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	<title>OrizzontiNuovi.org &#187; Approfondimenti</title>
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	<description>Giornale dell'Italia dei Valori - diretto da Orlando Vella</description>
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		<title>Ferragosto in carcere</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 06:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Carcere mandamentale di Brindisi]]></category>
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		<description><![CDATA[Alle ore 17 circa del 14 agosto 2010, si aprono i cancelli del Carcere mandamentale di Brindisi, anche quest’anno il senatore Caforio non ha voluto mancare a questo dovere di parlamentare della Repubblica, quest’anno insieme al senatore dell’Idv c’era anche il collega Salvatore Tomaselli del Pd, con loro l’avv. Sergio Tatarano dei Radicali e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alle ore 17 circa del 14 agosto 2010, si aprono i cancelli del Carcere mandamentale di Brindisi, anche quest’anno il senatore Caforio non ha voluto mancare a questo dovere di parlamentare della Repubblica, quest’anno insieme al senatore dell’Idv c’era anche il collega Salvatore Tomaselli del Pd, con loro l’avv. Sergio Tatarano dei Radicali e la sottoscritta.<span id="more-2061"></span><br />
Ad accoglierci al corpo di guardia un agente di polizia penitenziaria  che dopo la consegna dei documenti ci introduce nell’ufficio della  dirigente del carcere la dott.ssa Sonia Fiorentino; immediatamente, dopo esserci accomodati la direttrice  entra in argomento,  è il secondo anno che  in occasione di questa iniziativa è costretta a rientrare dalle ferie, “ma non è un sacrifico – ci dice tranquilla – per aiutare questa gente sono disposta a qualsiasi sacrifico”,  per ricevere i parlamentari e il rappresentante del Partito Radicale, artefice dell’iniziativa che  com’è noto è stata fatta su tutto il territorio nazionale, grazie alla partecipazione di ben oltre 200 parlamentari appartenenti a tutto l’arco parlamentare.<br />
La dott.ssa Fiorentino quindi pazientemente ci snocciola i dati della locale casa circondariale, sono gli stessi snocciolati a Pannella che ha anticipato l’iniziativa facendo visita  allo stesso carcere una decina di giorni prima.<br />
Nella Casa Circondariale di Brindisi, dove ci sono detenuti che devono scontare pene per un massimo di 5 anni, quindi i cosiddetti reati medi, come quelli contro il  patrimonio, spaccio, furti, rapine, stalking, risse con omicidi, etc.., al 14 agosto 2010 i detenuti sono 176, sono tutti allocati nella maggior parte nella zona  del carcere ristrutturato che va ricordato è una struttura che  risale al 1930. È stata  aperta anche l’infermeria ma manca quasi totalmente di attrezzature strumentali alle quali dovrebbe provvedere  la ASL di BR.<br />
Su questo i due senatori Caforio e Tomaselli si sono dati immediatamente disponibili a contribuire, affinché questa procedura sia presto attivata e completata; infatti, intorno al 20 di agosto si recheranno presso l’ASL di Brindisi dal suo direttore generale, il dott. Rollo, al quale  verrà fatta esplicita sollecitazione in merito.<br />
Intanto l’infermeria del carcere brindisino è dotata di una guardia medica h 24, sono a disposizione operatori del CIM una volta a settimana per 4 ore, con un totale di 20 ore, troppo poche ci dice la dirigente, in carcere le patologie di ordine psichico sono amplificati per ovvi motivi, dalla mancanza di libertà, di spazio vitale, vivono rinchiusi in 4 metri quadrati in tre o in 4 persone, la maggior parte di loro  sono giovani “hanno tante energie compresse – ci dice mortificato don Giovanni Fabiano cappellano del Carcere – sono giovani non si possono tenere chiusi in così poco spazio, hanno bisogno di muoversi, occuparsi di qualcosa, lavorare. Io più di mettere a disposizione la cappella dove facciamo riunioni, ovviamente la Messa e il venerdì il cineforum e pensate anche laboratorio teatrale non posso fare!”. Gli fa eco la dirigente Fiorentino. “È vero io mi sto battendo per avviare laboratori, corsi di formazione professionale, possibilità di studiare e quindi conseguire i diplomi. Ma dove li faccio  -  ci dice costernata – se ho solo delle piccolissime sale dove non è possibile far stazionare più di 5 persone,  dove allestisco i laboratori? c’è bisogno di spazi più ampi!  C’è una parte del carcere che è abbandonata al degrado, dove un tempo c’era la tipografia ed altri laboratori. Questa parte fatiscente  potrebbe essere ristrutturata e quindi utile  per spazi ad uso  di attività sociali ed  anche lavorative. Ho avuto la proposta di una commessa di lavori, questa impresa forniva tutto per far lavorare i detenuti, ho dovuto rifiutare perché non  avevo  spazi dove poter allocare questa utile ed remunerativa iniziativa che oltre a tenere impegnate queste persone dava loro possibilità di guadagnare qualcosa”<br />
Ritornando poi alla situazione sanitaria è stata evidenziata la presenza di molti tossici reclusi, c’è stato un aumento considerevole, l’anno scorso erano 40,   quest’anno il numero è raddoppiato sono 80, questo comporta un grande impegno da parte degli operatori carcerari e della stessa infermeria, infatti queste persone soffrono di molte patologie, hanno un apparato orale in grande sofferenza e quindi necessitano di cure dentali e questo comporta un grosso impegno, in quanto non essendoci una postazione dentistica questa gente, bisognevole di cure và portata fuori, ciò comporta spreco di tempo e di risorse, quindi sarebbe necessario attrezzare un gabinetto dentistico all’interno dell’infermeria che ha spazi enormi ed idonei.<br />
Tutto sommato la situazione del carcere brindisino si può annoverare tra le migliori, pur avendo problemi di affollamento, si può definire lo stato di vivibilità buono e quindi l’accenno da parte dei due senatori Caforio e Tomaselli non poteva non cadere sull’ultimo suicidio nelle carceri, avvenuto proprio a Brindisi.<br />
“Il suicidio di questa persona nelle nostre carceri ci ha molto provati – ci dice la direttrice – ma noi abbiamo la coscienza a posto perché erano state prese tutte le precauzioni del caso, purtroppo la burocrazia è molto lenta e a quest’uomo il non poter vedere più i suoi figli lo ha toccato moltissimo, lo ha distrutto psicologicamente e noi  abbiamo capito che poteva farsi del male ed abbiamo bonificato la sua cella  di tutto ciò che poteva essere pericoloso per lui, purtroppo non abbiamo previsto che la maglietta poteva divenire strumento di autolesionismo e nonché di morte. Purtroppo l’autolesionismo nei reclusi di nazionalità tunisina è frequente, in quanto ritengono di dover attirare l’azione così e anche perché hanno bisogno di esternare il loro disagio la loro sofferenza. Il suicida era guardato a vista h24 ma purtroppo è riuscito a gabbarci.”<br />
“La visita ferragostana alle carceri – ha sottolineato Caforio – per me quest’anno è stata di grande interesse, primo perché ho potuto stringere le mani a questa gente e parlare con loro, ascoltare le loro richieste. Mi hanno molto colpito i loro sguardi provati dalla sofferenza  che dà la restrizione della libertà e il loro di rispondere alla mia domanda:  &#8211; Come va, avete delle richieste, delle lagnanze? &#8211; E loro: &#8211; Tutto bene senatore, ma vorremmo più spazio, più possibilità di socializzare, per il resto tutto bene!-“<br />
“Poi abbiamo visto con grande soddisfazione – prosegue il senatore Caforio &#8211; che l’ala ristrutturata è stata messa su bene e ben tenuta, va riconosciuto che questo Carcere è  ben gestito, un plauso va alla dirigenza, agli agenti di polizia e a tutti gli operatori che si danno molto da fare  per alleviare le sofferenze di questa gente che se pur in debito con la giustizia deve essere tutelata attraverso il recupero e la riabilitazione sociale che passa attraverso il lavoro degli stessi operatori che devono avere i mezzi per operare e le strutture idonee. Ritengo – aggiunge Caforio – che  subito dopo il periodo feriale sia io che lo stesso collega Tomaselli dobbiamo attivarci affinché siano attrezzati gli spazi di socializzazione, quelle aree adibite per la passeggiata con calcio balilla e ping pong, attrezzature utili a dar loro la possibilità di fare un po’ di attività fisica, i tanti giovani non possono essere relegati per 24 ore in 4 metri quadri. A tal proposito mi farò promotore di iniziative presso ditte che magari  sotto forma di  sponsorizzazioni forniscano attrezzature  utili a questo. Inoltre mi farò portavoce,  insistente presso l’Asl Br affinché l’infermeria sia dotata di strumentazioni, come un gabinetto dentistico. Infine per quelle aree dismesse e in stato di abbandono, sarebbe utile che addetti ai lavori facessero un sopralluogo tecnico onde potere  avere la quantificazione dell’impegno di spesa per riattivare questa struttura e magari lanciare campagne di sponsorizzazione  verso aziende che in cambio di pubblicità si impegnino a contribuire ai lavori di ristrutturazione. Tutto questo finalizzato alla vera riabilitazione di questa gente che non deve uscire dal carcere peggio di come è entrata. Tutto questo va a beneficio non solo degli stessi ma anche dell’intera collettività che non si troverà di fronte gente incattivita dalla reclusione, ma riabilitata socialmente grazie all’intervento della collettività tutta che si deve far carico anche di queste emergenze dando il proprio apporto anche  attraverso l’iniziativa filantropica.”</p>



