Brothers: i reduci di guerra

di Giovanna D’Arbitrio | 11 gennaio 2010, 16:12 | Cultura e Società

Ispirandosi al film danese  di Susanne Bier  “Non desiderare la donna d’altri”, il regista Jim Sheridan in “BROTHERS” ritorna su un tema prediletto dal cinema americano: il drammatico reinserimento dei reduci di guerra nella pacifica normalità della vita quotidiana.

Il film racconta la storia di due fratelli, Sam e Tommy, volutamente messi in contrapposizione per dar maggior risalto alle devastanti  conseguenze delle tragiche e violente esperienze di guerra sulla psiche dei reduci. Sam, serio e responsabile ufficiale impegnato in Afghanistan, e tutti i personaggi  della sua bella famiglia, cioè Grace, la graziosa moglie, le sue  adorabili bimbe, Hank, il rigido padre veterano del Vietnam,  Tommy,  il fratello considerato come la classica “pecora nera”, rappresentano in fondo le diverse facce della società americana con tutte le sue contraddizioni,  i suoi pregi  e difetti.

Quando Sam, l’eroe americano creduto morto, ritorna a casa disorientato e mentalmente disturbato, tormentato da un terribile segreto (legato alla sua cattura e prigionia in un campo di ribelli) nonché dal dubbio di una relazione tra Grace e Tommy,  egli mette a rischio gli equilibri familiari che vanno in frantumi fino a sfiorare la tragedia.

Per fortuna prevalgono affetti, sentimenti e sincerità che lasciano almeno aperta la porta alla speranza verso un futuro recupero della  “normalità” perduta.

Tanti altri film hanno già sviscerato l’argomento in tutti i suoi aspetti, (Il Cacciatore, Nato il 4 luglio,  Nella Valle di Elah ecc..) e probabilmente molti registi ancora ci proveranno in futuro, poiché a quanto pare su questo pianeta le guerre proliferano come funghi velenosi che non riusciamo ad estirpare.

BROTHERS è un buon film che si avvale di bravi attori, come Tobey Maguire, Natalie Portman, Jake Gyllenhaal, Sam Shepard, nonostante ciò francamente suscita una sorta di ribellione in alcuni spettatori, stanchi di guerre, violenze, torture, pazzia e quant’altro. Alla fine ci viene da pensare che, scoperto “un filone”  fortunato, il cinema lo sfrutti al massimo: non solo le guerre fanno stragi di innocenti, ma sulla loro pelle poi si fanno anche lauti guadagni. Insomma  come facciamo noi in Italia con mafia e camorra.

I cosiddetti “film – denuncia”, spesso sono come circoli viziosi, come “cani che si mordono la coda”: ci informano su tutto e tutti, su peccati e peccatori, ma alla fine spesso non propongono soluzioni o alternative al sistema attuale che si basa su economia di guerra, distruttive connivenze tra potere economico e politico, corruzione, criminalità di tutti i generi e così via. Direi anzi che tali film,  puntando più sugli effetti che sulle cause, non fanno altro che alimentare idee omicide nelle nostre menti (soprattutto in quelle malate), trasformando in sete di vendetta  frustrazioni quotidiane ed inappagato desiderio di giustizia. Più volte io stessa, considerata da tutti pacifista, a cinema mi ritrovo ad essere estremamente soddisfatta quando il malvagio di turno “le prende di santa ragione”.

E così, come faccio di solito quando mi soffermo a riflettere, ho concluso tra me: – Qui è la musica che è sbagliata e anche i suonatori sono stonati. Bisogna cambiarla questa musica prima che sia troppo tardi, altrimenti  “noi tutti le prenderemo  di santa ragione”. Già ci denudano negli  aeroporti con i body scanner come se fossimo prigionieri nei campi di concentramento, togliendoci privacy e dignità (mentre i terroristi sono sicuramente già alla ricerca di altre strade per farci del male) e forse ci toccheranno altre limitazioni della nostra libertà. Allora in futuro a cosa dovremo ancora rinunciare se non si cambia musica nelle politiche internazionali? -.