorizzare la cultura e la bellezza della nostra regione.<br />
E&#8217; il potenziale produttivo, compreso l&#8217;insieme delle conoscenze, che viene colpito e in ciò sta la fondatezza della protesta del mondo sano dell&#8217;imprenditoria. Se in  tutto questo la sinistra non è innocente sono evidenti e palesi le responsabilità di un centro destra abruzzese che negli ultimi dieci anni ha disgovernato per sette anni.<br />
E&#8217; sconcertante che non si riesca a comprendere come l&#8217;altra grande sfida, quella  della sanità che assorbe l&#8217;80% del bilancio regionale, deve essere soprattutto una sfida di coesione sociale.<br />
Non è solo questione di piani di rientro, di numeri di Asl, di riequilibrio pubblico-privato, di difesa degli ospedali sul territorio, di contrastare una visione di contabilità ragionieristica che trucca i conti facendo credere ai pareggi di bilancio, spostando le risorse economiche dei FAS, destinati allo sviluppo della regione, sono in gioco, invece,  il modello e il progetto stesso della nostra società. Abbiamo contemporaneamente situazioni di eccellenza e degrado, di sviluppo e di marginalità e siamo sempre più esposti al rischio di una frammentazione e di un abbandono dei cittadini rispetto alla loro domanda di assistenza.<br />
Così come il tema della ricostruzione dell&#8217;Aquila e dei comuni del cratere deve diventare una questione di impegno civile, sociale e politico.<br />
Al contrario, incertezza dei diritti, inadeguatezza delle risorse, propaganda politica, una malcelata alleanza tra politica affaristica e potere economico finanziario, stanno bloccando e condizionando tutto, servendosi di percorsi burocratici farraginosi e strumenti commissariali affidati a figure prive di credibilità.<br />
C&#8217;è una regione che vuole lavorare per uscire dalla crisi e si aspetterebbe che la politica facesse la propria parte e che non restasse servile e accondiscendente, mentre a Roma l&#8217;Abruzzo  diventa un fanalino di coda nel programma delle infrastrutture strategiche che verrà approvato in allegato alla Decisione di Finanza Pubblica del prossimo triennio. C&#8217;è una regione, drogata dai commissariamenti, che non sopporta più il teatrino delle promesse e non capisce perché si lavori al minimo, quando da tempo si accumulano i veri progetti di riforma, che dovrebbero coinvolgere cittadini e parti sociali in un confronto che non può più essere solo di propaganda.</p>
<p>Senatore Alfonso Mascitelli<br />
Segretario Regionale Italia dei Valori Abruzzo</p>
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		<title>Un estate tra cucine e circo equestre</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 19:48:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra scandali presunti e convegni, nessuna proposta per la crisi economica Le vacanze sono terminate, almeno per chi ha potuto permettersele. Non si sa ancora molto sui numeri effettivi. La Ministra del Turismo, l’ineffabile Brambilla, spara cifre a caso tanto lei è andata in Francia.  Sotto il sole ci ha fatto compagnia un tormentone sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/politica/un-estate-tra-cucine-e-circo-equestre-912114.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Tra scandali presunti e convegni, nessuna proposta per la crisi economica<br />
Le vacanze sono terminate, almeno per chi ha potuto permettersele. Non si sa ancora molto sui numeri effettivi. La Ministra del Turismo, l’ineffabile Brambilla, spara cifre a caso tanto lei è andata in Francia.  Sotto il sole ci ha fatto compagnia un tormentone sulla casa di Montecarlo, utilizzata dal cognato del presidente della Camera. Non so voi ma io ho avuto serie difficoltà nel comprendere le ragioni, per cui Il Giornale ha definito scoop tale notizia. Le uniche cose certe sono che l’immobile non è di proprietà statale, che il cognato di Fini ha una Ferrari e che Fini ha acquistato una cucina. <span id="more-2114"></span>Vittorio Feltri, da quando è diventato dipendente della famiglia Berlusconi, ha collezionato una sospensione di otto mesi dall’ Ordine dei Giornalisti (ve lo ricordate il caso Boffo ?) e ha fatto sborsare al suo editore ( fratello del premier ), la bellezza di 750mila euro di risarcimento danni, per le bufale su Di Pietro.  Ci sono stati, purtroppo, avvenimenti ben più seri. La tragedia dell’alluvione in Pakistan, che ha lasciato senza casa sette milioni di persone, praticamente ignorata dai governi occidentali (forse ad Haiti, ci sono più interessi commerciali o perché ci sono le spiagge ?).  