Nessuno sarà lasciato solo!

di Paolo Mignozzi | 3 maggio 2009, 11:46 | Interni

Le parole sono pietre! Le parole oltre a trasferire il nostro sentimento agli altri sono senza dubbio rivelatori della relazione che ciascuno ha con l’esistente, il nostro modo di concepirlo.

L’io, gli altri, la solitudine, il bisogno, la morte sono argomenti su cui non ci interroghiamo spesso ma nonostante ciò, inconsciamente, modifichiamo nel tempo il nostro comportamento adeguandolo alla differente percezione che riceviamo da fatti ed accadimenti che provengono dalla sfera privata e pubblica e da quelli di natura strettamente personale.
Una bellissima canzone, reiterandola, solfeggia la strofa “io lo so che non sono solo anche quando sono solo” ed evidenzia con queste parole una profonda fede in qualcuno o qualcosa che non ci abbandona mai, vuoi che sia il Creatore dell’Universo che il senso di appartenenza alla comunità umana, che l’idea di un parente o di un amico.
Coloro che credono nell’opera terrena dell’uomo in comunione, forse, avrebbero detto: nessuno deve esser lasciato solo! In ciò ravvisando la necessità di rispetto di un valore alto e unico dell’uomo e della sua vita e il fatto che, tale condizione, non sempre rispettata, può essere consegnata al successo soltanto con la collaborazione di tutta la società, di tutto il genere umano, di ciascuno di noi. Un valore da raggiungere, dunque, non un’affermazione di potenza.
Tutto ciò ovviamente apre uno scenario sulle azioni e gli atteggiamenti che, per la paura di perdere qualcosa, in primis la vita e i beni materiali, assumiamo giorno dopo giorno verso gli altri, verso il potere e soprattutto verso gli emarginati gli esclusi, i bisognosi e i diversi in genere; i nostri governi, per mantenersi in vita, talvolta, sono indotti ad emanare leggi, irrazionali, che rispondono a queste motivazioni di fondo. Nessuno di noi può dirsi fuori.
Restando però al senso ed al mondo che le parole usate svelano c’è un’ultima considerazione da fare …non sempre alle buone parole corrispondono i fatti; i fatti che seguono le azioni dell’uomo inevitabilmente (Sant’Agostino) comportano bene e male insieme e sono sempre difficoltà per qualunque governo che voglia provvedere compiutamente alla risoluzione di un bisogno collettivo.
Quest’Italia che nessuno da oltre un decennio riesce più a governare nel suo sentimento d’identità, quest’Italia derubata e colpita al cuore (mi scusi De Gregori), si sveglia dopo un male gratuito e insensato come il terremoto che ha sconvolto la città dell’Aquila ed i paesi limitrofi e ritrova il bene, il senso di appartenenza, la solidarietà, la compassione, e si scopre desiderosa di aiutare chi soffre anzi riscopre il dovere più che la necessità di aiutare chi ha subito un grave danno, riconoscendo così, d’un tratto, negli altri, la propria stessa natura umana, la stessa finitudine, riconoscendo così la passione e la catarsi pasquale.
Conosco l’Aquila ed un po’ la sento famigliare per gli echi del dialetto che mi riportano sul versante adriatico dei miei natali e, conoscevo la giovane e gioviale Giuliana Tamburro, schiacciata dalle pietre della casa avita assieme al figlio ed al padre; “Non credevamo che potessimo, noi (quelli che condividevano con lei lo stesso ambiente di lavoro), esser colpiti da una simile tragedia”, così si esprimeva il collega Fabrizio commentando tale perdita umana seguita a quella, per cause del tutto diverse, di un altro giovane collega.
Si è detto che l’avvento della crisi economica deve esser vista come una opportunità di cambiare e di organizzare diversamente la nostra società, il nostro modo di vivere. Similmente credo che anche questa tragedia del terremoto in Abruzzo, per quello che ha evidenziato in termini di non rispetto di norme e leggi stabilite a salvaguardia della nostra stessa incolumità, deve necessariamente produrre profonde trasformazioni in ciascuno di noi prima che andiamo a costruire nuovamente chiese, case e palazzi; è necessario un cambiamento che torni a far pensare ad una società più coesa, protesa a più equità e giustizia, concetti talvolta confusi e sminuiti rispetto a quello ugualmente importante della libertà. Una società che non sia vista come una gara per raggiungere tutti lo stesso obiettivo ma che seriamente tenda a far fronte ai bisogni primari ed alle tragedie e sofferenze non sempre derivanti da calamità naturali, basti pensare alle morti sul lavoro.
