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	<description>Giornale dell'Italia dei Valori - diretto da Orlando Vella</description>
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		<title>Teniamoci pronti alle elezioni con le primarie di IdV</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 06:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Troppe volte si sente dire che la sinistra è confusa. Vorrei dire che noi di IdV non ci sentiamo affatto confusi. Sappiamo benissimo che cosa vogliamo. Abbiamo ambizioni di governo. Vogliamo diventare la nuova classe dirigente. Ci hanno detto eravamo dei dilettanti della politica. Verissimo e ce ne vantiamo. Guardate cosa hanno fatto i cosiddetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Troppe volte si sente dire che la sinistra è confusa. Vorrei dire che noi di IdV non ci sentiamo affatto confusi. Sappiamo benissimo che cosa vogliamo. Abbiamo ambizioni di governo. Vogliamo diventare la nuova classe dirigente. Ci hanno detto eravamo dei dilettanti della politica. Verissimo e ce ne vantiamo. Guardate cosa hanno fatto i cosiddetti professionisti della politica. La novità sarà proprio questa. I dilettanti che fanno politica sul serio, in maniera professionale. Preoccupandosi solo e sempre del bene comune, del patrimonio comune.<span id="more-2065"></span><br />
Per anni abbiamo ripetuto che SB era incandidabile in base a una legge del 1957, non ci hanno dato retta, anzi proprio a sinistra ci hanno attaccato a causa del nostro antiberlusconismo. Anzi, proprio a sinistra hanno continuato a sostenere che la TV non influiva più di tanto sulle scelte elettorali. Adesso finalmente ci si rende conto che la TV è vitale per il berlusconismo, che senza la TV il berlusconismo non si alimenterebbe e non si drogherebbe il 30% degli elettori con l’illusione di diventare un giorno ricchi e famosi votando uno che è diventato ricco e famoso senza preoccuparsi troppo di etica e legalità.<br />
La TV minzolinizzata crea consenso e sopore senza informare, ma anche la TV lottizzata tradiva la propria missione pubblica. Se vogliamo tornare a un servizio pubblico degno di questo nome  dobbiamo proporre un modello nuovo ad esempio sulla scia del sistema olandese che garantisce un pluralismo con ampio spazio per le varie componenti della società senza il filtro accentratore e prevaricatore dei vertici di partito.<br />
Dobbiamo riconquistare la TV pubblica e ridarla ai cittadini, ma per raggiungere questo obiettivo dobbiamo vincere le elezioni ed entrare in una maggioranza di governo composta di politici nuovi, liberi, integri, selezionati dalla base degli elettori.<br />
Utopia? Non più di tanto se ci decidessimo finalmente a bypassare il porcellum eleggendo a livello regionale i candidati al Parlamento e stabilendo così dalla base l’ordine di preferenza di lista. Ogni partito potrebbe dare a ciascuno dei propri iscritti (reali ovviamente con controlli per scongiurare il pericolo delle tessere comprate) il  compito di candidare o candidarsi alle elezioni politiche in modo da premiare il merito e le capacità delle nuove leve che vogliono fare politica seriamente e in modo professionale senza essere ricattabili o dover ringraziare nessuno.<br />
Il partito dovrebbe successivamente accogliere i candidati selezionati dalla base e sostenerli nella campagna elettorale creando occasioni di incontro con la popolazione  e il paese reale. Perché non cominciamo noi di IdV a dare il buon esempio? Facciamo già da ora le nostre elezioni primarie a livello regionale per selezionare la nostra nuova classe dirigente. Sono sicura che avremo un grande successo, c’è tanta voglia di partecipazione  e tanti cittadini sono disposti a impegnarsi per un partito che vuole veramente cambiare la classe dirigente.<br />
Bypassiamo il porcellum, eleggiamo dalla base i nostri candidati a livello regionale per creare le nostre liste per le prossime elezioni, teniamoci pronti alle elezioni. Consideriamole come  la nostra prossima grande chance di arrivare al governo di un’Italia nuova, pulita, fresca e coraggiosa che ridia speranza a milioni di cittadini onesti. Parliamone a Vasto.</p>



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		<title>Ferragosto in carcere</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 06:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Carcere mandamentale di Brindisi]]></category>
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		<description><![CDATA[Alle ore 17 circa del 14 agosto 2010, si aprono i cancelli del Carcere mandamentale di Brindisi, anche quest’anno il senatore Caforio non ha voluto mancare a questo dovere di parlamentare della Repubblica, quest’anno insieme al senatore dell’Idv c’era anche il collega Salvatore Tomaselli del Pd, con loro l’avv. Sergio Tatarano dei Radicali e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alle ore 17 circa del 14 agosto 2010, si aprono i cancelli del Carcere mandamentale di Brindisi, anche quest’anno il senatore Caforio non ha voluto mancare a questo dovere di parlamentare della Repubblica, quest’anno insieme al senatore dell’Idv c’era anche il collega Salvatore Tomaselli del Pd, con loro l’avv. Sergio Tatarano dei Radicali e la sottoscritta.<span id="more-2061"></span><br />
Ad accoglierci al corpo di guardia un agente di polizia penitenziaria  che dopo la consegna dei documenti ci introduce nell’ufficio della  dirigente del carcere la dott.ssa Sonia Fiorentino; immediatamente, dopo esserci accomodati la direttrice  entra in argomento,  è il secondo anno che  in occasione di questa iniziativa è costretta a rientrare dalle ferie, “ma non è un sacrifico – ci dice tranquilla – per aiutare questa gente sono disposta a qualsiasi sacrifico”,  per ricevere i parlamentari e il rappresentante del Partito Radicale, artefice dell’iniziativa che  com’è noto è stata fatta su tutto il territorio nazionale, grazie alla partecipazione di ben oltre 200 parlamentari appartenenti a tutto l’arco parlamentare.<br />
La dott.ssa Fiorentino quindi pazientemente ci snocciola i dati della locale casa circondariale, sono gli stessi snocciolati a Pannella che ha anticipato l’iniziativa facendo visita  allo stesso carcere una decina di giorni prima.<br />
Nella Casa Circondariale di Brindisi, dove ci sono detenuti che devono scontare pene per un massimo di 5 anni, quindi i cosiddetti reati medi, come quelli contro il  patrimonio, spaccio, furti, rapine, stalking, risse con omicidi, etc.., al 14 agosto 2010 i detenuti sono 176, sono tutti allocati nella maggior parte nella zona  del carcere ristrutturato che va ricordato è una struttura che  risale al 1930. È stata  aperta anche l’infermeria ma manca quasi totalmente di attrezzature strumentali alle quali dovrebbe provvedere  la ASL di BR.<br />
Su questo i due senatori Caforio e Tomaselli si sono dati immediatamente disponibili a contribuire, affinché questa procedura sia presto attivata e completata; infatti, intorno al 20 di agosto si recheranno presso l’ASL di Brindisi dal suo direttore generale, il dott. Rollo, al quale  verrà fatta esplicita sollecitazione in merito.<br />