La Fiat si è rifiutata di reintegrare i tre sindacalisti licenziati, come da ordinanza del Tribunale del Lavoro. Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, giustifica questo comportamento come normale prassi (quindi significa che i suoi associati, di solito non rispettano le sentenze dei tribunali?). Marchionne ospite al meeting di CL, ha ribadito che è necessario elaborare nuove relazioni industriali, per competere nella “globalizzazione”. Ho seri dubbi che cancellare i diritti dei lavoratori, possa aumentare la produttività. Non è solo una mia idea visto che in Cina, ad esempio, stanno facendo  l’esatto contrario. Più diritti e aumenti di salario. Eh si perchè Marchionne dovrebbe spiegare come venderà tutte queste auto, visto che in Italia (dove Fiat è leader) il calo è stato del 30% e le retribuzioni sono le più basse d&#8217;Europa. Nella UE, dove le immatricolazioni sono a meno 10%, il gruppo di Torino non è nemmeno tra i primi dieci marchi.  Finiamo con una notizia quasi eclatante. Leggo sul ilfattoquotidiano.it “ Dopo aver censurato lo scoop dell’Espresso sulle nuove accuse di mafia lanciate da Spatuzza a Schifani, la libera stampa italiana si è vista costretta a censurare anche la replica del presidente del Senato alle accuse di Spatuzza…” Ecco, chi censura lo scoop dell’Espresso innesca una catena di censure che nessuno può spezzare: gli tocca censurare tutto il blocco…” “ La seconda carica dello Stato chiede di essere interrogata dalla Procura di Palermo sulle accuse di mafia che gli lancia Spatuzza e nessun organo d’informazione lo scrive”.  Vuoi vedere che per farsi pubblicare i comunicati stampa, Schifani deve far conto solo su Travaglio… PS :Per quanto riguarda la visita di Gheddafi a Roma, non so se catalogarla sotto la voce circo equestre o ennesima tragicomica caduta di immagine del nostro Paese.</p>
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		<title>Liberi pensieri</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 06:21:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I pensieri scorrono liberamente nella mente e mi fermo a considerare come essi passino velocemente da un soggetto all’altro, per associazioni di idee, similitudini, ricordi. Arrivano così frammenti di poesie e prose, frasi di persone comuni o di grandi personaggi, eventi passati e presenti, in una sorta di “stream of consciousness”  alla James Joyce. Ascolto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/economia-lavoro/liberi-pensieri-912007.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>I pensieri scorrono liberamente nella mente e mi fermo a considerare come essi passino velocemente da un soggetto all’altro, per associazioni di idee, similitudini, ricordi. Arrivano così frammenti di poesie e prose, frasi di persone comuni o di grandi personaggi, eventi passati e presenti, in una sorta di “stream of consciousness”  alla James Joyce.<br />
Ascolto distrattamente la TV e tra le tante notizie che come sempre massacrano Napoli.  Ebbene si, anche il pane qui viene prodotto in modo illegale con forni improvvisati e poco puliti, venduto qua e là senza alcun rispetto di norme igieniche, ma a  prezzo tanto basso da attirare molte famiglie che sono in difficoltà per l’attuale crisi e per l’Euro, moneta sfuggita ad ogni controllo, che ha dimezzato stipendi, risparmi e potere d’acquisto. <span id="more-2007"></span></p>
<p>“Pane ti spezzan gli umili ogni giorno, lieti se già non manchi alla lor mensa….”  recita la mia mente rivedendo la poesia di Pastonchi scritta con bella grafia sul quaderno delle elementari e poi i libri di storia dove spesso  leggevo di tumulti e violenze causati da gente affamata che dava l’assalto ai forni per rubare pane e farina, come nel famoso episodio del 1629 descritto dal Manzoni nei  “ Promessi Sposi” e in tanti altri, in periodi di crisi e carestia lungo il percorso storico dell’umanità fino ai nostri giorni. Come non pensare a grano e riso che cominciano a scarseggiare in alcuni paesi per diversi motivi:  mutazioni climatiche, maggiore quantità di semi utilizzati per l’allevamento del bestiame o addirittura per la produzione di biocarburanti, ulteriore impennata dei prezzi dovuta alla crisi internazionale, impiego di OGM nell’agricoltura con speculazioni di tutti i tipi, ecc.. ecc..<br />