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		<title>Per non dimenticare</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 20:50:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In queste giornate rischiano di cadere in silenzio due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che furono annientate. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste giornate rischiano di cadere in silenzio due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che furono annientate. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350 mila, a causa soprattutto delle affezioni tumorali prodotte dalle radiazioni. Quelle dell’agosto 1945 sono state le uniche volte in cui sono state impiegate armi nucleari in un conflitto bellico contro popolazioni civili, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. <span id="more-2038"></span>Bisogna ricordare che la paternità storica di tali crimini commessi contro l’umanità, rimasti tuttavia impuniti, va ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un momento ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.<br />
In particolare occorre riflettere sulla seconda bomba, sganciata su Nagasaki. Secondo molti storici si è trattato di un atto terroristico evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un alibi tecnico-scientifico, era che la bomba su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (tale ragionamento è semplicemente cinico). Il secondo motivo era di ordine strategico-politico, in quanto la seconda bomba era inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese stremato, ridotto alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente il vero scopo della seconda esplosione, un gesto scellerato compiuto in funzione antisovietica. In tal senso le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di una scelta ben precisa, un chiaro segnale intimidatorio teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni.<br />
Negli anni successivi al ‘45 le armi atomiche furono adottate dalle principali potenze: l’URSS l’ottenne nel 1949 (grazie alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla creazione della bomba H per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, segnato da una prima proliferazione degli arsenali atomici, si generò un clima di “guerra fredda”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, la strategia della deterrenza che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale.<br />
Tale “equilibrio”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero più numerose, ma soprattutto più sofisticate, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”.  Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte.<br />
Nel corso degli anni ‘80 il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione delle armi atomiche possedute dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un ragazzo di Seattle che, giocando col computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense provocando, nella finzione cinematografica, il pericolo di un conflitto termonucleare, poi scongiurato. Cito il film per evidenziare come in quegli anni la percezione dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era maggiore di oggi. Eppure la situazione odierna è più pericolosa di quella descritta, relativa al periodo della “guerra fredda”.<br />
Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto: Israele. Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, cioè Ucraina, Bielorussia e Kazakistan.<br />
Inoltre la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti delle varie potenze (USA e Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’odierna situazione internazionale, avvolta in quella che convenzionalmente è definita “la spirale guerra-terrorismo”, segnata da tensioni e contraddizioni aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra globale preventiva” che, di fatto, alimenta le spinte oltranziste in ogni angolo della Terra. Per questo, non di “spirale” si tratta, ma di mostri gemellari partoriti dallo stesso apparato di distruzione e oppressione: l’imperialismo Usa.<br />
L’odierna situazione planetaria è dunque più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino del 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. L’epoca della “guerra fredda” è stata un periodo in cui l’equilibrio tra le superpotenze esercitava un potente effetto deterrente.<br />
Oggi quell’equilibrio non esiste più ed è rimasto solo il “terrore”. Anzi, la situazione è profondamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-assegnati con arroganza e che li ha condotti all’isolamento. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede un coinvolgimento crescente anche dell’Italia. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte almeno 90 testate nucleari. Per capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, rammento alcuni episodi del 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive nella regione), una pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad uno scontro militare e al ricorso ad armi nucleari.<br />
Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali e assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di “antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come Usa, Cina e Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo ed agiscono in modo espansionistico sul terreno commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi alla competizione tra Usa, Giappone, Europa e Cina, o alla guerra monetaria tra euro e dollaro. Certo, dal ‘45 ad oggi le guerre finora combattute e quelle in corso non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, ma solo a quelle convenzionali.<br />
Finora ho fornito una ricostruzione storica in materia di armi nucleari, provando a evidenziare un confronto tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che è assai più insidiosa, benché la coscienza della gente sia meno diffusa e profonda rispetto al passato. A tale proposito cito un brano di un articolo di Giorgio Bocca (apparso anni fa nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, cioè il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale. Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve essere tollerata, ma va respinta con fermezza e in modo definitivo, pena l’annientamento dell’umanità e di quasi ogni forma di vita sul nostro pianeta.<br />
Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, cioè di una classe sociale da parte di un’altra classe. Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima. Tuttavia, la differenza più evidente tra guerre tradizionali e guerra nucleare sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certo trascurabile, per cui non va sottovalutato.<br />
Dunque, concludo con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo e utopistico, esprime un’istanza diffusa tra la gente comune, implica un presupposto di estrema importanza e contiene una proposta indispensabile alla salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra: BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!<br />
Lucio Garofalo</p>



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		<title>Avvelenati, un coraggioso libro di denuncia</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 19:56:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[achille della ragione]]></category>
		<category><![CDATA[avvelenati]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Baldassarro]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[Manuela Iatì]]></category>
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		<description><![CDATA[Avvelenati, scritto a quattro mani da Giuseppe Baldassarro e Manuela Iatì (Città del sole editore), due giovani giornalisti calabresi, è uno dei tanti reportage figli dell’ultimo capitolo di Gomorra, dedicato allo scandalo dello smaltimento dei rifiuti tossici ed al triangolo della morte.