Intanto l’infermeria del carcere brindisino è dotata di una guardia medica h 24, sono a disposizione operatori del CIM una volta a settimana per 4 ore, con un totale di 20 ore, troppo poche ci dice la dirigente, in carcere le patologie di ordine psichico sono amplificati per ovvi motivi, dalla mancanza di libertà, di spazio vitale, vivono rinchiusi in 4 metri quadrati in tre o in 4 persone, la maggior parte di loro  sono giovani “hanno tante energie compresse – ci dice mortificato don Giovanni Fabiano cappellano del Carcere – sono giovani non si possono tenere chiusi in così poco spazio, hanno bisogno di muoversi, occuparsi di qualcosa, lavorare. Io più di mettere a disposizione la cappella dove facciamo riunioni, ovviamente la Messa e il venerdì il cineforum e pensate anche laboratorio teatrale non posso fare!”. Gli fa eco la dirigente Fiorentino. “È vero io mi sto battendo per avviare laboratori, corsi di formazione professionale, possibilità di studiare e quindi conseguire i diplomi. Ma dove li faccio  -  ci dice costernata – se ho solo delle piccolissime sale dove non è possibile far stazionare più di 5 persone,  dove allestisco i laboratori? c’è bisogno di spazi più ampi!  C’è una parte del carcere che è abbandonata al degrado, dove un tempo c’era la tipografia ed altri laboratori. Questa parte fatiscente  potrebbe essere ristrutturata e quindi utile  per spazi ad uso  di attività sociali ed  anche lavorative. Ho avuto la proposta di una commessa di lavori, questa impresa forniva tutto per far lavorare i detenuti, ho dovuto rifiutare perché non  avevo  spazi dove poter allocare questa utile ed remunerativa iniziativa che oltre a tenere impegnate queste persone dava loro possibilità di guadagnare qualcosa”<br />
Ritornando poi alla situazione sanitaria è stata evidenziata la presenza di molti tossici reclusi, c’è stato un aumento considerevole, l’anno scorso erano 40,   quest’anno il numero è raddoppiato sono 80, questo comporta un grande impegno da parte degli operatori carcerari e della stessa infermeria, infatti queste persone soffrono di molte patologie, hanno un apparato orale in grande sofferenza e quindi necessitano di cure dentali e questo comporta un grosso impegno, in quanto non essendoci una postazione dentistica questa gente, bisognevole di cure và portata fuori, ciò comporta spreco di tempo e di risorse, quindi sarebbe necessario attrezzare un gabinetto dentistico all’interno dell’infermeria che ha spazi enormi ed idonei.<br />
Tutto sommato la situazione del carcere brindisino si può annoverare tra le migliori, pur avendo problemi di affollamento, si può definire lo stato di vivibilità buono e quindi l’accenno da parte dei due senatori Caforio e Tomaselli non poteva non cadere sull’ultimo suicidio nelle carceri, avvenuto proprio a Brindisi.<br />
“Il suicidio di questa persona nelle nostre carceri ci ha molto provati – ci dice la direttrice – ma noi abbiamo la coscienza a posto perché erano state prese tutte le precauzioni del caso, purtroppo la burocrazia è molto lenta e a quest’uomo il non poter vedere più i suoi figli lo ha toccato moltissimo, lo ha distrutto psicologicamente e noi  abbiamo capito che poteva farsi del male ed abbiamo bonificato la sua cella  di tutto ciò che poteva essere pericoloso per lui, purtroppo non abbiamo previsto che la maglietta poteva divenire strumento di autolesionismo e nonché di morte. Purtroppo l’autolesionismo nei reclusi di nazionalità tunisina è frequente, in quanto ritengono di dover attirare l’azione così e anche perché hanno bisogno di esternare il loro disagio la loro sofferenza. Il suicida era guardato a vista h24 ma purtroppo è riuscito a gabbarci.”<br />
“La visita ferragostana alle carceri – ha sottolineato Caforio – per me quest’anno è stata di grande interesse, primo perché ho potuto stringere le mani a questa gente e parlare con loro, ascoltare le loro richieste. Mi hanno molto colpito i loro sguardi provati dalla sofferenza  che dà la restrizione della libertà e il loro di rispondere alla mia domanda:  &#8211; Come va, avete delle richieste, delle lagnanze? &#8211; E loro: &#8211; Tutto bene senatore, ma vorremmo più spazio, più possibilità di socializzare, per il resto tutto bene!-“<br />
“Poi abbiamo visto con grande soddisfazione – prosegue il senatore Caforio &#8211; che l’ala ristrutturata è stata messa su bene e ben tenuta, va riconosciuto che questo Carcere è  ben gestito, un plauso va alla dirigenza, agli agenti di polizia e a tutti gli operatori che si danno molto da fare  per alleviare le sofferenze di questa gente che se pur in debito con la giustizia deve essere tutelata attraverso il recupero e la riabilitazione sociale che passa attraverso il lavoro degli stessi operatori che devono avere i mezzi per operare e le strutture idonee. Ritengo – aggiunge Caforio – che  subito dopo il periodo feriale sia io che lo stesso collega Tomaselli dobbiamo attivarci affinché siano attrezzati gli spazi di socializzazione, quelle aree adibite per la passeggiata con calcio balilla e ping pong, attrezzature utili a dar loro la possibilità di fare un po’ di attività fisica, i tanti giovani non possono essere relegati per 24 ore in 4 metri quadri. A tal proposito mi farò promotore di iniziative presso ditte che magari  sotto forma di  sponsorizzazioni forniscano attrezzature  utili a questo. Inoltre mi farò portavoce,  insistente presso l’Asl Br affinché l’infermeria sia dotata di strumentazioni, come un gabinetto dentistico. Infine per quelle aree dismesse e in stato di abbandono, sarebbe utile che addetti ai lavori facessero un sopralluogo tecnico onde potere  avere la quantificazione dell’impegno di spesa per riattivare questa struttura e magari lanciare campagne di sponsorizzazione  verso aziende che in cambio di pubblicità si impegnino a contribuire ai lavori di ristrutturazione. Tutto questo finalizzato alla vera riabilitazione di questa gente che non deve uscire dal carcere peggio di come è entrata. Tutto questo va a beneficio non solo degli stessi ma anche dell’intera collettività che non si troverà di fronte gente incattivita dalla reclusione, ma riabilitata socialmente grazie all’intervento della collettività tutta che si deve far carico anche di queste emergenze dando il proprio apporto anche  attraverso l’iniziativa filantropica.”</p>



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		<title>Il paese delle caste</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 06:24:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il recente episodio del chirurgo Macchiarini, ritornato in Italia dopo aver raggiunto la fama all’estero e costretto, dopo due spettacolari trapianti di trachea, a ripartire, accettando un insegnamento in Svezia, sono la dimostrazione lampante di una società bloccata, dove il merito, anche se eclatante, non viene riconosciuto e dominano incontrastate caste e cosche, cricche e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il recente episodio del chirurgo Macchiarini, ritornato in Italia dopo aver raggiunto la fama all’estero e costretto, dopo due spettacolari trapianti di trachea, a ripartire, accettando un insegnamento in Svezia, sono la dimostrazione lampante di una società bloccata, dove il merito, anche se eclatante, non viene riconosciuto e dominano incontrastate caste e cosche, cricche e camarille, clientele e corporazioni, che difendono posizioni di privilegio e si riproducono unicamente per raccomandazioni.<span id="more-2057"></span><br />