E d’inverno piove, piove, piove in Italia, paese ricco di fiumi, laghi e cascate. Quanta acqua! Ma dove va a finire tutta quest’acqua se poi non ce n’è abbastanza e bisogna privatizzarne la gestione? “Laudato sì, mì Signore per sor Acqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”. Caro S. Francesco, avevi proprio ragione tu, ma oggi “non  c’è più religione!”, come diceva talvolta Totò nei suoi film.</p>
<p>Il Tg va avanti ed  ecco ancora la guerra in Afghanistan con altri morti, le tensioni in Medio Oriente, l’Iran e il pericolo di armi nucleari ecc. ecc.  Aveva ragione Celentano quando cantava  “ogni atomica è una boccia e i birilli son l’Umanità. Il capriccio di un capoccia ed il mondo in aria salterà”. Speriamo proprio di no! E’ strano poi che nessuno pensi ai pericoli delle centrali nucleari, soprattutto su territori ad alto rischio sismico, come l’Italia. Ce ne dovessero regalare qualcuna anche in Campania? Tra Vesuvio, Epomeo e Campi Flegrei , non so se mi spiego!</p>
<p>Ah  giustizia, giustizia, dove sei? Caro Martin Luther King, fosti davvero saggio nell’affermare che “l’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque”, poiché davvero i cattivi esempi si possono espandere a macchia d’olio.</p>
<p>Allora che fare? Non ci resta che lottare per i nostri ideali e sperare come il poeta  J. Carrera  Andrade che scrisse: &#8211; Verrà un giorno più puro degli altri:/ scoppierà la pace sulla Terra/ come un sole di cristallo….nessuno verserà più il sangue del fratello./ Il mondo apparterrà alle fonti e alle spighe/ che imporranno il loro impero/ di abbondanza e freschezza,/ senza frontiere -.</p>
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		<title>L&#8217;inganno del G20</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 18:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/politica/linganno-del-g20-912003.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Il G20 di Toronto si è concluso con un fallimento rispetto alle attese iniziali. L’agenda del dibattito si è concentrata soprattutto sul tema della crisi economica. Ma anche su questo versante il G20, segnato dalle divergenze tra Usa ed Europa, ha deluso dopo aver annunciato decisioni esibite come promesse di rinnovamento, smentite puntualmente dai fatti. Il vertice ha respinto persino le proposte minime sulla regolamentazione dei mercati e la tassa sulle banche. Un esito che i commenti della stampa hanno definito scoraggiante: “Un summit che avremmo potuto benissimo risparmiarci”, è la sentenza senza appello di vari quotidiani europei. Dunque, il summit ha svelato l’ennesimo inganno pompato con finalità pragmatiche, almeno stando alle dichiarazioni di principio.<span id="more-2003"></span>Al di là delle buone intenzioni (si sa che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”) che impressionano solo gli spettatori ingenui e tendenzialmente creduloni, a chi per indole e formazione è sempre vigile, non è sfuggito il carattere capzioso dietro cui si ripara una mistificazione che inganna la buona fede della gente. Il summit doveva patrocinare un disegno volto a riabilitare un sistema economico di rapina e sfruttamento imposto a miliardi di esseri umani, piombato in una grave crisi strutturale che ha causato un crollo verticale dei consensi. E’ dunque inevitabile dubitare del valore di simili iniziative che servono al massimo a rimuovere i sensi di colpa dell’occidente e ad alimentare le illusioni della gente. Occorre rifuggire dalle facili suggestioni create dai mass-media, denunciando la natura ipocrita di operazioni spacciate come attestati di amicizia e fraternità universale, mentre in realtà approfittano delle speranze dei popoli.</p>
<p>Ormai anche i bambini sanno che i vertici del G20 perseguono solo gli interessi di quel 20% di parassiti che consumano oltre l’80% del reddito prodotto dall’intero genere umano. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto negli anni scorsi ai paesi poveri sia solo servito a rimpinguare le tasche dei ceti dirigenti dei paesi poveri e delle oligarchie finanziarie dei paesi ricchi, grazie agli interessi usurai o alla vendita di armi. Se da un lato si ostenta a chiacchiere la volontà di annullare il debito che affoga i paesi africani, che non potrà mai essere estinto poiché solo gli interessi stanno letteralmente strozzando quei popoli, dall&#8217;altro lato i proclami retorici coprono nuove liberalizzazioni economiche. Ma quale strozzino ha mai estinto spontaneamente il debito contratto dalle sue vittime? Nessuno. Eppure, siamo pronti a credere che ciò possa accadere agli usurai della finanza globale, solo perché lo hanno annunciato in Tv i capi di stato del G20.</p>