L’argomento focalizzato sono le famigerate vecchie navi affondate a decine lungo le coste italiane, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/06/copertina.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1942" title="avvelenati" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/06/copertina-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Avvelenati, scritto a quattro mani da Giuseppe Baldassarro e Manuela Iatì (Città del sole editore), due giovani giornalisti calabresi, è uno dei tanti reportage figli dell’ultimo capitolo di Gomorra, dedicato allo scandalo dello smaltimento dei rifiuti tossici ed al triangolo della morte.<br />
L’argomento focalizzato sono le famigerate vecchie navi affondate a decine lungo le coste italiane, soprattutto al sud, nelle cui stive si sospetta che siano contenuti rifiuti tossici estremamente pericolosi, incluso scorie nucleari.<span id="more-1941"></span><br />
Fece scalpore nei mesi scorsi il caso della vecchia carretta del mare da anni nel golfo di Cetraro, ai limiti delle acque territoriali, che si rivelò, dopo accurate e costosissime indagini, una bufala e si appurò che l’affondamento era stato provocato unicamente per frodare l’assicurazione.<br />
Il libro è scritto con passione e giovanile entusiasmo, un difetto alcune volte, ma la giovinezza non è certo una colpa, è semplicemente uno stato transitorio, dal quale si guarisce poco alla volta, giorno dopo giorno.<br />
L’ipotesi che per smaltire sostanze altamente inquinanti sia necessario affondare la nave è una clamorosa ingenuità, paragonabile a sbarazzarsi dell’acqua sporca gettando la tinozza con dentro il bambino, come pure evocare il complotto, in faccende di quotidiana criminalità più o meno organizzata, serve solo a intorbidire il problema, distogliendo l’attenzione mediatica sull’argomento, che conserva una incombente gravità.<br />
Se una nave deve liberarsi di un carico compromettente, quale soluzione migliore che aprire una botola in mare aperto ed in acque internazionali, per poi ritornare a caricare e scaricare altre infinite volte.<br />
Al libro ha collaborato un magistrato, il dottor Cisterna, a lungo titolare della pubblica accusa in processi calabresi per inquinamento ambientale, al quale abbiamo chiesto quali provvedimenti legislativi sono necessari per giungere a colpire realmente e severamente i colpevoli di disastri ecologici, i cui danni saranno scontati anche dalle generazioni future.<br />
“Bisogna lavorare soprattutto nella prevenzione, controllando accuratamente tutti i passaggi delle sostanze pericolose, dalle fabbriche che le producono come scarto dei processi di lavorazione fino alle discariche speciali dove vanno ammassate ed inertizzate.<br />
Anche io credo che i controlli vadano fatti nei porti, luoghi spesso sotto tutela militare nei quali fino a pochi anni fa era vietato anche scattare una innocente fotografia”.<br />
Con l’auspicio che l’Italia quanto prima adegui la sua normativa a quella europea, molto più severa, non resta che leggere questo libro, al quale auguriamo la migliore fortuna  per l’ingrato compito di risvegliare la nostra coscienza civile che troppo spesso sonnecchia.</p>



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		<title>Il terrorismo di Israele e il nuovo “antisemitismo”</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 06:10:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[All’alba del 31 maggio la marina militare israeliana ha lanciato un sanguinoso blitz contro il convoglio internazionale della Freedom Flotilla, allestito per trasportare un carico di migliaia di tonnellate di aiuti umanitari destinati alla gente di Gaza, costretta da quattro anni a subire un assedio e un embargo illegale imposto da Tel Aviv. La spedizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’alba del 31 maggio la marina militare israeliana ha lanciato un sanguinoso blitz contro il convoglio internazionale della Freedom Flotilla, allestito per trasportare un carico di migliaia di tonnellate di aiuti umanitari destinati alla gente di Gaza, costretta da quattro anni a subire un assedio e un embargo illegale imposto da Tel Aviv. La spedizione era stata preparata da varie associazioni pacifiste con l&#8217;appoggio di un coordinamento di organizzazioni non governative (Ong) di 42 paesi. Nel corso dell’assalto al convoglio pacifista, su cui erano imbarcati circa 600 attivisti di oltre 40 nazionalità, i militari israeliani hanno ucciso 19 persone, ferendone almeno 26.<span id="more-1904"></span> È il tragico bilancio di un’aggressione lanciata mentre la flottiglia si trovava in acque internazionali. Si tratta di un’azione di pirateria che viola il diritto internazionale, un atto di terrorismo di Stato di cui il regime di Tel Aviv deve essere chiamato a rispondere.<br />
Chiunque abbia difeso finora il governo di Israele, si arrampica sugli specchi in modo goffo e maldestro per avallare le assurde “ragioni” di uno Stato rivelatosi terrorista e criminale. Ma è impensabile, oltre che immorale, avallare una linea strategica priva di qualunque fondamento razionale, per cui rischia di ritorcersi contro chi la sostiene.<br />
Nessuno che davvero conti all’interno della “comunità internazionale” ha osato condannare gli atti di terrorismo di Stato commessi da Israele contro popolazioni inermi come quelle presenti nella striscia di Gaza. Nemmeno l’attuale pontefice ha assunto una posizione di netta esecrazione morale e politica nei riguardi dell’aggressiva e spregiudicata politica israeliana che si è spinta davvero oltre ogni limite accettabile.<br />
Quando si parla di &#8220;antisemitismo&#8221; ci si riferisce ovviamente all&#8217;antisemitismo storico, convenzionalmente inteso, cioè al classico razzismo contro gli Ebrei, vittime dell&#8217;Olocausto nazista. Ma esiste anche un antisemitismo commesso contro il popolo palestinese, anch&#8217;esso appartenente alla stirpe &#8220;semitica&#8221;, anch&#8217;esso vittima di una politica di persecuzione e di aggressione imperialista, di atti ostili e terroristici, di cui si conoscono i responsabili. Il peggior &#8220;antisemitismo&#8221;, non semplicemente ideologico, ma brutalmente politico e militare, è quello messo in pratica da coloro che rappresentano i veri assassini e terroristi, vale a dire il regime sionista di Israele e i suoi soci anglo-americani. Altrimenti, come si potrebbe definire la politica di persecuzione e sterminio portata avanti negli ultimi anni dallo Stato di Israele con l&#8217;appoggio, più o meno tacito, degli USA, contro popolazioni inermi e civili che vivono confinate nella striscia di Gaza?<br />
Occorre ricordare alcune cifre impressionanti ed emblematiche che indicano lo stato di miseria e disperazione in cui versa la popolazione palestinese di Gaza. Secondo dati ufficiali forniti dalla Banca Mondiale, il 40% dei bambini della Striscia di Gaza soffre di malnutrizione, oltre il 70% degli abitanti giace sotto la soglia della povertà sopravvivendo a stento con meno di 2 dollari al giorno. Tali condizioni sono soprattutto la conseguenza dell’embargo economico imposto da Israele contro la gente di Gaza.<br />
L’Occidente ha sempre decantato le virtù liberatorie della democrazia, ma quando un popolo decide di autodeterminarsi come è accaduto nel caso dei Palestinesi, e il risultato elettorale non è gradito alle potenze occidentali, queste intraprendono una serie di manovre per vanificare ogni fondamento di legalità. Dopo le elezioni palestinesi vinte da Hamas la comunità internazionale impose un ignobile embargo al fine di ricattare i palestinesi e costringerli a pentirsi di aver votato per Hamas.<br />
La vittoria elettorale di Hamas fu ostacolata fin dall’inizio dai paladini della &#8220;democrazia&#8221;, gli Usa. I quali vantano un indiscutibile superiorità morale nel campo dei diritti e delle libertà democratiche. Basti pensare che la pena capitale, vigente in vari Stati della Confederazione Usa è un “nobile” esempio della civiltà giuridica e politica statunitense, per cui hanno le carte in regola per “esportare la democrazia” nel mondo.<br />
