Fermare Genchi
In questi giorni i maggiordomi del potere e gli epigoni del Nuovo Ordine si affollano intorno ai microfoni per testimoniare il loro sdegno nei confronti del consulente Gioacchino Genchi.
I loro occhi si accendono dinanzi ai giornalisti che silenti registrano le loro dichiarazioni: “attentato alla democrazia”, “il più grande scandalo della Repubblica”, “abuso inaccettabile”, “mega-archivio”, “la più grande storia di spionaggio”, “improcrastinabile l’intervento sulle intercettazioni” e così via. La realtà, come al solito, appare molto diversa dalla rappresentazione politico-mediatica. C’è un punto fermo: il consulente Genchi non ha mai effettuato una intercettazione in vita sua e quindi non c’è alcuna correlazione tra un presunto caso Genchi e la programmata riforma della legislazione sulle intercettazioni. Questo dimostra la malafede di chi vuole strumentalizzare il lavoro del consulente al fine di rendere accettabile all’opinione pubblica una riforma che di accettabile avrà ben poco. Gioacchino Genchi da vent’anni collabora con le procure della Repubblica di mezza Italia “incrociando” i dati dei tabulati telefonici. Il suo metodo ha consentito di fare luce su eccidi di mafia, omicidi e malaffare. Ha lavorato anche con Giovanni Falcone. Il consulente arrivò molto vicino alla verità sulle stragi del 92’ e collaborò fedelmente alle indagini di De Magistris. Questo suo curriculum lo rende pericoloso agli occhi di chi voglia spegnere definitivamente le luci sul massacro di Via D’Amelio e sull’intreccio di poteri in Calabria. Cancellare la chiave di lettura delle indagini e fermare Genchi. Questi gli imperativi.



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