<p>Dopo il crollo del muro di Berlino e  la dissoluzione del blocco filo-sovietico, gli USA si sono ritrovati ad essere l&#8217;unica superpotenza militare  sulla scena globale, per cui hanno assunto il ruolo di gendarmeria mondiale, esautorando l&#8217;ONU e arrogandosi l&#8217;esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano commerciale sono emerse nuove rivalità tra i colossi del mercato  mondiale: Usa, Europa, Giappone, Cina e India, i principali protagonisti del nuovo assetto mondiale. Negli anni ’90 i centri nevralgici del potere decisionale si sono spostati in quelle sedi di natura sovranazionale, cioè il WTO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, i summit del G8, ecc.</p>
<p>L&#8217;avvento del nuovo millennio ha visto la nascita del cosiddetto &#8220;popolo di Seattle&#8221;, un movimento eterogeneo di rivolta anticapitalista che ha avviato un ciclo di lotte di massa a livello internazionale, il cui apice è stato raggiunto in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001. In quella circostanza la reazione del potere, messo in discussione e turbato dalle folle che si contaminavano e  contestavano il modello di società imposto dalla “globalizzazione neoliberista”, progettando “un altro mondo possibile”, propugnando esperienze di autogestione politica in alternativa al verticismo delle oligarchie finanziarie, non tardò a manifestarsi in modo irrazionale, svelando la natura criminale e antidemocratica del nuovo assetto incarnato dai capi di stato del G8.</p>
<p>Nella fase iniziale la reazione proruppe in atti di brutalità poliziesca, condannati dall&#8217;opinione pubblica e denunciati dal movimento tramite fotografie e filmati autoprodotti, testimonianze e inchieste di controinformazione, per cui la fase seguente ha visto un salto di qualità dell&#8217;azione repressiva. Fu a quel punto che intervenne il disastro dell&#8217;11 settembre, fornendo un alibi usato scientificamente per evocare e legittimare uno stato di &#8221;guerra preventiva e permanente&#8221; contro il terrorismo globale.<br />
L&#8217;apparente dicotomia “terrorismo/guerra” ha avvolto una mostruosa riedizione della &#8220;strategia della tensione&#8221; su scala planetaria: “destabilizzare per stabilizzare”, cioè preservare l&#8217;ordine mondiale con il terrore. In effetti, da quel momento la parabola ascendente del movimento no global ha subito un brusco rallentamento, fino ad arrestarsi, per riprendere vigore nel 2007, in occasione del G8 di Rostock, in Germania.<br />
Questo  sistema di potere sovranazionale è ormai sprofondato in una crisi durevole, sul piano sia economico che ideologico. Il processo discendente è in atto da anni, benché non sia così evidente agli occhi delle persone più superficiali, plagiate dalle manipolazioni delle informazioni. L&#8217;opinione pubblica è in gran parte formata da una propaganda ingannevole e tendenziosa che i mezzi di comunicazione di massa operano quotidianamente, occultando la realtà delle cose. Tuttavia, le contraddizioni latenti, insite nel nuovo assetto globale, sono destinate ad acuirsi e ad esplodere, investendo anzitutto le istituzioni più tradizionali, cioè gli ordinamenti parlamentari borghesi, ma anche le strutture sovra-nazionali a partire dai vertici del G8 e del WTO, innescando un ciclo conflittuale in grado di scatenare una rottura critica del sistema su scala globale.</p>
<p>I segnali sono palesi ovunque, in particolare in America Latina, mentre in Europa il processo di disintegrazione si configura in forme (solo apparentemente) meno acute e virulente. Ormai anche da noi le rivolte dei migranti, dei giovani lavoratori precari, dei proletari sfruttati, sono all&#8217;ordine del giorno. Si pensi alle vertenze e alle lotte in corso nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche, nelle scuole, nei ghetti, nelle piazze. Si pensi alle iniziative locali che intere popolazioni stanno mettendo in piedi in varie parti del mondo. Il fiume del movimento no-global si è praticamente sciolto in infiniti rivoli di protesta e rivolta, in numerose iniziative di lotta riconducibili ad un unico denominatore comune: il rifiuto della logica perversa e affaristica dell&#8217;economia di mercato. Un modo di produzione globalizzato, retto su leggi inique, dettate dalle lobbie finanziarie del neoliberismo. Un sistema economico, politico e sociale cinico e disumano, che ormai sono sempre meno le persone disposte a subire passivamente, senza reagire e ribellarsi.<br />