A tale riguardo gli islamisti non hanno torto quando accusano la “democrazia” di essere una “foglia di fico” utilizzata per occultare le nefandezze e la matrice tirannica e sanguinaria dell’imperialismo occidentale. D’altronde, gli stessi concetti sono formulati dai marxisti, sia pure in chiave comunista e sulla base di un’impostazione ateistica e storico-materialistica. In particolare Lenin e Rosa Luxemburg definivano la democrazia parlamentare come un “involucro” dentro cui si annida la violenza della dittatura di classe della borghesia imperialista. La logica manichea che pretende di contrapporre la “democrazia” borghese alla “teocrazia” islamista è l’ennesima trappola ideologica escogitata dalle potenze imperialistiche per mistificare la verità ed ingannare l’opinione pubblica internazionale, distraendola dai problemi reali e dalle contraddizioni esistenti in Medio Oriente, nel Golfo Persico e in altre aree strategiche del pianeta.<br />
Non c’è alcun dubbio che Hamas sia un’organizzazione culturalmente retrograda e politicamente reazionaria, diciamo pure islamico-fascista. Ma è altrettanto ineccepibile che la politica praticata dal governo israeliano nei confronti della gente di Gaza sia di natura aggressiva, criminale e terroristica, non certo democratica e progressista.<br />
A questo punto chiedo: i Palestinesi, come le popolazioni di stirpe araba, non sono di origine “semitica” come gli Ebrei? Secondo il racconto biblico, il genere umano si dividerebbe in tre grandi “razze”, o macrogruppi etnici, discendenti dai figli di Noè: Sem, da cui deriverebbero i popoli “semiti”, Ebrei e Arabi; Cam, da cui discenderebbero i popoli “camiti”, Egiziani e altri popoli africani; infine Ar, da cui trarrebbero origine i popoli di stirpe “ariana”, detti anche “indoeuropei”, incluse le popolazioni italiche, e così via. Quanto finora spiegato, sarebbe accreditato dall’antica tradizione biblica.<br />
Da questo punto di vista, ciò che comunemente è identificato come “antisemitismo”, cioè il razzismo e la persecuzione contro gli Ebrei, dovrebbe ricevere un’estensione semantica, oltre che storico-politica, nella misura in cui dovrebbe includere anche gli atteggiamenti di ostilità e la politica terroristica condotta da Israele, con l’appoggio anglo-americano, ai danni di un altro popolo di stirpe “semitica”: i Palestinesi. I principali responsabili di questa nuova versione dell’antisemitismo sono il governo israeliano, il sionismo internazionale e i suoi tradizionali alleati anglo-americani.<br />
In effetti credo (e temo) che il nuovo “antisemitismo” consista e risieda proprio nella politica di sterminio, di pulizia etnica e di persecuzione criminale condotta dal governo israeliano e dall’establishment sionista che fa capo alle ricche e potenti lobbies ebraiche sparse ovunque nel mondo, nonché al famigerato Mossad, gli efficienti servizi segreti israeliani, ai danni di un altro popolo anch’esso di origine “semitica” presente sul nostro pianeta: gli Arabi, e nella fattispecie particolare i Palestinesi Cisgiordani confinati all’interno di un immenso lager circondato da un gigantesco  muro di cinta.</p>



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		<title>La storia dei CIP6: una storia tutta italiana</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 20:02:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<category><![CDATA[diritto al futuro]]></category>
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		<description><![CDATA[La storia dei CIP6 rappresenta la riuscita operazione di controllo da parte di vari enti egemonici che subordinando a sé la politica hanno creato e creano danno per l&#8217;ambiente, la salute dei cittadini e il futuro delle nuove generazioni. I CIP6 nascono per finanziare le fonti energetiche rinnovabili nell&#8217;ottica di produrre benessere nel totale rispetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La storia dei CIP6 rappresenta la riuscita operazione di controllo da parte di vari enti egemonici che subordinando a sé la politica hanno creato e creano danno per l&#8217;ambiente, la salute dei cittadini e il futuro delle nuove generazioni. I CIP6 nascono per finanziare le fonti energetiche rinnovabili nell&#8217;ottica di produrre benessere nel totale rispetto dell&#8217;ambiente. Il Comitato Internazionale Prezzi (CIP) con delibera n°6 (da qui CIP6) del 29/04/92 stabilisce che i produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili ed assimilate godano di una maggiorazione di circa 3 volte il prezzo di mercato.<span id="more-1899"></span> Questa maggiorazione la paghiamo noi col 7% dell&#8217;importo della bolletta dell&#8217;energia elettrica tariffa A3: dal 1992 abbiamo versato 3.076.923.077 euro l&#8217;anno.<br />
L&#8217;Italia è stata sottoposta a procedura di infrazione da parte dell&#8217;UE per aver interpretato le disposizioni a suo modo, introducendo il concetto di energia “assimilata” alle rinnovabili (es.i combustibili fossili, idrocarburi,rifiuti inorganici). Il risultato è una produzione di energia elettrica nazionale che per l&#8217;81% è generata da fonti inquinanti, andando praticamente ad inificiare la motivazione che ha prodotto la nascita di questa tassa. Il nostro paese è uno dei pochi al mondo ad elargire generosi incentivi di denaro pubblico a favore della “termovalorizzazione”: Danimarca, Svezia, Norvegia tassano l’incenerimento al pari della discarica, nonostante questo rivesta un importante ruolo nella gestione dei loro rifiuti.<br />
Ma vediamo di fare un breve sunto della storia del CIP6:<br />
• 2001 &#8211; La Comunità Europea emana la Direttiva 2001/77/CE sulla promozione dell&#8217;energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili: i rifiuti non sono contemplati nella definizione di “energia rinnovabile” e non è presa in considerazione alcuna forma di energia “assimilata” alle rinnovabili;<br />
• 2003 &#8211; Il II Governo Berlusconi recepisce la Direttiva con il Decreto Legislativo 29/12/03, n.387, includendo i rifiuti tra le fonti energetiche ammesse a beneficiare dei finanziamenti pubblici riservati alle fonti rinnovabili;<br />
• 2007 &#8211; Durante il II Governo Prodi entra in vigore la Legge Finanziaria 2007: i soli soggetti in grado di accedere al conferimento dei CIP6 risultano i titolari di impianti già operativi, mentre per i futuri inceneritori di nuova costruzione non è previsto alcun finanziamento pubblico;<br />
• 2008 &#8211; è l&#8217;anno di Napoli e dei suoi rifiuti. Il Governo Berlusconi dà subito ad intendere la linea che perseguirà in Campania: 10 discariche e 4 inceneritori. Tuttavia, il primo bando indetto per l&#8217;acquisizione delle concessioni a costruire e amministrare i 4 impianti va deserto. Il motivo è semplice: senza CIP6 (soppressi dalla Finanziaria 2007 per gli impianti di nuova costruzione) a nessuno va di rischiare in un mercato che, privato dei corposi finanziamenti pubblici che tanto gli hanno dato, è praticamente morto. L&#8217;unica soluzione è la reintroduzione dei CIP6, almeno per questi quattro impianti. Detto, fatto. L&#8217;atto amministrativo in questione è la Legge 30 dicembre 2008, n.310: “Conversione in legge, con modificazioni, del D.L. 6/11/2008, n.172, recante misure straordinarie per fronteggiare l&#8217;emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, nonché misure urgenti di tutela ambientale”.<br />
In sintesi, l&#8217;accesso ai corrispettivi per l&#8217;energia prodotta da fonti rinnovabili ed “assimilate” (inceneritori e similari), è così rideterminato:<br />
• tutti gli impianti connessi con l’emergenza citata, dichiarata con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, possono avere accesso ai finanziamenti e agli incentivi senza distinzione fra parte organica e inorganica dei rifiuti; la deroga (impianti autorizzati ma non in esercizio) è estesa al 31/12/2009, sia per gli inceneritori nelle zone in emergenza che per tutti gli altri entrati in esercizio fino alla data del 31/12/2008;<br />
• per gli altri impianti il riconoscimento incentivante si riferisce alla sola parte organica e biodegradabile dei rifiuti, stimata in una percentuale del 51% del materiale complessivamente trattato. Il regime di violazione della normativa europea è quindi ripristinato.<br />
L’associazione Diritto Al Futuro, in collaborazione con decine di movimenti e gruppi in nome della direttiva UE del 2001, chiede il rimborso di quei soldi, che dal 2001 vengono prelevati illecitamente dalle nostre bollette sotto la voce “tariffa A3”: in caso di vittoria si avranno indietro i propri soldi (oltre ad aver difeso un diritto e aver tutelato salute e ambiente). Motivi che sono alla base della vertenza nazionale.<br />