Si tratta di un copione vecchio che tristemente si ripete. Ricordo ancora il caso del professor Bovet (italianissimo nonostante il cognome francese), insignito del premio Nobel per la medicina, che volendo ritornare in patria ed esibendo nei concorsi un curriculum interminabile, tra cui la celebre onorificenza, si vedeva spudoratamente superato da figli e nipoti di baroni con articoletti pubblicati su riviste prezzolate, mai lette da nessuno.<br />
Le lobby imperversano, non solo nelle professioni,  bloccando la mobilità sociale ed il prezzo di questo sistema ingessato viene pagato principalmente dai giovani, i migliori, destinati ad emigrare, ma alla fine da tutti noi, costretti a pagare  costi più alti per servizi più scadenti.<br />
Notai, farmacisti ed odontoiatri, ma anche tassisti, gestori di stabilimenti balneari e tabaccai, senza parlare di energia, telefonia e grande distribuzione, vere associazioni a delinquere, che agendo in regime di monopolio ci regalano le più alte tariffe d’Europa.<br />
La grande rivoluzione liberale, tante volte annunciata è di là da venire ed anche l’opinione pubblica ed i mass media non si interessano più a questa fondamentale problematica.<br />
Un plauso va perciò al chirurgo fiorentino, che ha cercato con il suo bisturi di incidere su un corpo putrefacente quale quello delle caste duro a morire.</p>



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		<title>Napoli e la napoletanità nella storia dell’arte</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 06:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[achille della ragione]]></category>
		<category><![CDATA[economisti]]></category>
		<category><![CDATA[giustino fortunato]]></category>
		<category><![CDATA[Maestro degli Annunci ai pastori]]></category>
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		<description><![CDATA[Fiumi di libri ed articoli sono stati dedicati alla questione meridionale ed alle eclatanti differenze nel tenore di vita tra regioni settentrionali e meridionali; fior di intellettuali, politici ed economisti, da Giustino Fortunato a Rossi Doria, fino a Compagna, fondatore della mitica rivista Nord e Sud  si sono arrovellati per cercare una soluzione a palesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/08/Annuncio-ai-pastori-museo-di-Capodimonte.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2053" title="Annuncio ai pastori - museo di Capodimonte" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/08/Annuncio-ai-pastori-museo-di-Capodimonte-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Fiumi di libri ed articoli sono stati dedicati alla questione meridionale ed alle eclatanti differenze nel tenore di vita tra regioni settentrionali e meridionali; fior di intellettuali, politici ed economisti, da Giustino Fortunato a Rossi Doria, fino a Compagna, fondatore della mitica rivista Nord e Sud  si sono arrovellati per cercare una soluzione a palesi ingiustizie e molti, anche tra gli storici, credono che la delicata questione sia sorta dopo l’unità di Italia, ma il problema è di più antica origine come ci dimostrano, con la rara eloquenza del loro pennello, un gruppo di agguerriti pittori del secolo d’oro,<span id="more-2052"></span> in particolare tra questi, nel solco del naturalismo di lontana matrice caravaggesca e sempre nell’orbita del Ribera sanguigno e dal tremendo impasto è da collocare, tra la fine del secondo decennio e l’inizio del successivo, la comparsa sulla scena artistica napoletana di un pittore dal fascino singolare e dalla tematica originalissima, che gli studiosi collocano sotto il nome convenzionale di Maestro degli Annunci ai pastori dal soggetto di suoi numerosi dipinti conservati in vari musei e raccolte private da Capodimonte (fig. 1) a Birmingham, da Brooklyn a Monaco di Baviera.<br />
Il Maestro degli Annunci ai pastori va collocato idealmente in quel gruppo di artisti di cui in seguito faranno parte Domenico Gargiulo, Aniello Falcone, Francesco Fracanzano e soprattutto Francesco Guarino, i quali saranno impegnati in un’accorata denuncia delle misere condizioni della plebe, dei contadini e delle classi popolari e subalterne. Una sorta di introspezione sociologica ante litteram della questione meridionale, indagata nei volti smarriti dei pastori, dalla faccia annerita dal sole e dal vento, dei cafoni sperduti negli sterminati latifondi come servi della gleba; immagine di un mondo contadino e pastorale arcaico, ma innocente e la cui speranza è legata ad un riscatto sociale e materiale, che solo dal cielo può venire, come simbolicamente è rappresentato dall’annuncio ai pastori, il cui sostrato e l’iconografia religiosa sono solo un pretesto di cui il pittore si serve per lanciare il suo messaggio laico di fratellanza ed uguaglianza.<br />
Le condizioni di vita e di lavoro di contadini e pastori sono state per millenni dure dovunque, ma nel profondo sud, sia sotto gli Spagnoli che sotto i Borbone, sono state ulteriormente aggravate dall’abbandono al suo destino del latifondo, utilizzato unicamente per ricavare un reddito da parte di una classe sociale ottusa e rapace.<br />
Il pittore è rimasto ancora anonimo, nonostante la recente, ma non convincente, proposta da parte della critica di identificarlo con lo spagnolo Juan Do, perché l’iconografia dei suoi dipinti era rivoluzionaria e di conseguenza nessuna committenza pubblica gli è stata mai assegnata né dalla Chiesa, né dalla nobiltà, da cui la mancanza di documenti di pagamento negli archivi cittadini. La sua attività  copre un arco di poco meno di trenta anni, durante i quali vi fu un lungo periodo di vigorosa e rigorosa adesione al dato naturale, spinto oltre i limiti raggiunti dallo stesso Ribera, con una tavolozza densa e grumosa e con una serie di prelievi dal vero, dal volgo più disperato: una lunga serie di piedi sporchi, di calzari rotti e di vestiti impregnati dal puzzo delle pecore.<br />
I secoli sono trascorsi, ma la situazione poco è cambiata, mentre la forbice economica nei riguardi del nord si è ulteriormente divaricata. I giovani sono costretti a fuggire in cerca di un futuro migliore, dando luogo ad una diaspora rovinosa che tronca anche la speranza di un’inversione di tendenza. Tutto nel silenzio degli artisti e degli intellettuali, infatti anche la loro voce  è divenuta fioca e nessuno più ascolta il loro canto disperato.<br />
Achille della Ragione</p>