Se è vero che Usa, Europa, Giappone, Cina e India sono gli attori principali del nuovo scacchiere geo-politico, se è vero che le redini del potere economico sono detenute da organismi sovranazionali, non bisogna dimenticare le schiere di forza-lavoro migrante, le “turbe dei pezzenti”, le moltitudini reiette e disperate in perenne movimento sulla Terra, masse sottosalariate che non sopporteranno più il peso sovrumano dell’ingiustizia e dello sfruttamento. I popoli finora tormentati dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, esclusi dalla storia,  dissanguati da debiti usurai, non saranno per sempre prigionieri della paura e della rassegnazione, ma prima o poi sorgeranno dallo stato di torpore e passività in cui sono immersi, per riappropriarsi finalmente dei propri diritti.</p>
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		<title>Pomigliano, prove tecniche di terzomondizzazione</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 07:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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Al di là dell’esito referendario, della vittoria dei “sì” che non è stata affatto plebiscitaria, sebbene tale risultato si possa definire come una “vittoria di Pirro”, in realtà hanno perso gli operai. Nella “proposta di accordo unilaterale” avanzata da Marchionne e firmata dai sindacati filo-padronali, affiora un’arroganza da vecchi industriali ottocenteschi. Per realizzare il massimo profitto, la Fiat intende “derogare” su ogni regola: leggi, contratti, Statuto dei Lavoratori, Costituzione. La vicenda di Pomigliano rischia di imporre l’idea che l’unica soluzione alla crisi sia accettare la logica del ricatto aziendale: lavori se rinunci al salario sottraendo occupazione ad altri lavoratori; sopravvivi se rinunci ai diritti e alla democrazia. In tal senso Pomigliano rischia di “fare scuola” segnando lo spartiacque delle “nuove relazioni industriali”.<br />
Di fronte alla crisi internazionale la risposta della FIAT è un preciso disegno strategico che punta alla terzomondizzazione del lavoro in Italia, ossia ad una crescente intensificazione dei ritmi e dei tempi di lavoro, ad una completa precarizzazione dei diritti e delle tutele sindacali, delle retribuzioni salariali, delle condizioni di sicurezza e di vita degli operai italiani. Dopo aver dissanguato i lavoratori polacchi, la FIAT pianifica il rientro in Italia di una produzione automobilistica che era stata trasferita all’estero negli anni scorsi, malgrado le generose sovvenzioni elargite alla FIAT da parte dello Stato italiano, cioè denaro pubblico versato dai cittadini e contribuenti del nostro paese.<br />
In una lettera inviata ai colleghi di Pomigliano da un gruppo di lavoratori della FIAT di Tychy, in Polonia, si legge testualmente: “La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli altri. E a Tychy lo abbiamo fatto. (…) Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. (…) E&#8217; chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente. (…)”<br />
La vertenza di Pomigliano D’Arco riassume gli effetti della crisi che attraversa l’economia mondiale. L’attuale recessione non è un episodio accidentale, ma una crisi strutturale di portata planetaria, causata dall’eccessivo sviluppo delle forze produttive, è una crisi di sovrapproduzione accentuata e accelerata dalla saturazione progressiva dei mercati internazionali: finora si è prodotto in quantità eccessiva sfruttando troppo i lavoratori, che si sono impoveriti in modo crescente e sono destinati ad impoverirsi ulteriormente. E’ una crisi che si spiega in virtù del divario tra la crescente produttività del lavoro e la declinante capacità di consumo dei lavoratori. In altri termini gli operai producono troppo, al punto che non si riesce a vendere quanto essi producono. E’ la radice delle contraddizioni del capitalismo, riconducibile alla sua tendenza intrinseca alla sovrapproduzione e all&#8217;incapacità di realizzare il profitto insito nelle merci prodotte.<br />