Per esercitare tale diritto, occorre firmare la richiesta di rimborso ed un contributo di 10 euro a sostegno delle spese affrontate dall’Associazione per portare avanti la vertenza. La responsabilità civile dell&#8217;eventuale processo sarà a carico dell’Associazione.<br />
Per info: <a href="www.dirittoalfuturo.it" target="_blank">www.dirittoalfuturo.it</a></p>
<p>Fonte: dati GSE e analisi del Meetup “amici di Beppe Grillo di Brescia” (rifiuti e biomasse sono inseriti nel novero delle fonti assimilate,come da corretta interpretazione della direttiva europea 2001/77/CE che non considera tali elementi come fonti di energia rinnovabile)</p>



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		<title>Il mondo di mafiopoli</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 20:57:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Durante la colonizzazione del selvaggio West americano, il Popolo degli uomini venne massacrato dall’esercito yankee nel corso delle sanguinose “guerre indiane”. La tribù pellerossa dei Sioux Dakota Hunkpapa era guidata dal grande capo e sciamano indiano Toro Seduto. In realtà il suo nome era Bufalo Seduto, o Tatanka Yotanka nella lingua dei nativi americani. Egli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Durante la colonizzazione del selvaggio West americano, il Popolo degli uomini venne massacrato dall’esercito yankee nel corso delle sanguinose “guerre indiane”. La tribù pellerossa dei Sioux Dakota Hunkpapa era guidata dal grande capo e sciamano indiano Toro Seduto. In realtà il suo nome era Bufalo Seduto, o Tatanka Yotanka nella lingua dei nativi americani. Egli divenne famoso in seguito alla storica vittoria ottenuta nella battaglia del Little Big Horn contro le truppe comandate dal tenente colonnello George Armstrong Custer, soprannominato “capelli gialli”, grande capo dei “visi pallidi”.<span id="more-1889"></span></p>
<p>Molto tempo dopo, nel mondo della mafia siciliana, esattamente a Cinisi, sovrastava e tuonava don Tano Seduto, come a Corleone troneggiava don Totò Seduto, mentre altrove spadroneggia qualche altro don Seduto sul trono. Ma la mafia non è tramontata con l’arresto dei boss più spietati, cioè Riina e Provenzano, braccati e latitanti per anni, improvvisamente catturati allorché si sono rivelati inutili come arnesi ormai vecchi.</p>
<p>La rivoluzione antropologica della mafia</p>
<p>Quella che è morta e sepolta è senza dubbio la mafia più arretrata, anacronistica e tradizionale, la mafia rurale messa sotto processo dalle inchieste dei giudici Falcone e Borsellino, uccisi proprio dai sicari della cosca più feroce e sanguinaria, all’epoca vincente, quella dei Corleonesi. Al contrario, oggi la mafia è più ricca e potente che mai, non è scomparsa solo perché non ammazza più come sua abitudine, con metodi brutali e truculenti, vale a dire usando le armi, minacciando e terrorizzando la gente, compiendo stragi cruente per eliminare fisicamente i suoi nemici, siano essi tenaci e audaci sindacalisti come Placido Rizzotto, intrepidi attivisti politici come Peppino Impastato, giudici onesti e integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.</p>
<p>Ci sono altre mafie che continuano a massacrare le persone, ricorrendo ad eccidi eclatanti e indiscriminati: la Camorra dei Casalesi, la ‘Ndrangheta calabrese o alcune mafie straniere. La mafia siciliana evita di ammazzare perché si è in qualche modo “evoluta” e “civilizzata”, per meglio dire si è “mimetizzata”, in quanto non vuole più esporsi alle eventuali ritorsioni dello Stato, non intende più essere visibile per offrire l’impressione di non esistere più. Infatti rinuncia a mostrarsi, preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più civile e rispettabile. Ciò significa che Mafiopoli non esiste più? Niente affatto. La mafia ha solo imparato a dissimularsi meglio.</p>
<p>Essa continua ad agire indisturbata, molto meglio di prima, in una veste moderna e aggiornata. L’assetto del potere di Mafiopoli si è modificato profondamente, riciclandosi in forme nuove e più sofisticate. Anche la mafia, quella arcaica e primitiva, ha subito un processo di rivoluzione capitalistica che ha generato una mutazione antropologica e culturale, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito dell’odierna civiltà edonistica e consumistica di massa. Dunque, la mafia si è ristrutturata e globalizzata, diventando una holding company estremamente potente, una corporation tecnologicamente avanzata, un’impresa finanziaria multinazionale. Insomma, la mafia è a capo di un vasto Impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del sistema capitalistico italiano, una grossa compagnia imprenditoriale che può vantare il più ricco volume di affari del Paese.<br />
Mafia S.p.A.<br />
La mafia è diventata una complessa e potente società finanziaria privata, che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Azioni criminali! Come criminale, o quantomeno immorale, è l’intero apparato economico capitalistico, le cui ricchezze sono di origine perlomeno dubbia. “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa citazione mi serve per chiarire come la natura della proprietà privata, del grande capitale, delle immense rendite economiche, sia sempre illecita e sospetta, se non di origine criminale, in quanto discende da un atto iniquo di espropriazione violenta del prodotto, ossia del valore materiale creato dal lavoro collettivo. La matrice reale del sistema capitalistico è di per sé violenta e disonesta, come tenta di dimostrare Roberto Saviano nel suo best seller, Gomorra.</p>
<p>“Gli affari sono affari” per tutti gli uomini d’affari, siano essi personaggi incensurati, approvati moralmente e socialmente, siano essi figure losche e notoriamente riconosciute come criminali. Belve sanguinarie o meno, assassini e delinquenti o meno, pregiudicati o incensurati, gli uomini d’affari sono sempre poco onesti, in molti casi astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, per indole o vocazione individuale.</p>
<p>Del resto, le mafie non sono altro che imprese economiche criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue attività illecite con un obiettivo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta anche a servirsi dei mezzi più disonesti, a ricorrere al delitto più atroce. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare e corrompere, ad eliminare fisicamente i suoi avversari. Parimenti ad altri gruppi imprenditoriali, come le compagnie multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono all’ingerenza economica e imperialistica occidentale.</p>
<p>In altri termini, il delitto e la sopraffazione appartengono alla natura più intima dell’economia borghese, in quanto componenti intrinseche di un ordine retto sul “libero mercato”, sulle sperequazioni e le ingiustizie che ne derivano. La logica “mafiosa” è insita nella struttura medesima del sistema economico affaristico dominante, a tutti i livelli e in ogni angolo del pianeta, ovunque riesca ad insinuarsi l’economia di mercato e l’impresa neocapitalista. Ciò che eventualmente può variare è solo il differente grado di “mafiosità”, cioè di irrazionalità e di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente e brutalmente i propri nemici, come nel caso di tante “onorate” società riconosciute come criminali, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, più eleganti e raffinati, ma altrettanto spregiudicati, cinici e pericolosi.</p>
<p>Non vedo, non sento, non parlo</p>
<p>In dirittura d’arrivo un ragionamento finale, ma non esaustivo, vorrei riservarlo al fenomeno dell’omertà sociale. Mi permetto di suggerire anzitutto una definizione sommaria assunta da un comune dizionario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine omertà è di origine incerta, con molta probabilità è riconducibile all’etimo latino humilitas, cioè umiltà, adottato successivamente nei dialetti dell&#8217;Italia meridionale e modificato in umirtà. Da questa fonte vernacolare potrebbe scaturire l’odierna voce italiana.<br />
