Cambiare il volto delle missioni di pace

di Lilia Infelise | 27 luglio 2012, 18:49 | Esteri

E’ fallimentare ed iniquo il modello sino ad ora adottato dai paesi ricchi sia negli interventi di aiuto allo sviluppo sia negli interventi di state building e “peacekeeping.

Lo riconosce anche un recente rapporto OCSE[1] che afferma che vi è necessità ed è urgente un cambiamento radicale nel modo stesso in cui questi problemi sono stati affrontati fino ad ora.

Uno sforzo immenso e protratto nel tempo è stato dedicato agli studi teorici (le università e i centri di ricerca vi fondano parti rilevanti dei loro budget) sui temi dello sviluppo, della risoluzione dei conflitti, della riconciliazione, della democratizzazione e della ricostruzione dello Stato. Enormi risorse finanziarie sono state incanalate nelle così dette missioni di pace e nei programmi destinati alla rinascita civile ed economica di queste regioni.

I problemi rimangono in gran parte irrisolti, si aggravano e conducono a conflitti e guerre civili che paiono susseguirsi ininterrottamente continuando a contaminare aree sempre più grandi del pianeta, compresa la stessa Europache ha recentemente sperimentato gravi forme di conflitti armati nel cuore del suo territorio e  ai confini con Asia e Medio Oriente – come in ex Jugoslavia, in Cecenia, in Afghanistan.

“Quasi un terzo della popolazione mondiale vive oggi in regioni colpite da conflitti”. Queste popolazioni per lo più vivono in regioni periferiche e povere del pianeta.

Quando la guerra civile o catastrofi naturali si aggiungono a situazioni socio-politiche già difficili, l’anima più intima di una comunità assorbe le ferite del tradimento, dell’abbandono e della violenza senza neppure riuscire a elaborarle in forme comunicabili e trasmissibili.

Eppure, vi è una maniera efficace per aiutare queste comunità a scoprire la propria volontà e le energie fondamentali per ricostruire la fiducia reciproca e avviare una rinascita civile ed economica.

Si tratta di introdurre un forte “shock positivo”, una sorta di squilibrio fecondo in grado di alterare radicalmente l’attuale tasso e direzione dei lentissimi e spesso fallimentari modelli di exit strategy dal sottosviluppo e risoluzione dei conflitti,  caratterizzati, tra l’altro da forti fratture e disallieamenti tra interventi militari e umanitari. “Il contrario dei piccoli passi!”

Ogni intervento volto a una completa e duratura soluzione dei conflitti deve:

- prevedere un’azione contestuale sulla dimensione politica e sulla rigenerazione economica e civile;

- intervenire soprattutto sui processi profondi d’interazione tra dimensione implicita ed esplicita della conoscenza, sui processi di apprendimento /cambiamento collettivo.

Dopo anni di studi teorici e di azioni di campo nelle regioni fragili, a partire dalla mia regione, la Calabria, dove faide e Ndrangheta hanno da decenni campo libero, sono giunta alla conclusione che vi sia una via non nichilistica o di cinica recita di impegno al cui esito positivo nessuno realmente crede: affrontare in modo competente il tema centrale di come un soggetto plurale/collettivo apprende e cambia e affondare il bisturi del cambiamento nel “tallone d’Achille” della democrazia, ovvero il rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

Grazie ad un incontro con scienziati africani ed europei, alla loro passione civile, arriva in questi giorni un sul tavolo del Ministero degli Esteri belga la proposta di realizzare la prima esperienza pilota in Africa, di “Alliance _Urunani” e se il Ministero belga darà il via, sarà realizzato in Burundi, un piccolo straordinario paese nel cuore della Regione dei Grandi Laghi africani, che si rialza dopo tredici anni di guerra civile. Due principi sottendono il programma: 1) L’agire consapevole e competente di una intera comunità con lo scopo  di  valorizzare le risorse e preservarle nel tempo è autentica Azione Politica. 2) Il soggetto della Politica è una comunità consapevole guidata da leader federativi capaci di guardare, con responsabilità e passione, più lontano di altri.

Il progetto formerà duna “forza di pace” di 741 leader burundesi attuali e potenziali del mondo politico istituzionale (parlamento e partiti), amministratori locali e nazionali, leader delle istituzioni economiche, associazioni di imprenditori, istituzioni educative e del mondo della ricerca e li organizzerà in 129 “missioni di sviluppo locale”, installate in ciascuno dei 129 comuni con un coordinamento nelle 17 province e un nucleo di 11 esponenti del parlamento, partiti politici e istituzioni economiche e culturali di livello nazionale[at1] . Un “International Advisory Board” pan africano ed europeo ne studierà la trasferibilità in altri contesti post conflitto e un “Forum Itinerante della Partecipazione” formato da imprenditori, politici, scienziati, provenienti da tutto il mondo  farà un “Viaggio nel Burundi che vogliamo”, nell’arco di 70 giorni, per creare un’alleanza su un piano di rinascita, tutto concentrato sullo sfruttamento equo e sostenibile delle risorse naturali.

Ci proviamo dal 2006, con un’adesione convinta di leader politici, del mondo culturale e dell’economia di diversi paesi dell’Africa. Ma ci siamo imbattuti nel muro di gomma delle burocrazie dell’aiuto allo sviluppo, nelle misere disponibilità a investire di molte istituzioni europee e del Ministero degli Esteri italiano. Pronti a buttare miliardi di euro negli interventi militari in Libia o in Afghanistan, nelle così dette missioni di pace, essi riducono progressivamente i già miseri budget e sono chiusi all’innovazioni di soggetti e modalità di intervento che restituiscano (sostenendone la profonda rigenerazione ) il ruolo da protagonisti agli attori veri: leader e popolazioni dei territori in conflitto.

Ora ci proviamo di nuovo, fuori dall’Italia.

Quando potremo nella piena cittadinanza contribuire alle strategie politiche di questo nostro paese che muore sotto il peso soffocante delle oligarchie culturali, politiche ed economiche?

 

(*) Candidata IDV al Parlamento Europeo nel 2009, fondatrice dell’istituto di ricerca “ARTES |strumenti per l’innovazione” (artes@artes-research.com)



[1]The DAC Principles for Good International Engagement in Fragile States and Situations reflects a growing consensus that a focus on state-building may be required in parallel to the objective of achieving the Millennium Development Goals (MDGs) and as a response to state fragility.)” si veda: Concepts and Dilemmas of State Building in Fragile Situations. from fragility to resilience, Paris 2008