Troppi macchinari diagnostici ma liste d’attesa infinite: il paradosso italiano

di Luigi Cursio* | 2 giugno 2012, 12:16 | Salute e Sanità

Luigi Cursio

“E’ uno spreco da più di un miliardo di euro di soldi pubblici. La recessione impone un cambiamento di mentalità”
L’Italia è da sempre il Paese dei mille paradossi che, con la recessione in corso, sono diventati ancora più intollerabili agli occhi dei cittadini. Uno di questi è poco noto eppure particolarmente grave, perché consiste in un grosso spreco di denaro pubblico fatto sulla pelle delle persone, ovvero in ambito sanitario.
Mi riferisco ai macchinari diagnostici: in Italia ne abbiamo un quantitativo doppio – se non triplo – rispetto a Paesi come Francia e Germania, le quali però al contrario nostro hanno liste d’attesa accettabili. Una situazione assurda e grave che è documentata da autorevoli dati statistici nazionali e internazionali.
Secondo l’Ocse, infatti, nel 2010 in Italia si contavano 21,6 apparecchiature per la risonanza magnetica ogni milione di abitanti contro le 6,4 della Francia. Per la Germania ci sono i dati del Ministero dell’Economia del 2007, secondo cui ogni milione di abitanti ce ne sono 7,1.
Stesso discorso vale per la tomografia assiale computerizzata, meglio nota come tac. Nel 2010, sempre secondo l’Ocse, in Italia risultavano 31,7 apparecchi per milione di abitanti, contro gli 11,1 della Francia. Anche in questo caso per la Germania ci sono i dati forniti nel 2007 dal Ministero di via XX Settembre, che ne calcolano 15,5.
Ma mentre a Parigi e a Berlino quasi non si sa cosa siano le liste d’attesa, secondo il rapporto PiT Salute realizzato ogni anno da Cittadinanzattiva, per una risonanza o una tac in Italia nel 2010 erano necessari dieci mesi di attesa. E la tendenza è persino negativa, se si pensa che nel 2009 ne “bastavano” nove.
Ho citato solo questi due esempi, ma potrei farne a volontà. In sintesi si tratta, come detto, di un paradosso molto grave: decine di macchinari costosi e pagati con i soldi dei contribuenti, che sono inutilizzati o quantomeno sottoutilizzati – non sono rari infatti i casi di attrezzature che rimangono ad arrugginire ancora avvolte nel cellophane. E contemporaneamente le proteste dei cittadini, che devono attendere un’infinità anche per esami diagnostici salvavita, restano inascoltate.
Ma questo enorme spreco quanto ci costa? Secondo una stima molto ottimistica, basata sempre sulle statistiche, buttiamo in questo modo più di un miliardo di euro. Una cifra impressionante. Pensate alle necessità del nostro Paese oggi, a tutto quello che si potrebbe fare recuperando quei soldi: aiuti ad anziani, disabili, non autosufficienti. Ma anche alle famiglie, ai disoccupati, agli studenti.
Per fare solo un esempio, con questo denaro si potrebbe risolvere definitivamente il problema degli esodati, cioè quei lavoratori che, su invito delle aziende, hanno contrattato un’uscita anticipata, per poi trovarsi intrappolati dalla riforma delle pensioni fatta dal Ministro del Lavoro Elsa Fornero, a causa della quale loro non possono percepire né lo stipendio né l’assegno pensionistico.
Ma come siamo giunti a questo ennesimo spreco? Sicuramente tra le cause ci sono la cattiva pianificazione degli acquisti, spesso non centralizzati – non è possibile, infatti, che lo stesso macchinario abbia prezzi diversi addirittura all’interno della stessa regione – e la scarsa flessibilità degli orari di uso di questi strumenti. Solo in Italia infatti gli esami diagnostici strumentali si fanno solo per poche ore al mattino. Ma la causa principale sono i piccoli potentati locali all’interno dei singoli ospedali, ovvero persone che per capriccio o per proprio tornaconto costringono la loro asl a fare acquisti non necessari.
In generale la Sanità è uno dei settori più importanti, più costosi – giustamente: ne va della salute pubblica – e che quindi suscita più appetiti illeciti. Per questo è proprio da qui che bisogna partire per eliminare gli sprechi e recuperare capitali. Ma non come hanno fatto l’ultimo Governo Berlusconi e quello in carica, guidato da Monti, cioè con i tagli lineari, fatti alla cieca, bensì con interventi “chirurgici”, andando a cercare e isolare le storture per correggerle. È quello che i cittadini ci chiedono e che è urgente fare: per rispetto della loro salute e delle loro tasche.
* Medico, Consigliere Regione Piemonte, Segretario regionale IDV.