Nel gergo mafioso chiunque infranga il codice dell’omertà, o tenti di far luce su una verità, viene disprezzato come “infame” e “presuntuoso”. Il codice dell’omertà, consuetudine tipica del sistema mafioso, rappresenta da un punto di vista psicologico la salvaguardia dell’ambito familiare, la tutela dell’onore del clan di appartenenza. La famiglia mafiosa impartisce ai suoi membri il culto del silenzio, della reticenza, quale requisito essenziale della virilità. L’infausta catena omertosa si configura come una delle basi su cui si erge il lugubre potere della mafia. Per estensione, il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà di stampo mafioso, nell’accezione più ampia del termine, cioè nel senso di un potere costrittivo, violento e terroristico.</p>
<p>Dunque, l’uso intelligente e raffinato del linguaggio, se necessario urlato, il parlare ad alta voce, può esprimere un gesto di rottura e di rivolta contro il silenzio dell’omertà mafiosa in senso lato, può ispirare anche un modello di educazione basato su codici di comportamento meno oscurantistici, più liberi e democratici. Personalmente credo molto nel potere e nella priorità della parola, intesa ed esercitata non solo come veicolo di comunicazione, ma anche come metodo di critica e denuncia della realtà, come strumento di interpretazione e trasformazione del mondo, che non è l’unico esistente.</p>
<p>Il linguaggio contiene in sé la forza necessaria a mutare lo stato di cose presenti, a migliorare le nostre condizioni di vita e la realtà circostante. Potenzialmente la parola vale molto più di un pugno nello stomaco e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza sociale derivanti dal codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare e concorrere alla causa della libertà e della giustizia sociale, rompendo o rettificando situazioni e comportamenti che ci opprimono e ci indignano.</p>
<p>La parola, come testimonianza di un altro modo di vivere, di intendere e costruire i rapporti interpersonali  improntati ai principi della solidarietà, della libertà e della convivenza democratica, è senza dubbio una modalità alternativa, “eversiva” e destabilizzante rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia. L’uso della parola rinviene un senso concreto ed acquista maggior vigore e consapevolezza nella misura in cui può servire a violare il potere coercitivo della malavita organizzata, provando a vincere la diffusa e coatta mentalità mafiosa.</p>



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		<title>Riflessioni sul caso Fini</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 07:15:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Mentre i giornali, le televisioni e i politici discettano sul caso Fini, ci sono livelli di disoccupazione altissimi e niente si fa per non ritardare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, sballottati magari per anni tra un contratto interinale ed un altro, ed in certi casi ancora inoccupati perché troppo qualificati per lo svolgimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/04/silvio-berlusconi-gianfranco-fini.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1834" title="Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/04/silvio-berlusconi-gianfranco-fini-e1272220405124-150x76.jpg" alt="" width="150" height="76" /></a>“Mentre i giornali, le televisioni e i politici discettano sul caso Fini, ci sono livelli di disoccupazione altissimi e niente si fa per non ritardare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, sballottati magari per anni tra un contratto interinale ed un altro, ed in certi casi ancora inoccupati perché troppo qualificati per lo svolgimento di certe mansioni. Questi e tanti altri temi andrebbero messi nell’agenda di governo, ma non è mai il momento giusto. E per il momento del teatrino della politica? Per quello c’è sempre tempo”<span id="more-1833"></span>Che esistesse un caso Fini, ritengo che non lo scopriamo certo oggi. Già da tempo esistevano tensioni manifeste e latenti tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Ma lo strappo politico forte di Fini arriva ora. E non credo sia una pura coincidenza il fatto che questo strappo sia avvenuto proprio dopo il trionfo della Lega alle Elezioni Regionali di aprile 2010. La recente tornata elettorale non ha fatto altro che esaltare ed evidenziare ancor di più il ruolo e l’importanza del partito leghista all’interno della coalizione berlusconiana. E l’effetto automatico è stato l’accentuamento delle posizioni filobossiane del premier, con l’ulteriore sbilanciamento politico dell’esecutivo sul fronte leghista. L’idea di un governo di centro-destra imperniato sull’asse Berlusconi-Bossi con la Lega come interlocutore privilegiato, deve aver accelerato la decisione da parte di Fini, cofondatore del Pdl, di consumare lo strappo con il premier. Se già qualcosa non funzionava nei rapporti tra i due inquilini del Pdl, il recente successo elettorale leghista è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’ingombranza politica del partito di Bossi ha levato ogni ombra di dubbio sul fatto che sia la Lega a dettare l’agenda di governo e tale ingombranza politica non è più tollerabile per Fini e i finiani.Tra le accuse di Fini al presidente del Consiglio vi è quella di aver marginalizzato all’interno del Pdl la presenza e il ruolo degli uomini provenienti da Alleanza Nazionale. Sotto accusa ci sarebbero anche le famose cene di Arcore con Bossi nelle quali Berlusconi comunicava manovre d’azione di governo in materia legislativa, senza averne precedentemente parlato e discusso con Fini e il gli ex di An, che di fatto apprendevano<br />
dell’esistenza di certi provvedimenti, a conti fatti. Fini poi intuisce che la sua pur prestigiosa posizione di terza carica dello Stato lo costringe ad un ruolo ingessato che sente sempre più stretto. E’ come un pugile messo all’angolo, che vuol tornare a farsi sentire e a far valere le sue ragioni e concezioni della politica all’interno del Pdl. Vuole uscire da quel cono d’ombra nel quale si trova e che rischierebbe di paralizzarne i movimenti e l’azione di qui al 2013. Fini non pensa alla creazione di un gruppo separato rispetto al Pdl ma ad una corrente di minoranza al suo interno che faccia la conta, andando a raccogliere la truppa dei suoi fedelissimi e di quanti dissentono o sono critici verso la linea berlusconiana. L’intento di Fini non è di far crollare la coalizione politica di centro-destra, ma se si iniziano a creare delle correnti in un partito significa che qualcosa non va, e si pongono le  premesse per scontri politici interni, e soprattutto si dà avvio alla formazione di nuove correnti. Con la conseguenza che un partito si avvita su se stesso e vive come un ente separato rispetto all’opposizione e a quel Paese reale che avrebbe tanto bisogno di riforme e di leggi serie. A parer mio Fini dà il primo colpo di piccone al carro del Pdl che finora, pur tra dissidi più o meno aperti, era riuscito a trovare una sua rotta di navigazione. E l’ironia della sorte è che il primo ad infliggerlo sia Fini,cofondatore della Pdl nonché terza carica dello Stato.</p>
<p>Dopo il voto delle Regionali si apre una fase politica nuova per il Pdl, una fase politica nella quale molto probabilmente non ci sarà più un comune sentire. E più che una sottile sensazione si avverte la reale percezione che d’ora in avanti Berlusconi e Bossi remeranno da un lato e Fini e i suoi da un altro. Qualcosa insomma si inizia fortemente ad incrinare nei rapporti di coalizione di centro-destra. Che Fini non abbia mai avuto un rapporto idiallico con Berlusconi è cosa risaputa. Ma ora il clima di separati in casa tra Berlusconi e Fini nel Pdl non gioverà a nessuno e soprattutto non gioverà agli italiani che si trovano di fronte ad un esecutivo più impegnato in disfide politiche interne e poco attento alle reali necessità ed esigenze del Paese. Mentre i giornali, le televisioni e i politici discettano sul caso Fini, ci sono livelli di disoccupazione altissimi e niente si fa per non ritardare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, sballottati magari per anni tra un contratto interinale ed un altro, ed in certi casi ancora inoccupati perché troppo qualificati per lo svolgimento di certe mansioni. Questi e tanti altri temi andrebbero messi nell’agenda di governo, ma non è mai il momento giusto. E per il momento del teatrino della politica? Per quello c’è sempre tempo.</p>