In questo quadro l’azione dei governi non fa che assecondare il gioco e gli interessi delle forze capitalistiche. Infatti, le politiche di liberalizzazione selvaggia attuate dai governi avvicendatisi negli ultimi anni, procedono senza sosta, malgrado aumenti la consapevolezza che esse favoriscono il predominio degli interessi dei grandi potentati economici, delle banche e delle società finanziarie, ad esclusivo discapito dei lavoratori.<br />
Impresa, mercato, produttività, profitto, non sono mai stati termini asettici o neutrali, ma hanno sempre definito affari e poteri concreti, persone in carne ed ossa. Invece, oggi tali interessi privati vengono esibiti come il bene comune della società. La contraddizione centrale è ancora quella che contrappone l&#8217;impresa capitalistica al mondo del lavoro. I lavoratori devono prendere coscienza che il vero problema risiede nel costo del capitale, nell&#8217;inasprimento delle condizioni di sfruttamento e nell&#8217;aumento del lavoro straordinario, nella crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, insomma nel sistema dell’alienazione capitalistica del lavoro operaio.<br />
Negli ultimi mesi, gli effetti della recessione hanno spinto molti lavoratori, esposti alla minaccia dei licenziamenti, ad intraprendere forme di protesta. C’è l’operaio che tenta il suicidio perché non riesce ad arrivare alla metà del mese, ma ci sono anche casi di operai ribelli che scelgono di lottare strenuamente contro la crisi, che i padroni tentano di far pagare ai lavoratori. Contro i nuovi attacchi perpetrati dal sistema mafioso della FIAT, occorre far sentire tutta la solidarietà del proletariato italiano ed internazionale verso le iniziative di lotta intraprese dagli operai di Pomigliano, sottoposti all&#8217;ennesima criminalizzazione da parte della Fiat e dello Stato suo complice. E’ urgente schierarsi a fianco degli operai che lottano contro la crisi e lo sfruttamento in fabbrica, per non essere più vittime dell&#8217;ennesimo inganno perpetrato da governo, padroni e sindacati.</p>
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		<title>Mille giovani al giorno da 150 anni</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 21:03:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/economia-lavoro/mille-giovani-al-giorno-da-150-anni-911893.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/05/mille.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1894" title="mille" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/05/mille-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>150 anni fa mille giovani garibaldini si imbarcarono da Quarto per andare al sud a fare l’Italia, da allora ogni giorno, ininterrottamente, mille giovani sono costretti a compiere il percorso inverso dal sud verso il nord, alla ricerca di un lavoro e di un futuro decente, perché la vecchia patria non esiste più e la nuova non ha voluto o non  è stata in grado di procurarglielo. <span id="more-1893"></span><br />
L’emorragia continua imperterrita con alti e bassi; una sorta di genocidio silenzioso che raggiunse un picco negli anni Sessanta, ma che da tempo ha ripreso lena, privando le regioni meridionali delle migliori energie, dei laureati con lode e di tutti coloro che si sentono ingabbiati nelle maglie di una società pietrificata.<br />
Tante generazioni perdute che hanno lasciato il sud in balia di politici corrotti, amministratori inefficienti ed eterne caricature di Masaniello.<br />
Il fiume di denaro pubblico che lo Stato ha elargito per decenni è stato clamorosamente dilapidato, usato, non per investimenti produttivi, ma unicamente per consolidare un vacuo consenso elettorale, perpetuando il proliferare di squallide oligarchie locali, di cricche e di camarille colluse con la criminalità organizzata.<br />
E mentre ogni anno trecentomila garibaldini alla rovescia sono costretti a lasciare gli affetti ed il luogo natio per cercare altrove la dignità di esistere, l’incubo della crisi economica e del federalismo fiscale rischia di far deflagrare una situazione esplosiva tenuta in coma da flussi di denaro a perdere.<br />
Se l’idea di eguaglianza e di solidarietà dovesse cedere il passo ad una deriva separatista al sud non resterà che cercare di capeggiare una federazione di stati rivieraschi del Mediterraneo, di mettersi a capo di popoli disperati, avendo come punti di riferimento non più Roma, Milano e Bruxelles, bensì Tripoli, Algeri ed Alessandria d’Egitto.</p>