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		<title>Che babilonia</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 20:51:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver letto il libro di Luigi de Magistris, &#8221; Assalto al Pm &#8220;, io, che avevo una cieca fiducia nella Magistratura, ho avuto un momento di sconforto nell&#8217; apprendere ciò che può capitare a chi svolge il suo lavoro nel rispetto della legge e della Costituzione. Scrissi al magistrato chiedendogli se, alla luce dei fatti, valeva ancora la pena, oggi, credere nella giustizia. Mi ha sorpreso la sua risposta che, nonostante tutto, mi incitava con queste semplici e testuali parole :&#8221; Non perda la fiducia, io non l&#8217; ho fatto&#8221;. <span id="more-2048"></span>Incredibiòle la storia che ha distrutto il &#8221; sogno della sua vita&#8221;.Avocazione illegittima delle sue inchieste; ispezioni strumentali; fughe di notizie risultate infondate ; trasferimento di sede a Napoli e cambio di ruolo; misure cautelari disciplinari. Ma dalle legislature berlusconiane, che hanno visto la compravendita di magistrati e avvocati ( casi Mills, Squillante, Metta docent ), cos&#8217;altro ci si può aspettare se non quello di vedere certi magistrati e politici ancora occupare poltrone importanti ai vertici del &#8221; sistema&#8221; giurisdizionale? Chi riuscirà mai a fare pulizia e ridare dignità e credibilità a un Ordine che deve essere il perno intorno al quale ruota la vita e la sorte di tutti i cittadini? Oltre al &#8221; pentolone &#8221; della corruzione scoperchiato dalle inchieste di Mani Pulite, oggi si disvelano anche le &#8221; Logge &#8221; e questo rende tutto non più accettabile. Si fa un gran parlare di riforme.Bene. Ma di quali vogliamo parlare? Di quelle che piacciono e fanno comodo al &#8221; gran manovratore&#8221;,  specializzato solo in dossieraggi, che con le unghie e con i denti cerca di farla franca? Ma quanto può durare questa &#8221; babilonia &#8220;? Anche Gabriella Nuzzi, trasferita durante la grottesca guerra tra Procure e ora Giudice al Tribunale di Latina, scrive di &#8221; continuare a credere nella Magistratura e nel suo operato&#8221;. Eccezionale. Sia a lei, sia a de Magistris voglio credere e così fare anche io.  Ma auspico fermamente che storie così dolorose non abbiano più a ripetersi. E mi domando se il Vice Presidente Vietti sarà in grado e avrà, soprattutto, la volontà di riportare il CSM, dopo la disastrosa era Mancino, a quella indipendenza e imparzialità tanto necessarie per continuare ancora a crederci. Solo scegliendo persone autorevoli per integrità, indipendenza e competenza l&#8217; Ordine giudiziario può sperare in un vero rinnovamento morale nell&#8217; interesse supremo del popolo e della democrazia. In ciò che non vuole fare la politica, almeno ben venga la Magistratura, quella ancora sana e con la schiena dritta, a togliere tutte le mele marce perchè il cesto non vada in putrefazione perchè questo sarebbe, per un Paese che non merita tutto ciò, davvero la fine.</p>



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		<title>Una serata speciale</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 21:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[antonio di pietro]]></category>
		<category><![CDATA[barbato]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Sgambellone]]></category>
		<category><![CDATA[festa idv]]></category>
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		<description><![CDATA[E il settimo giorno ci si riposò. Dopo la campagna elettorale per le regionali, la campagna referendaria e i congressi provinciali, sabato è stato il tempo di festeggiare e, anche in quest&#8217;occasione, Di Pietro si è dimostrato lungimirante: il percorso stesso per giungere alla sua masseria prepara l&#8217;anima alla festa e ti riporta alla mente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/08/33529_1352709778640_1258270594_30802500_2578702_n.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2043" title="festa idv" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/08/33529_1352709778640_1258270594_30802500_2578702_n.jpg" alt="" width="432" height="288" /></a>E il settimo giorno ci si riposò. Dopo la campagna elettorale per le regionali, la campagna referendaria e i congressi provinciali, sabato è stato il tempo di festeggiare e, anche in quest&#8217;occasione, Di Pietro si è dimostrato lungimirante: il percorso stesso per giungere alla sua masseria prepara l&#8217;anima alla festa e ti riporta alla mente il sabato del villaggio di leopardiana memoria. <span id="more-2042"></span><br />
Una tranquilla e discreta stradina divide in due un paesaggio collinare ordinato che il tramonto rende, se possibile, ancora più bello. Poi, usciti da Montenero, nel giallo oro delle campagne molisane, i gabbiani, mossi dal vento, sventolano tutta la loro gioia e sembrano quasi volare: siamo arrivati. Come da tradizione ad accoglierci è il padrone di casa, in polo e sandali. Stenteresti a riconoscerlo per la serenità che emana oggi. In tanti vogliono parlargli, fare delle foto, presentare familiari, e c&#8217;è spazio e tempo per tutti. Qualcuno accenna tematiche politiche, ma lui glissa, oggi è giorno di festa. Seduta sul pozzo che spesso cita nei suoi discorsi osservo la gente arrivare: un fiume di persone invade pian piano la masseria e, come da tradizione, ognuno porta qualcosa di tipico: perché festa è questo, condividere, far conoscere una parte di sé e della propria realtà agli altri. Ci sono i big, da Belisario al nostro Evangelisti, ci sono Pedica e Barbato, Zipponi e Favia, la Mura, cortese e gioviale oltre ogni aspettativa. Il presidente fa un breve discorso di benvenuto, ci racconta della nascita e della crescita di questa festa e del valore quasi sacrale che riveste per lui. Il gruppo toscano mangia insieme, su due tavolate poco distanti l&#8217;una dall&#8217;altra, ma a tavola ci si sta ben poco: all&#8217;arrivo del gruppo folkloristico in molti ci alziamo, qualcuno comincia a ballare e suonare e le musiche rendono gli animi ancora più leggeri.<br />
E&#8217; un&#8217;autentica sorpresa, questa sera in tanti mi hanno stupita,di tanti ho scorto un lato umano che tv, incontri politici e dibattiti non ti permettono sempre di cogliere. E&#8217; un continuo abbracciarsi tra persone già conosciute e uno stringere di mani con quelli che si incontrano per la prima volta. Eh si, di facce nuove ce ne sono tante, il partito è cresciuto, è evidente: merito del carisma del suo fondatore, merito del suo entourage, merito di tutti noi. Di strada da fare ce ne è ancora tanta, dobbiamo essere pronti e attivi. Anche se stasera non si affrontano tematiche politiche lo spettro delle elezioni anticipate aleggia sulle nostre teste e noi, unica vera alternativa per il Paese, dovremo essere preparati. Ma oggi non è di questo che si parla. Mi stendo, come molti, sul soffice prato all inglese: lo scenario muta all&#8217;istante e le centinaia di persone presenti alla festa cedono il posto a uno splendido cielo stellato. La musica, la campagna e le stelle..</p>
<p>Già tutta l&#8217;aria imbruna,<br />
Torna azzurro il sereno, e tornan l&#8217;ombre<br />
Giù da&#8217; colli e da&#8217; tetti,<br />
Al biancheggiar della recente luna.<br />
Or la squilla dà segno<br />
Della festa che viene; ed a quel suon<br />
Diresti che il cor si riconforta.</p>
<p>Forse, anche Giacomo Leopardi è stato ad una festa dell&#8217;Italia dei Valori!</p>