La trasformazione auspicata, dunque, non può derivare da altre leggi e leggine, esse, semmai devono seguire l’esigenza comune e profonda di una comunità, devono tradurre la nostra personale trasformazione e convinzione; il male del terremoto ci ha fornito, dunque, l’occasione, speriamo unica, di rigenerazione per riappropriarci del rispetto degli alti principi che sono alla base della nostra civiltà e della nostra convivenza civile basata sulla Costituzione. Soprattutto in una società che diviene giorno dopo giorno più complessa e multirazziale dove possono differenziarsi gruppi religiosi e differenti tipi di morale, è necessario che si condivida e rispetti l’etica civile che è essa stessa ragione dell’esistenza della società prima ancora che le leggi e i regolamenti; l’etica come modus vivendi, sentimento ed azione non imposte ma condivise.
Controlli, collaudi, ispezioni non bastano! Neppure tutte le forze armate insieme basterebbero! Solo se trasformiamo il nostro modo di pensare, di credere, di vivere, solo se poniamo al centro del nostro comportamento il senso di responsabilità che ciascuno di noi ha nelle diverse sfere di attività sociali e politiche è possibile sperare in una società migliore.
Purtroppo, in quest’ultimo decennio abbiamo visto, più che mai, la nostra società italiana tendere al degrado dei rapporti interpersonali, all’assenza di responsabilità, alla corsa solitaria verso il successo, verso l’economia ed il libero mercato, messaggi diretti ed indiretti che hanno condizionato pian piano e modificato il modo di essere e di vivere soprattutto dei più giovani. Non hanno i nostri giovani esempi di personaggi pubblici da imitare se non quelli che ci propinano gli ambienti dello spettacolo mentre nessuna famiglia, per quanto unita ed economicamente benestante, è in grado di proporre esempi convincenti e stili di vita alternativi. Ne è venuto fuori un “si salvi chi può”, l’osanna del più furbo, quello che “ci ha saputo fare”: a scapito di chi? di che cosa? Ne è venuta fuori una nuova violenza, insulsa, gratuita, senza motivazione che permea la nostra società che non conosce il peccato e non teme più l’ira e il castigo divino. Tutto ciò c’impaurisce e ci impone a riflettere sul fatto che, come la scienza ha ormai acclarato, qualunque cosa accada in un punto dell’universo si ripercuote, prima o poi, sul resto del sistema figuriamoci dunque nel nostro odierno piccolo mondo globale.
Questa personale riflessione che rispecchia una sentita convinzione sarebbe un vuoto esercizio di parole se non avessi anch’io in animo (da tempo) un proposito. Al di là, dunque, della corsa alle donazioni di denaro, alle messe in suffragio, alle strette di mano o altro, sempre comunque ugualmente valide, impegno me stesso (mia madre l’avrebbe chiamato “fioretto”) a svolgere ogni mia attività sociale nella profonda serietà e convinzione di non voler sciupare il tempo e con esso la mia risorsa umana in vizi comportamentali ed atteggiamenti che non siano socialmente utili alla mia famiglia ed alla collettività in cui opero. Non ultimo ritengo doveroso conformare a tali principi anche l’esternazione del mio pensiero.
Questa personale riflessione che rispecchia una sentita convinzione sarebbe un vuoto esercizio di parole se non avessi anch’io in animo (da tempo) un proposito. Al di là, dunque, della corsa alle donazioni di denaro, alle messe in suffragio, alle strette di mano o altro, sempre comunque ugualmente valide, impegno me stesso (mia madre l’avrebbe chiamato “fioretto”) a svolgere ogni mia attività sociale nella profonda serietà e convinzione di non voler sciupare il tempo e con esso la mia risorsa umana in vizi comportamentali ed atteggiamenti che non siano socialmente utili alla mia famiglia ed alla collettività in cui opero. Non ultimo ritengo doveroso conformare a tali principi  anche  l’esternazione del mio pensiero.