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		<title>Si fa di tutto per zittire la stampa libera</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 19:55:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 30 marzo scorso, il Ministro dello Sviluppo Economico ha emesso un decreto (10A04046) ad oggetto &#8220;Tariffe postali agevolate per l&#8217;editoria&#8221;, pubblicato sulla GU n. 75 del giorno seguente. Il decreto ha una valenza di un giorno (dal 30 marzo al 31 marzo) e poi contiene tutto il contrario di quanto espresso nell&#8217;oggetto. L&#8217;oggetto reca: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/04/2002-Orlando-Vella.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1802" title="Orlando Vella" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/04/2002-Orlando-Vella-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il 30 marzo scorso, il Ministro dello Sviluppo Economico ha emesso un decreto (10A04046) ad oggetto &#8220;Tariffe postali agevolate per l&#8217;editoria&#8221;, pubblicato sulla GU n. 75 del giorno seguente. Il decreto ha una valenza di un giorno (dal 30 marzo al 31 marzo) e poi contiene tutto il contrario di quanto espresso nell&#8217;oggetto. L&#8217;oggetto reca: &#8221; Tariffe postali agevolate per l&#8217;editoria&#8221; in pratica però, il Decreto ha eliminato le tariffe agevolate per l&#8217;editoria, a far data dal 1° aprile 2010.  È stato proprio un bel pesce d&#8217;aprile e pochi sono stati i media che ne hanno parlato, forse perché leggendo l&#8217;oggetto del decreto hanno pensato che nulla fosse cambiato.<span id="more-1801"></span><br />
Si tratta di un vero e proprio &#8220;colpo di mano&#8221;, con il quale,  il Governo ha  fatto decadere l&#8217;unico sostegno di cui godevano migliaia di testate giornalistiche e periodici locali e no-profit, cioè tutta l&#8217;editoria &#8220;più debole&#8221;. Viene da pensare che si tratti dell&#8217;ennesimo trucco per limitare la libertà di stampa.  Con la tariffa normale, ci sono molte testate no-profit (Amnesty International, Lega del Filo D&#8217;oro, Medici senza frontiere, WWF Italia, Unicef Italia ecc.) ed altre testate che non usufruiscono di finanziamenti specifici, che hanno subito aumenti per le spedizioni fino al 500 per cento rispetto alla precedente tariffa agevolata. In tal modo l&#8217;ipotesi di una chiusura di massa della stampa locale, dei periodici informativi delle ONLUS, ecc.., appare molto concreta.<br />
Per fortuna che l&#8217;art. 21 della nostra Costituzione cita: &#8220;Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure&#8221;.<br />
Ma come si fa, se tagliano i pochi mezzi che permettono di potersi esprimere e far conoscere agli altri il proprio pensiero?<br />
Tutto questo ricorda il  Decreto del 10 luglio 1924 con il quale, con la scusa dell&#8217;ordine pubblico, furono sospese le pubblicazioni delle piccole testate che più davano fastidio: La Giustizia, Il Lavoratore, L&#8217;Avanguardia, L&#8217;Internazionale, Scintilla ed a queste successivamente ne seguirono altre.  Vedremo cosa accadrà nel prossimo futuro.</p>
<p>Orlando Vella &#8211; direttore editoriale di Orizzonti Nuovi giornale dell’Italia dei Valori</p>



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		<title>Quando di rieducazione si muore. Un&#8217;analisi sullo stato di salute del nostro sistema carcerario</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 20:40:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Daniela Sgambellone]]></category>
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		<description><![CDATA[In questi giorni abbiamo osservato con crescente preoccupazione i tentativi da parte della maggioranza di governo di “interpretare” le leggi ad uso e consumo della necessità. Si è tentato infatti di svuotare dei suoi significati la nostra Costituzione, di ridurla a mero testo poetico, liberamente interpretabile, in un&#8217;ottica estremamente soggettiva. Quando vengono attaccate le leggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1757" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/03/carcere.png"><img class="size-thumbnail wp-image-1757" title="carcere" src="http://www.orizzontinuovi.org/wp-content/uploads/2010/03/carcere-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Una cella del carcere di Poggioreale (NA)</p></div>
<p>In questi giorni abbiamo osservato con crescente preoccupazione i tentativi da parte della maggioranza di governo di “interpretare” le leggi ad uso e consumo della necessità. Si è tentato infatti di svuotare dei suoi significati la nostra Costituzione, di ridurla a mero testo poetico, liberamente interpretabile, in un&#8217;ottica estremamente soggettiva. Quando vengono attaccate le leggi in materia di lavoro (vedi l&#8217;art.18) o leggi che riguardano comunque una parte organizzata della società il sistema riesce in un qualche modo ad autoregolamentarsi perché il fronte di protesta, fornito dei giusti strumenti, alza la voce. Il problema sorge quando si violano i diritti di coloro che per diversi motivi non possono manifestare il loro malcontento e la loro condizione, i senza voce, come per esempio i detenuti. <span id="more-1756"></span>L’ art.27 comma 3 della nostra Costituzione recita che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In questi tristi giorni,di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Federico Aldrovandi, ne abbiamo avuti a decine, passati in coda nei tg e sui giornali, sorpassati dalle vicende amorose e giudiziarie del premier e del suo entourage. Cosa sappiamo noi della loro condizione? delle loro giornate? Li lasciamo lì, sulla soglia del carcere, tutti gli Olinda e Romano della situazione, gli Erika ed Omar&#8230;una telecamera inquadra il momento del loro ingresso e poi il nulla. E così noi pensiamo che lì dentro ci siano una marea di persone di questo calibro, addirittura peggiori, e che sì, per quello che hanno fatto meritano di stare in quel posto ed anzi, peggio saranno le loro condizioni maggiore sarà l&#8217;espiazione per i crimini commessi. Ma chi abita le case circondariali? I detenuti in Italia oggi sono 63460, ben 20000 in più rispetto alla capienza regolamentare, perfino oltre quella che vien definita “capienza tollerabile”. Questo perché in 19 anni il numero di detenuti è raddoppiato, a causa della maggiore repressione penale del consumo e del traffico di sostanze stupefacenti, della criminalizzazione degli immigrati senza il permesso di soggiorno e della punizione di quelli che non ottemperano all&#8217;obbligo di espulsione. E&#8217; purtroppo da sottolineare che delle persone oggi detenute la maggioranza (52,2%) è in carcere in custodia cautelare, ovvero in una condizione teoricamente eccezionale, che implica la privazione della libertà a danno di persone per cui ancora vige la presunzione di innocenza. Inoltre non si capisce bene perché se solo lo 0,45% di coloro che sono detenuti in maniera alternativa commette reati,questa forma di detenzione sia poco utilizzata. Ma osserviamo il numero degli agenti preposti al controllo: sono 42268 i poliziotti penitenziari in organico. Di questi,levati coloro che si occupano di amministrazione, piantonamenti, Ministeri, ecc. ne restano a spanne 16000 che si sobbarcano il lavoro atto a garantire la sicurezza complessiva nei penitenziari. Vediamo ora lo stato delle carceri italiane, soffermandoci sugli esempi meno virtuosi. La Casa di Reclusione di Favignana (Trapani) ad esempio è tutta sotto terra: gli uffici, l’infermeria, le celle,tutto dieci metri sotto il livello del mare. Quando si dice toccare il fondo. Sotto terra e senza finestre, in compagnia di muffa,umidità, di intonaci che si staccano. Lì sotto l’acqua non si può bere perché è salata, è quella del mare: una vita da sepolti vivi. Non va meglio alla Casa Circondariale di Poggioreale (NA), il cui problema principale è il sovraffollamento: è forse il carcere più affollato d’Europa, infatti i detenuti sono 2700 a fronte di 1300 posti-detenuto. 4 suicidi nei primi 4 mesi del 2009. Passiamo ora a Brescia, i cui detenuti restano in quelle celle per 22 ore al giorno. Tra di essi 180 sono tossicodipendenti,una sessantina sono i sieropositivi,30 sono alcoolisti e un centinaio sono malati di epatite. La Casa Circondariale di Palermo “Ucciardone” possiede 378 posti letto: i detenuti nel 2008 sono arrivati ad essere anche 718, quasi il doppio. Per dormire si fanno i turni tra il giorno e la notte. I bagni alla turca sono spesso tappati con bottiglioni di vetro per evitare che i topi che escono dalle fognature fatiscenti invadano le celle. Per i colloqui i parenti fanno anche 10 ore di attesa. E&#8217; questo il contesto in cui si muove questa maggioranza di governo ogni giorno, quando deliberatamente ignora il fatto che l&#8217;art.27 della nostra costituzione viene violato: ma si sa, non è che viene propriamente violato, semplicemente è interpretato… d&#8217;altronde chi stabilisce qual è la soglia di superamento di un trattamento contrario al senso di umanità?</p>