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		<title>Per non dimenticare</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 20:50:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In queste giornate rischiano di cadere in silenzio due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che furono annientate. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste giornate rischiano di cadere in silenzio due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che furono annientate. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350 mila, a causa soprattutto delle affezioni tumorali prodotte dalle radiazioni. Quelle dell’agosto 1945 sono state le uniche volte in cui sono state impiegate armi nucleari in un conflitto bellico contro popolazioni civili, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. <span id="more-2038"></span>Bisogna ricordare che la paternità storica di tali crimini commessi contro l’umanità, rimasti tuttavia impuniti, va ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un momento ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.<br />
In particolare occorre riflettere sulla seconda bomba, sganciata su Nagasaki. Secondo molti storici si è trattato di un atto terroristico evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un alibi tecnico-scientifico, era che la bomba su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (tale ragionamento è semplicemente cinico). Il secondo motivo era di ordine strategico-politico, in quanto la seconda bomba era inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese stremato, ridotto alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente il vero scopo della seconda esplosione, un gesto scellerato compiuto in funzione antisovietica. In tal senso le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di una scelta ben precisa, un chiaro segnale intimidatorio teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni.<br />
Negli anni successivi al ‘45 le armi atomiche furono adottate dalle principali potenze: l’URSS l’ottenne nel 1949 (grazie alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla creazione della bomba H per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, segnato da una prima proliferazione degli arsenali atomici, si generò un clima di “guerra fredda”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, la strategia della deterrenza che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale.<br />
Tale “equilibrio”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero più numerose, ma soprattutto più sofisticate, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”.  Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte.<br />
Nel corso degli anni ‘80 il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione delle armi atomiche possedute dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un ragazzo di Seattle che, giocando col computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense provocando, nella finzione cinematografica, il pericolo di un conflitto termonucleare, poi scongiurato. Cito il film per evidenziare come in quegli anni la percezione dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era maggiore di oggi. Eppure la situazione odierna è più pericolosa di quella descritta, relativa al periodo della “guerra fredda”.<br />
Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto: Israele. Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, cioè Ucraina, Bielorussia e Kazakistan.<br />
Inoltre la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti delle varie potenze (USA e Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’odierna situazione internazionale, avvolta in quella che convenzionalmente è definita “la spirale guerra-terrorismo”, segnata da tensioni e contraddizioni aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra globale preventiva” che, di fatto, alimenta le spinte oltranziste in ogni angolo della Terra. Per questo, non di “spirale” si tratta, ma di mostri gemellari partoriti dallo stesso apparato di distruzione e oppressione: l’imperialismo Usa.<br />
L’odierna situazione planetaria è dunque più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino del 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. L’epoca della “guerra fredda” è stata un periodo in cui l’equilibrio tra le superpotenze esercitava un potente effetto deterrente.<br />
Oggi quell’equilibrio non esiste più ed è rimasto solo il “terrore”. Anzi, la situazione è profondamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-assegnati con arroganza e che li ha condotti all’isolamento. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede un coinvolgimento crescente anche dell’Italia. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte almeno 90 testate nucleari. Per capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, rammento alcuni episodi del 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive nella regione), una pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad uno scontro militare e al ricorso ad armi nucleari.<br />
Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali e assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di “antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come Usa, Cina e Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo ed agiscono in modo espansionistico sul terreno commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi alla competizione tra Usa, Giappone, Europa e Cina, o alla guerra monetaria tra euro e dollaro. Certo, dal ‘45 ad oggi le guerre finora combattute e quelle in corso non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, ma solo a quelle convenzionali.<br />
Finora ho fornito una ricostruzione storica in materia di armi nucleari, provando a evidenziare un confronto tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che è assai più insidiosa, benché la coscienza della gente sia meno diffusa e profonda rispetto al passato. A tale proposito cito un brano di un articolo di Giorgio Bocca (apparso anni fa nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, cioè il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale. Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve essere tollerata, ma va respinta con fermezza e in modo definitivo, pena l’annientamento dell’umanità e di quasi ogni forma di vita sul nostro pianeta.<br />
Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, cioè di una classe sociale da parte di un’altra classe. Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima. Tuttavia, la differenza più evidente tra guerre tradizionali e guerra nucleare sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certo trascurabile, per cui non va sottovalutato.<br />
Dunque, concludo con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo e utopistico, esprime un’istanza diffusa tra la gente comune, implica un presupposto di estrema importanza e contiene una proposta indispensabile alla salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra: BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!<br />
Lucio Garofalo</p>



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		<title>Irpinia: emergenze locali e prospettive future</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 06:50:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non si può più ignorare che la società irpina stia accusando gravi disagi derivanti da una serie di emergenze locali, a cominciare da una inarrestabile riduzione demografica che  provoca un invecchiamento progressivo dei nostri paesi, tranne rare ed isolate eccezioni che procedono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori forestieri ed immigrati.
