Là dove c’era l’erba ora c’è… una città

di Costantino Renato | 17 febbraio 2010, 22:59 | Cultura e Società

Negli Anni Cinquanta l’allora Ministro del Lavoro Amintore Fanfani mise a punto un piano casa con un triplice intento:

- dare un’abitazione adeguata a chi ne necessitava

- assorbire la manodopera disoccupata

- garantire la ripresa economica nel Dopoguerra.

    Con questo intervento gestito da Ina Casa furono progettati e costruiti 300.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica e alloggi familiari a basso reddito. Negli Anni Sessanta l’Italia conosce il boom edilizio a seguito del boom economico degli anni 1958- 1963 caratterizzato da:

    • una forte immigrazione interna.
    • la crescita demografica molto rapida, dovuta alle migliorate condizioni sociali ed economiche.
    • l’aumento del reddito pro capite che quasi raddoppiò contemporaneamente al migliorato livello di occupazione.
    • i bassi tassi di interesse

    Questa crescita edilizia veloce ed inattesa portò con sé anche dei gravi squilibri. Le città industriali crebbero rapidamente: la popolazione di Torino tra il 1951 e il 1961 aumentò del 46%, quella di Milano del 24,1 %. Ciò ha comportato una maggiore domanda di alloggi alla quale non sempre i Comuni hanno risposto rispettando le norme urbanistiche vigenti, di per sé già scarse. Ai margini dei centri urbani sono sorti quartieri dormitorio, a volte baraccopoli, in quanto i rioni popolari realizzati dallo Stato non risultarono sufficienti. Naturalmente questa edilizia fai da te, scadente, senza spazi verdi e di servizio aumentò i problemi di inserimento di molte famiglie già in difficoltà nell’adattarsi ai ritmi e alla disciplina di fabbrica. Non solo le città in questo periodo cambiarono ma fu tutto il territorio nazionale a mutare fisionomia.
    I paesaggi rurali lasciarono il posto al cemento. Non vennero risparmiate le coste e i piccoli centri che si trasformarono in centri turistici balneari o montani per rispondere alle esigenze imposte dalla nuova società industriale e urbana: occorrevano seconde case, alberghi, villaggi turistici. Negli Anni Sessanta si è costruito in genere in maniera selvaggia in mancanza di una legislazione edilizia efficiente e senza il rispetto delle norme vigenti. L’urbanistica di quegli anni apparve subito in tutta la sua emergenza tanto da richiedere una legge tampone come la n° 765 del 6 agosto 1967, detta legge ponte in quanto doveva precedere l’auspicata riforma urbanistica.
    Col trascorrere degli anni si è continuato a edificare ovunque: sulle pendici del Vesuvio, sui greti dei fiumi, su zone boschive fatte sparire più o meno dolosamente. Solo in occasioni di emergenze naturali si torna a parlare di abusivismo edilizio, di cementificazione selvaggia. Ma dove erano le autorità vigilanti durante le fasi di costruzione? Forse per un pugno di voti si è chiuso un occhio concedendo un permesso edilizio impossibile, dando un tetto a chi lo richiedeva ma mettendo a rischio la sua vita. Come è possibile che nel messinese siano morte due bimbe (Gennaio scorso) per il crollo della loro casa fatiscente quando il Comune aveva da anni pronti appartamenti nuovi da assegnare? In troppe aree del nostro Paese ad una edilizia abusiva, fai da te, si associa il sonno accondiscendente delle autorità territoriali. Talora si può parlare di mala edilizia e scarsi controlli. È il caso della “Casa dello studente” dell’ Aquila, crollata non tanto per il devastante sisma dell’Aprile 2009 quanto per la mancanza di un pilastro portante.
    In questo clima da far west urbanistico sotto gli occhi di tutti, Berlusconi lo scorso anno ha parlato di un suo “piano casa” per “dare a chi ha una casa e nel frattempo ha ampliato la famiglia perché i figli si sono sposati e hanno dei nipotini la possibilità di aggiungere una stanza, due stanze o dei bagni con servizi annessi alla villa esistente.”  Sono previsti altresì sconti fiscali se l’abitazione è destinata a prima casa dal richiedente o di un suo parente fino al terzo grado. Queste detrazioni senza meno vorrebbero agevolare le giovani coppie, gli studenti fuori sede, le famiglie a basso reddito e dovrebbero spingere i cd. “giovani bamboccioni” fuori dal caldo nido domestico!!
    Il premier ha definito “ straordinario” questo suo piano casa e straordinario e fattibile lo sarebbe se l’Italia non avesse paesaggi, centri storici da salvaguardare per difendere un volano della sua economia: il turismo.
    Quindi dovremmo stare bene attenti a non rovinare le nostre bellezze naturali e storiche che ci rendono unici nel mondo. Il piano berlusconiano inoltre sarebbe straordinario se non avessimo davanti agli occhi le conseguenze devastanti della cementificazione selvaggia degli Anni Sessanta e se di fronte a questa nuova possibilità non si levassero le voci sempre più inquiete delle associazioni ambientalistiche. Quindi non ci resta che chiedere al nostro premier di progettare piani meno straordinari ma più concreti e attinenti alla realtà del Paese.