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		<title>Proibizionismo e Capitalismo</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 21:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Web</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi tempi, dopo la ormai famosa intervista rilasciata dal cantante Morgan, i mezzi di comunicazione di massa hanno riportato alla ribalta nazionale il tema della droga. L’impostazione data alla discussione nei salotti televisivi è, come sempre, distorta, mistificante e strumentale. Evidentemente si intende avallare la linea legislativa di segno proibizionista adottata dal governo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi tempi, dopo la ormai famosa intervista rilasciata dal cantante Morgan, i mezzi di comunicazione di massa hanno riportato alla ribalta nazionale il tema della droga. L’impostazione data alla discussione nei salotti televisivi è, come sempre, distorta, mistificante e strumentale. Evidentemente si intende avallare la linea legislativa di segno proibizionista adottata dal governo in carica, ma rispondente ad un orientamento molto diffuso e trasversale agli schieramenti politici parlamentari. <span id="more-1691"></span>Una linea che fa capo ad una legge che reca i nomi degli onorevoli Fini e Giovanardi, il cui intento dichiarato sin dall’inizio è quello di colpevolizzare i tossicomani, giudicati alla stregua di criminali spacciatori, cancellando quindi la “liceità” del consumo personale.</p>
<p>Come argomentano i sostenitori della legislazione vigente, la gravità della situazione sarebbe causata dal “permissivismo” contenuto nell’idea di “modica quantità”, un concetto avvalorato e incoraggiato dall’affermazione della cosiddetta “cultura della droga” riconducibile alle “culture alternative” o “controculture” diffuse ed egemoni negli anni ’60 e ‘70. In effetti questo è il ragionamento, assai rozzo e semplicistico, seguito dai fautori della legge. Invece, è un dato incontestabile che la causa reale dei crimini abitualmente perpetrati nelle aree urbane più degradate, ad esempio i reati commessi dai tossicomani più giovani, risieda nell’esatto contrario del permissivismo, vale a dire in quel regime proibizionista che di fatto determina in modo decisivo l’intera questione. Un regime che la legge Fini/Giovanardi ha reso più crudo, criminalizzando non solo le abitudini di milioni di consumatori di droghe leggere, ma penalizzando anche altri comportamenti, fino a violare e calpestare alcuni diritti sanciti dalla Costituzione.</p>
<p>Le misure draconiane previste dalla legge vigente mirano a reprimere il diritto allo “sballo”, ma non ne eliminano le cause effettive, nella misura in cui le ragioni del disagio e dell’alienazione giovanile nelle droghe sono di natura sociale, esistenziale, psicologica, culturale, ma non certo giuridica. Inoltre, le norme punitive investono solo i piccoli spacciatori, ossia gli abituali consumatori di sostanze narcotiche. Mi permetto di aggiungere che la nozione di &#8220;disagio giovanile&#8221; è fuorviante in quanto il disagio non è legato ad una condizione anagrafica. E’ invece più corretto parlare di &#8220;disagio sociale&#8221;, benché il malessere investa soprattutto le &#8220;categorie&#8221; dei giovani e degli anziani, cioè le fasce più indifese della società, più esposte alle avversità, anzitutto materiali, che l&#8217;esistenza quotidiana oppone agli esseri umani senza alcuna speranza di superamento.</p>
<p>Tale disegno politico cela una perversa volontà di esasperare il fenomeno della violenza urbana, specialmente di quella minorile. L’esperienza storica ha dimostrato che l’imbarbarimento di una già ferrea disciplina repressiva non fa altro che scatenare l’effetto contrario, generando fenomeni di recrudescenza e l’aumento della rabbia, del malessere e della disperazione. Il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale viene considerata, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca ed invocare una crescente militarizzazione del territorio.</p>
<p>Tale orientamento, che coincide con lo spirito autoritario e repressivo che non anima solo l’attuale governo, non ha mai debellato o inibito alcuni atteggiamenti considerati &#8220;devianti&#8221;, ma al contrario li ha incentivati ed esasperati. È indubbio che alcune sostanze, come le cosiddette &#8220;droghe pesanti&#8221;, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte, ma è altrettanto evidente che la pericolosità di tali droghe, proprio in quanto proibite, rischia di essere accentuata. Del resto, qualsiasi comportamento che produca effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi all’abuso di psicofarmaci e superalcolici o all’assunzione abituale di nicotina), nella misura in cui è ridotto ad un problema di ordine pubblico, essendo vietato e perseguito penalmente, potrebbe accrescere il livello della tensione sociale, degenerando in atti criminali condannati alla clandestinità e provocando una crescente e pericolosa spirale di violenza. Tale sistema di legge costituisce un ulteriore segnale che attesta l’involuzione in senso codino e reazionario di una parte notevole della classe dirigente italiana, a cui non corrisponde un pari fenomeno regressivo nella società civile, che in tal modo si discosta e si estrania sempre più dagli ambienti, dagli umori e dai poteri istituzionali del “Palazzo”.</p>
<p>Invece, bisognerebbe affrontare il problema partendo da una riflessione lucida e razionale, libera da condizionamenti di natura emotiva e moralistica. Si tratta di compiere una radicale inversione di rotta rispetto alla linea politica finora seguita. Il problema delle tossicodipendenze non si può fronteggiare usando la forza pubblica o assumendo iniziative di segregazione e colpevolizzazione sociale e morale. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata e mistificata sotto una veste superficiale che viene deformata dalle reazioni più emotive ed irrazionali suscitate dal sistema repressivo vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte repressive ed alienanti messe in moto dalla macchina propagandistica del regime proibizionista, che è storicamente e politicamente fallito.</p>
<p>Bisogna rendersi conto che in una società di massa, in cui prevalgono comportamenti consumistici di massa, è inevitabile che anche il consumo di sostanze quali le “droghe” si affermi come un’abitudine diffusa, anzitutto per un effetto di emulazione ed omologazione, cioè in virtù di uno strumento di persuasione assai efficace, comunemente detto “moda”.</p>
<p>Concludo avanzando, se possibile, una semplice proposta di buon senso. Sgombrando il campo da ogni luogo comune, come la tesi che equipara le &#8220;droghe leggere&#8221; a quelle &#8220;pesanti&#8221;, il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di ordine educativo e socio-culturale, da un lato, e una grave emergenza sanitaria, dall’altro. Pertanto, credo sia necessario perseguire una triplice finalità:</p>
<ul>
<li>promuovere una campagna di controinformazione e sensibilizzazione preventiva per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi e allarmismo sociale;</li>
<li>avviare alcune iniziative sui territori per metterli in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria che presuppone l’esistenza di presidi di pronto intervento;</li>
<li>realizzare una serie di misure e progetti socio-educativi in grado di far fronte al degrado esistente soprattutto in alcune aree sociali metropolitane.</li>
</ul>



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