Parallelamente al calo demografico, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può più ignorare che la società irpina stia accusando gravi disagi derivanti da una serie di emergenze locali, a cominciare da una inarrestabile riduzione demografica che  provoca un invecchiamento progressivo dei nostri paesi, tranne rare ed isolate eccezioni che procedono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori forestieri ed immigrati.<br />
Parallelamente al calo demografico, negli ultimi anni si è manifestato un drammatico fenomeno di “spaesamento”, cioè di atomizzazione sociale dei nostri paesi, che è la conseguenza più atroce ed assurda di una modernizzazione selvaggia che ha innescato un processo di imbarbarimento e mercificazione dei rapporti umani, improntati ad un disvalore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita imposto alle giovani generazioni. <span id="more-2029"></span>In tal modo, quelle che erano comunità a misura d’uomo, compatte e solidali per natura e necessità, negli ultimi anni hanno assunto un aspetto sempre più disumano e desolante. Spaesamento e spopolamento crescente sono due tendenze negative che hanno inciso e pesato sulla storia recente delle nostre zone.<br />
Inoltre, negli ultimi anni si sono aggravate altre situazioni critiche, come la questione ambientale, quella sanitaria e quella scolastica. Tali emergenze si intrecciano e si inquadrano in un contesto più ampio di deriva antidemocratica del tessuto civile,  un processo involutivo favorito dalla recessione economica internazionale, i cui effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree depresse del Mezzogiorno, inclusa la nostra provincia.<br />
In Irpinia affiorano vari segnali che denunciano un impoverimento del tenore di vita delle famiglie colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale. L&#8217;Istat rivela che il 22% della popolazione meridionale giace sotto la soglia di povertà. In Irpinia la percentuale della popolazione povera si attesta oltre il 20%. Ma la piaga più dolorosa che offende l’Irpinia è la disoccupazione, la mancanza di speranze e prospettive occupazionali per l&#8217;avvenire dei giovani. La disoccupazione è una vera tragedia collettiva in quanto produce effetti di emarginazione, genera contrasti laceranti che squarciano e indeboliscono il tessuto della convivenza civile, esponendo i soggetti più deboli e indifesi al ricatto clientelare e riducendo gli spazi di libertà, legalità ed agibilità democratica.<br />
Il tasso della disoccupazione si aggira intorno al 52%. Ciò significa che in provincia di Avellino almeno un giovane su due è disoccupato. Inoltre, il numero dei disoccupati oltre la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Assai elevato è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono pochissime speranze di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo in Irpinia si diffondono in misura crescente i rapporti di lavoro precari, a nero o a grigio, specie nella fascia di giovani alla prima occupazione.<br />
E’ dunque inevitabile che i giovani delle nostre zone decidano di emigrare per cercare fortuna altrove, lontano dal luogo nativo. In molti casi senza fare più ritorno nella terra d’origine. Il problema dell&#8217;emigrazione intellettuale è la sciagura peggiore per le nostre comunità, poiché queste sono costrette a privarsi dei figli più validi e capaci, quindi delle risorse più preziose. Questa nuova emigrazione si presenta in modo diverso rispetto al passato, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, di un’emigrazione intellettuale. Infatti, i giovani più intelligenti e preparati fuggono dal posto in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, poiché non intendono (giustamente) sottostare al ricatto imposto dai notabili locali che li obbligano a mendicare un lavoro che è un diritto inalienabile di ogni cittadino, in cambio del voto, della libertà e della dignità personale.<br />
Di fronte a queste strazianti sofferenze di una parte consistente della nostra società, nemmeno tanto nascosta, è lecito chiedersi quali sarebbero le prospettive sociali e politiche, le forze materiali che potrebbero farsi artefici di un reale rinnovamento in Irpinia. Non certo gli epigoni e gli eredi del post-demitismo, riciclatisi ovunque, né gli esponenti locali del berlusconismo, o i “campioni esemplari” del cripto-fascismo e le correnti del leghismo “sudista”. Da tempo è in corso una profonda contro-rivoluzione di destra mossa da spinte ideologiche eterogenee: un fenomeno politico e culturale rozzo e demagogico, autoritario e sovversivo (mi riferisco al &#8220;sovversivismo delle classi dirigenti&#8221; di cui parlava Gramsci ), che è egemone e radicato in vasti settori della nostra società.<br />
Si tratta di una sottocultura dominante, non solo perché è al governo della nazione, ma perché è insita nella mentalità comune, negli stereotipi della gente. Un’ideologia intrisa di venature antioperaie e antidemocratiche, alimentata da un populismo isterico e brutale, ispirata da un acceso liberismo in campo economico. Un &#8220;liberismo&#8221; più di facciata che di sostanza, nel senso che sono &#8220;liberisti&#8221; a corrente alterna, in base alle convenienze. Per cui sono &#8220;antiliberisti&#8221;, &#8220;protezionisti&#8221; e &#8220;statalisti&#8221; quando si vuole spremere le finanze dello Stato. Come puntualmente accade nell&#8217;odierna fase recessiva.<br />
Tornando al quesito originario &#8211; quali sono i soggetti reali del rinnovamento in Irpinia? – si potrebbe rispondere provando a resuscitare le speranze latenti di rinascita della gente irpina. D’altronde, io credo nel progresso e nell’emancipazione sociale, non nello sviluppo, soprattutto non credo in quel modello di sviluppo irrazionale, sfrenato e senza regole prodotto da una globalizzazione feroce e ultraliberista. Mi ritengo un intellettuale marxista, per cui cerco di indagare e descrivere marxisticamente la realtà del mio tempo, con lucidità e onestà intellettuale. Il compito di un intellettuale comunista è anzitutto quello di provare ad enucleare la società odierna, profondamente malata a causa di uno sviluppo alienante e corrotto, una democrazia ipocrita, un benessere incivile e grossolano, uno stile di vita artefatto e fittizio, esclusivamente consumistico.<br />
Il ruolo di un intellettuale comunista è altresì quello di analizzare e comprendere un sistema efficace per migliorare le cose, impegnandosi in prima persona nella progettazione e costruzione di un avvenire migliore per le giovani generazioni, insieme con gli altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un&#8217;azione  politica condivisa e finalizzata ad un rinnovamento radicale della società irpina. La quale è ancora soggiogata da una casta politica ormai vecchia ed incancrenita, che si ostina a governare applicando metodi antiquati, alla stregua del celebre &#8221;Gattopardo&#8221;, convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.<br />
Dunque, non basta interpretare il mondo, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore per cercare di conoscere e concretizzare un’ipotesi di società migliore. Tuttavia, da solo l’intellettuale è impotente, per cui deve agire direttamente, rapportandosi alle forze sociali che lottano materialmente per il progresso nel momento storico presente. In questo modo le speranze diffuse di riscatto possono tradursi in una proposta comune di trasformazione palingenetica della società, da promuovere politicamente, con forme e strumenti di lotta condivisi insieme ai soggetti effettivamente interessati al progetto.<br />