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		<title>Il medioevo prossimo  venturo</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 21:49:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http://www.orizzontinuovi.org/cultura-societa/il-medioevo-prossimo-venturo-911850.html&amp;layout=standard&amp;show_faces=0&amp;width=600&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font=" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:600px; height:27px"></iframe><p>Secondo la scienza l’universo è incominciato con un’immane catastrofe: il big bang che ha squarciato i sovrumani silenzi e terminerà con un’altra ancor più gigantesca catastrofe, l’entropia, la degradazione fino all’annullamento dell’energia, che a quei silenzi riconduce, nel frattempo cataclismi naturali, come la recente eruzione che ha oscurato i cieli d’Europa e paralizzato i traffici aerei, ma soprattutto, esplosione demografica, consumismo selvaggio, inquinamento ambientale, esaurimento delle risorse e disordine finanziario persistente segnano i nostri tristi giorni. Non bisogna allora meravigliarsi se gran parte dei futurologi, siano essi climatologi, economisti o filosofi vedano il futuro nero. Anche i registi da anni realizzano unicamente film catastrofici, delineando scenari allucinanti, da The day after tomorrow al recente Codice Genesi.<span id="more-1850"></span>Esaminiamo ora i singoli fattori, alcuni di difficile controllo, che conducono verso l’apocalisse partendo dall’esplosione demografica. Nei prossimi dieci anni la popolazione mondiale passerà da 7 ad 8 miliardi. Nel frattempo gli abitanti dell’Europa e del nord America non aumenteranno, mentre salirà significativamente l’età media. Si intensificheranno i fenomeni migratori e l’abbandono delle campagne, con la nascita di gigantesche megalopoli, molte delle quali conteranno più di 30 milioni di abitanti. La desertificazione, legata ai mutamenti climatici ed alla carenza di acqua, avanzerà dappertutto, incidendo pesantemente sulla produzione agricola.</p>
<p>Il consumismo selvaggio è aggravato dall’aumento della popolazione, ma in particolare dall’aumento dei consumatori del terzo mondo che vorranno avvicinarsi al livello medio occidentale. La Cina e l’India, che già oggi hanno oltre 2 miliardi di abitanti, costituiranno oltre la metà della popolazione della Terra e se anche un 20% di loro raggiungerà un decente livello di reddito, ma potrebbero essere molti di più, la domanda di energia e di beni di consumo creerà situazioni insostenibili. Inquinamento ambientale ed esaurimento delle risorse naturali cammineranno in sintonia accelerando la corsa verso la catastrofe planetaria. La crisi finanziaria che devasta l’economia mondiale da due anni e che è ben lungi dall’essersi esaurita concorrere ad umiliare la qualità della vita, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, aumentando disoccupazione, povertà ed  insicurezza del futuro. La produzione di beni e servizi per alcuni anni aumenterà ancora, ma richiederà sempre meno addetti, per via del progresso tecnologico, dall’informatica ai robot; la conseguenza sarà un esercito sempre più folto di disoccupati, ai quali bisognerà garantire un minimo di sussistenza.</p>
<p>La difficoltà a governare i fenomeni economici è dovuta ad un deficit della politica, incapace di dotarsi di organizzazioni internazionali veramente efficienti; le nazioni sono ridotte a semplici giocattoli in un mondo globalizzato e dominato dalle dure leggi del profitto, con multinazionali sempre più tentacolari ed onnipotenti, che trasferiscono la produzione là dove il lavoro è meno costoso e spostano i capitali dove la rendita è più elevata e la pressione fiscale inesistente.</p>
<p>Il medioevo prossimo venturo somiglierà sorprendentemente a quello passato. Mentre epidemie incontrollabili, favorite dalla mobilità e dalla promiscuità dilagheranno in compagnia di catastrofi climatiche ed ecologiche, i ricchi si rifugeranno in comode fortezze, simili più ad un bunker che a un castello, mentre le zone fuori di ogni controllo aumenteranno. Imperverseranno cartelli della droga e signori della guerra, mafie e corsari, mentre le libertà individuali avranno sempre più difficoltà a manifestarsi per il proliferare di autoritarismi e dittature ed a soffrire maggiormente saranno i più poveri per la scomparsa di molte delle forme di assistenza, rese impossibili dall’aggravarsi  della crisi economica.</p>
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