La storia ci insegna che le rivoluzioni sociali sono opera delle classi subalterne, delle masse popolari organizzate con intelligenza e sapienza. I veri protagonisti del progresso storico sono le forze produttive, le persone in carne ed ossa riunite ed organizzate politicamente, per cui si riconferma una verità storica, cioè che il protagonismo politico delle masse popolari, quando è sorretto da giuste idee e ragioni, è difficile da ridurre all&#8217;impotenza. Un simile compito spetta tuttora al lavoro produttivo, alla classe dei salariati, al proletariato di fabbrica sfruttato e malpagato, sempre più precarizzato ed emarginato dalla sfera del potere economico  e politico decisionale. Una classe operaia composta in misura crescente da lavoratori extracomunitari e che in Irpinia conosce percentuali elevate e inquietanti di omicidi bianchi, di cui nessuno osa parlare.<br />
In Irpinia i lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, asserviti ai notabili locali dato che le assunzioni in fabbrica sono stabilite in base a criteri ormai superati di stampo clientelare. Ragion per cui è lecito chiedersi a chi spetterebbe il ruolo della lotta e del cambiamento locale all’interno di una fase di transizione storica globale verso un’epoca segnata da crisi, disordini e sconvolgimenti profondi e duraturi.<br />
Sono convinto dell’urgenza di affrancarsi dal giogo micidiale e soffocante del fatalismo, della rassegnazione e dell’indifferenza, che sono il peggior nemico della nostra gente, in quanto tali sentimenti inducono a credere che nulla possa cambiare e tutto sia già sancito da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui le masse sarebbero impotenti. Al contrario, l’esperienza storica attesta che le cose possono migliorare grazie ad iniziative giuste, audaci e concrete, ma occorre anzitutto volerlo.</p>



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		<title>Canto e controcanto finale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 19:49:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell’Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell’opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell’Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell’opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente di Berlusconi, per cui dobbiamo temere un micidiale colpo di coda del boss di Arcore e della sua banda di malfattori. Infatti, è sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti “poteri forti”, soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc.<span id="more-2026"></span><br />
Un regime, quello di Berlusconi, che non ha mai osato opporsi seriamente al potere della mafia, delle compagnie assicurative private, delle banche e della grande finanza, delle multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, dei servizi segreti, dell&#8217;establishment bellico americano, dei centri affaristici e criminali che condizionano inesorabilmente il destino di un sistema “democratico” in cui ci concedono semplicemente la &#8220;libertà&#8221; di votarli, ovvero la “libertà” di scegliere ogni cinque anni i padroni da cui farci sfruttare. Un regime corrotto fin nel midollo, che si è sempre mostrato &#8220;forte con i deboli e debole con i forti&#8221;, aduso cioè a colpire i soggetti più indifesi, a cominciare dai più disperati, come i terremotati abruzzesi o i migranti visti come &#8220;indesiderabili&#8221; da perseguire alla stregua dei peggiori criminali, mentre sono ben accetti solo in quanto merce umana, cioè manodopera da sfruttare a bassissimo costo.<br />
Un regime che ha già evidenziato una matrice autoritaria e sovversiva nella volontà (spesso dichiarata) di sfasciare le istituzioni, i diritti e le garanzie costituzionali. Il pericolo costituito dal nuovo fascismo al potere, si presenta in misura più grave ed inquietante rispetto al passato, specie se si considera il mix di populismo e neoliberismo sfrenato che caratterizza il blocco sociale che fa capo a Berlusconi, per la semplice ragione che esso si maschera sotto una veste solo apparentemente legale e democratica. Oltre 35 anni fa Pier Paolo Pasolini scriveva che &#8220;Il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo&#8221;. La citazione rispecchia esattamente il quadro storico in cui si è compiuta la &#8220;metamorfosi&#8221; della destra neofascista e leghista per accedere al governo della nazione, sdoganata e traghettata al potere dal populismo berlusconiano.<br />
Quello di Berlusconi è apparso sin dalla nascita come un regime isterico e demagogico, pronto a cavalcare gli umori delle masse inferocite da campagne xenofobe che istigano i peggiori istinti umani. Ma soprattutto pronto a servire ed ossequiare gli interessi che fanno capo ai centri capitalistici e finanziari dominanti, legali o illegali che siano. Altro che &#8220;governo forte&#8221;! Nella storia italiana non c&#8217;è mai stato un governo davvero forte e coraggioso, capace di contrastare e ridimensionare i poteri più influenti e determinanti. Sin dagli albori post-unitari, durante la cosiddetta &#8220;età liberale&#8221;, quindi nel periodo giolittiano, successivamente nel ventennio fascista, infine nell’epoca repubblicana, nessun governo ha avuto la forza e il coraggio di affrontare le sfide più ardue e decisive, provando a combattere in modo drastico lo strapotere della finanza massonica e della malavita mafiosa, evidentemente colluse con il potere politico istituzionale.<br />
La stessa dittatura di Mussolini esercitò un intervento repressivo solo verso le fasce più deboli della società, emarginando e perseguitando i dissidenti, mettendo al bando ogni opposizione politica, sociale e sindacale. Mentre fallì miseramente nel tentativo di combattere il banditismo  e la mafia siciliana. A tale proposito è opportuno ricordare l’impegno militare svolto dal “prefetto di ferro” Cesare Mori, che fu la carta giocata da Mussolini, ma che presupponeva una lotta inflessibile contro le più alte gerarchie dell’apparato fascista. Un progetto impossibile, o velleitario, in quanto conteneva sin dall’inizio le criticità e le debolezze che ne avrebbero comportato l’insuccesso finale. Il prefetto Mori adottò una strategia che infierì soprattutto sulla mafia rurale e sugli strati inferiori, lasciando intatto il sistema di potere dei grandi latifondisti agrari che avevano usato i mafiosi per soffocare nel sangue le rivolte e le rivendicazioni delle masse contadine, così come si avvalsero dello squadrismo fascista e dello stesso Mori. Il quale nel 1927 fu nominato senatore del regno mentre Mussolini dichiarava solennemente alla Camera che “la Mafia è sconfitta”. In effetti, i metodi brutali usati da Mori suscitarono un diffuso malcontento nella popolazione siciliana, che identificò nelle forze di polizia un esercito di occupazione e nello Stato un nemico straniero di cui diffidare a futura memoria. Una diffidenza acuta e viscerale che si è perpetuata nel tempo fino ad oggi.<br />
Dunque, il neoduce di Arcore non è stato capace di sottrarsi ad una logica di servilismo verso il sistema di potere massonico e mafioso che condiziona la vita del Paese. Nel contempo, oggi quel sistema cerca di sbarazzarsi di un personaggio che, dopo aver svolto il “lavoro sporco”, è diventato scomodo e ingombrante per molti. Tra i limiti della leadership di Berlusconi, al di là delle barzellette da viaggiatore di commercio, delle macchiette da avanspettacolo, dei comportamenti da camorrista e gestore di night club, affiora soprattutto un’immagine populistica, narcisistica e personalistica. Infatti, il sultano di Arcore ha una visione del potere politico molto originale, secondo cui contano solo i voti. La conta dei voti è essenziale in una democrazia parlamentare ed elettorale, ma non è determinante come aggiudicarsi l’appoggio dei poteri forti. Questa verità era evidente anche per la Dc. Non a caso i volponi democristiani si assicurarono un’alleanza stabile e duratura con il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, che esprimeva gli interessi del gruppo Fiat, della Massoneria, dei servizi anglo-americani (CIA in testa), della Nato, di Mediobanca di Enrico Cuccia e di altri poteri centrali. Tutti sanno che è praticamente impossibile governare senza instaurare un rapporto organico con tali poteri, che Berlusconi ha sempre temuto e ossequiato, ma di cui ora vorrebbero disfarsi.<br />
Questo dato Berlusconi non sembra averlo compreso, o non sembra tenerne conto, anzi pare che abbia rifilato troppe “fregature” in virtù di un eccesso di megalomania e di narcisismo personale, per cui rischia di essere a sua volta investito da vendette e ritorsioni che potrebbero rivelarsi fatali. In tal senso vanno interpretate le recenti dichiarazioni rese da Licio Gelli contro Berlusconi, nonché alcuni atteggiamenti ostili e negativi provenienti da elementi della mafia e di altre associazioni occulte e criminali.<br />
Lo scenario politico che maggiormente si affaccia all’orizzonte, ossia un esecutivo utile a guidare la difficile transizione verso la fase post-berlusconiana e della Terza Repubblica, un’ipotesi prospettata nell’ottica della borghesia padronale italiana, sarebbe quella di un governo tecnico trasversale, appoggiato sia a destra che a manca. Per scongiurare la minaccia, già paventata da qualcuno, di elezioni politiche anticipate, si prospetterebbe l’ipotesi di un governo istituzionale per gestire l’attuale crisi economica ed approvare qualche riforma istituzionale ed eventualmente una nuova legge elettorale. L’ipotesi è caldeggiata dalle forze politiche che operano in modo trasversale per la formazione di un nuovo “grande centro politico” consacrato dai poteri forti, con in testa la Confindustria, il Vaticano e la Nato. Si tratta di un’ipotesi che procurerebbe solo iatture, lacrime e dolori alle classi lavoratrici, come dimostra la storia recente del Paese. Come insegnano le esperienze dei primi anni ’90 con i governi presieduti da figure prestate non dalla politica ma dall’economia, quali Ciampi e Dini.<br />
Occorre infine far presente che il berlusconismo è solo un effetto, non la causa del degrado antropologico, politico e culturale della società italiana, intossicata dai veleni generati da un capitalismo malato che non è più in grado di assicurare il benessere dei ceti medi che era fonte di consenso e stabilità sociale, ma al contrario sta accelerando e approfondendo la polarizzazione delle ricchezze e del potere ad esclusivo vantaggio delle oligarchie finanziarie e a discapito dei lavoratori. Perciò, l’unica alternativa utile agli interessi operai non può che essere un’opzione rivoluzionaria rispetto allo statu quo.</p>



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		<title>Alfabeto Italia di A. Marinelli</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 06:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Alfabeto Italia” di Aldo Marinelli, un onesto magistrato, ( Collana Extravagantes – Ginevra Bentivoglio Editoria), con il suo significativo sottotitolo “riflessioni e provocazioni per un PAESE A PEZZI”, utilizza tutte le lettere dell’alfabeto per esaminare vizi, furbizie e malcostumi tipicamente italiani. Davvero un’ impressionante ed efficace “vivisezione”  che affonda il bisturi senza pietà per scoprire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/07/alfabeto_italia_web_catalogo_piccolo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2017" title="alfabeto_italia" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/07/alfabeto_italia_web_catalogo_piccolo.jpg" alt="" width="100" height="138" /></a>“Alfabeto Italia” di Aldo Marinelli, un onesto magistrato, ( Collana Extravagantes – Ginevra Bentivoglio Editoria), con il suo significativo sottotitolo “riflessioni e provocazioni per un PAESE A PEZZI”, utilizza tutte le lettere dell’alfabeto per esaminare vizi, furbizie e malcostumi tipicamente italiani. Davvero un’ impressionante ed efficace “vivisezione”  che affonda il bisturi senza pietà per scoprire la verità.<span id="more-2016"></span><br />
Ed ecco sfilare sotto i nostri occhi, pagina dopo pagina, tanti problemi dalla A alla Z: A come Ambiente, B come Beni Culturali, C come Criminalità, D come Droga, E come Equità Fiscale, F come Fede, G come Giustizia, H come Handicap, I come Istruzione, J come Jolts, K come Kaos, L come Laicismo, M come Morte, N come Natura, O come Organizzazione, P come Privilegio, Q come Quarto Potere,, R come Riformismo, S come Sport, T come TV, U come Unioni civili, V come Viabilità, W come Welfare, X come Xenofobia, Y come You, Z come ZZZ… Un elenco forse un po’ lungo da citare, ma utile per evidenziare l’intera gamma delle problematiche analizzate con schiettezza,  coraggio, un pizzico di provocazione,  come si legge nel sottotitolo, e soprattutto grande passione civile.<br />
Sulla copertina una sorta di puzzle i cui pezzi  un po’ “slegati” formano il ben noto stivale della nostra penisola, poi sfogliando qualche pagina si arriva ad un’originale dedica: “ Alle mie figlie Giulia e Claudia che nascono, che crescono, che scelgono”.  Far “crescere i nostri figli, i nostri giovani, insegnar loro a “scegliere” dovrebbe essere un preciso dovere di noi adulti.<br />
Nella prefazione, scritta dallo stesso autore, si legge: “ Un popolo di eroi, santi, poeti e navigatori, diventati furbi, furbetti, furbastri. Senza regole, doveri, responsabilità, onestà, legalità. Soprattutto senza serietà. Insomma un paese finto”.<br />
I capitoli volano via veloci in una lettura agevole e coinvolgente che ogni tanto ti fa esplodere ad alta voce in qualche irrefrenabile esclamazione di sorpresa mista a rabbia per ciò che talvolta non sospetti nemmeno possa accadere in un paese civile e democratico, ma poi quello che più ti affascina nel testo è la varietà e la concretezza delle soluzioni proposte: non c’è solo una distruttiva, pessimistica analisi delle cause, c’è  un sincero bisogno di risolvere i problemi, di costruire un’ Italia diversa.<br />
Si arriva così all’ultimo bellissimo capitolo leggendo sempre con vivo interesse, commossi alla fine soprattutto per le parole  che concludono il libro: “ Inseguire i sogni è il pane della vita, coltivarli l’orto della saggezza. Realizzarli sembra difficile. Ma io ho sognato che si può.  Lasciatemi sognare”.</p>



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